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Costruire città

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 Settimo contributo, inviato da Salvo Torre, dei materiali preparatori per il convegno del 3 ottobre a Bologna organizzato dal Laboratorio Crash! intitolato “Città, spazi abbandonati, autogestione” (qui la call, qui i precedenti scritti di Pietro SaittaPietro SaittaPietro SaittaPietro SaittaGennaro AvalloneUgo RossiHenri Lefebvre, Salvatore Palidda e Giorgio Agamben). Chi volesse contribuire al dibattito inviando dei testi può mandarli a conferenzacrash@gmail.com e verranno pubblicati su Infoaut prima dell’iniziativa in modo da arricchire la discussione. Ricordiamo inoltre che l’invito è a presentare brevi abstract di interventi per costruire il programma delle due sessioni del convegno.

 

Costruire città

 

Si è rotto qualcosa nel progetto urbano tardocapitalistico, è ancora ovviamente imperante e ha definito la totalità delle città del pianeta, ma come tutto il processo economico globale, non ha più un futuro preciso e non sembra avere un quadro di riferimento. Innescata la crisi non è così facile governarla.

Si è inceppata la macchina che ha prodotto una devastazione priva di precedenti e le aree urbane sono evidentemente uno dei luoghi in cui si avverte di più il fatto che la crisi finisce con l’investire anche i sistemi di potere. In parte non ha funzionato la distopia totalitaria neoliberale, che avrebbe voluto traformare le città in spazi di mercato privi di relazioni umane e collocare al margine delle aree di speculazione la maggior parte della popolazione, un esercito di riserva che possiede anche un certo valore per il commercio locale. La città in fin dei conti rispecchia l’idea dell’organizzazione planetaria del tardo capitalismo: così come il sistema-mondo non può ritrovare un proprio equilibrio, non esiste più un modello funzionante di spazio urbano neoliberale. Quel processo si è inceppato anche perché, proprio in funzione dell’idea di fondo che prima vengono gli affari, ciò che non è conveniente viene abbandonato al margine, nell’eventualità di un suo possibile uso futuro, e ciò vale per il suolo, gli edifici e per la popolazione urbana. La crisi strutturale ridefinisce però anche le forme del conflitto.

I movimenti urbani, che in questo momento iniziano ad assumere una nuova configurazione globale, possono acquistare un potenziale enorme, proprio perché si pongono in contrapposizione ai nuovi processi di accumulazione. L’autogestione di aree urbane ha una propria storia in Europa, che penso vada riconsiderata seriamente, ma in questa fase inizia ad essere evidente che la costruzione di alternative è una forma diffusa in tutte le città del pianeta e rappresenta una specifica e riconoscibile forma di azione politica. La corrispondenza dei processi europei con ciò che avviene, su scale diverse e con livelli di conflittualità diversi, in tutte le aree urbane del pianeta delinea cioè un nuovo scenario, lo scenario in cui si muovono oggi i movimenti che si scontrano con i processi di accumulazione realizzati in città. Molti movimenti sociali, negli ultimi anni, hanno già superato alcune barriere tradizionali delle forme dell’organizzazione politica e hanno ricominciato a porre la questione storica dell’organizzazione degli spazi di vita.

Una delle modalità con cui il capitalismo sta sopravvivendo da un quarantennio è dunque l’aumento smisurato dei processi di spoliazione, che crescono a dismisura per ritmi e portata degli effetti. Tutti questi processi si realizzano sempre attraverso la spoliazione delle risorse locali, soprattutto attraverso la privatizzazione del comune, di tutto ciò che può essere ricondotto alla categoria del bene collettivo e all’azione collettiva diretta alla trasformazione sociale. Lo spazio pubblico è uno dei beni privatizzati e convertiti a risorsa finanziaria, non può più essere integrato nei modelli politici europei come luogo di libera espressione o di emancipazione. Il problema è che un’area urbanizzata senza spazio pubblico non è una città, è un’istituzione totale, non uno spazio di vita. Per trovare un precedente storico, che non sia una fase temporanea, uno stato di eccezione – come nel classico caso illustato da Foucault della città colpita dalle epidemie –, bisogna riferirsi al precedente della città coloniale, in cui le aree delle minoranza privilegiata si differenziavano da quelle in cui viveva la maggioranza della popolazione colonizzata.

Il sistema si è inceppato e le sue difficoltà facilitano quelle esplosioni di rivendicazioni che mettono in difficoltà tutto l’apparato. Tutto ciò può collocare le esperienze di autogestione urbana in un quadro nuovo. Una prima enorme differenza rispetto a ciò che è avvenuto per buona parte della storia degli ultimi due secoli è rappresentata dal fatto che il conflitto animato dalle esperienze di autogestione urbana è ormai considerato un problema dell’economia, ma senza mediazione degli apparati istituzionali. Non c’è più neanche la mediazione politica degli apparati repressivi e dei dispositivi di controllo, perché agiscono in difesa degli investimenti nello spazio economico, negando le prassi politiche, in nome della stabilità economica di quel progetto finanziario che sono diventati gli spazi collettivi di vita. Nel caso italiano, si tratta di un processo che non è più mediato dalle forme della regolazione pubblica che avevano sostenuto la politica dalla metà dello scorso secolo, tutti gli apparati agiscono a difesa dei processi di accumulazione, da cui dipende la loro sopravvivenza, non si mobilitano per la costruzione di consenso. Lo stesso intervento repressivo è realizzato apertamente a difesa dell’aumento di valore delle aree urbane e richiesto dai mutamenti del mercato finanziario.

Le modalità con cui continua a realizzarsi il processo di urbanizzazione a livello mondiale prevedono proprio l’aumento dell’emarginazione e la costruzione dell’esclusione. Le aree rurali vengono abbandonate e privatizzate, usate per la produzione per il mercato globale e le città sono diventate spazi di esclusione permanente, luoghi di vita obbligati e voragini che inghiottono risorse. Bisogna quindi, ancora una volta, riconsiderare tutto l’insieme della struttura urbana e l’anomalia socio-ecologica che rappresenta. L’autogestione urbana si oppone al modello capitalista, non può esistere al di fuori di questa opposizione e può ancora proporre alternative, uscendo dalle forme resistenziali, come sta avvenendo in molti casi. La città non è uno spazio inclusivo, perché il capitalismo in generale non intende più presentare orizzonti di integrazione, ma è interessato a muoversi nelle rincorsa all’accumulazione finanziaria. La finanziarizzazione della città rende evidente però anche il fatto che uno spazio interamente costruito sul debito è una struttura molto debole che non può più permettersi di rallentare nella folle corsa al rialzo dei valori, non può tollerare forme aperte di dissenso né è in grado di sostenere un’interruzione del flusso, come la definirebbe Harvey. L’autogestione degli spazi urbani è in genere proprio quella forma di interruzione che crea un problema per il mantenimento dei valori, per la pura speculazione, per il funzionamento di un sistema allo stremo.

Quello spazio allargato ha reso da decenni tutte le città simili, gentrification nelle aree del centro e spostamento in periferia delle contraddizioni, in attesa di futuri investimenti e ulteriori spostamenti coatti di popolazione. Non è possibile ovviamente ricostruire le città, come insieme di spazi di vita liberi, senza uscire da questo modello, senza riaffermare un principio di libertà e ricostituire la centralità del comune. Soprattutto perché la lotta per la realizzazione di uno spazio di vita collettivo e libero è ciò che ci rende costruttori di città.

 

Salvo Torre

 

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