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Crisi bancaria e interessi di classe del ceto medio

Intervista di Commonware a Christian Marazzi su banche, risparmio e quadro geopolitico 

Innanzitutto ci interessa riflettere sulla crisi bancaria: da dove viene e che ruolo ha nell’attuale sviluppo della crisi globale? Ci pare infatti di poter affermare che, al di là dei singoli crack, vi è una natura sistemica della crisi bancaria, o potremmo dire una natura sistemica della truffa bancaria. In questo scenario, inoltre, vorremmo capire più approfonditamente come si stanno muovendo i diversi soggetti istituzionali, dagli organi statali e sovrastatali alle banche centrali.

Questa crisi bancaria, che vede alcuni istituti italiani particolarmente esposti, va letta alla luce della politica monetaria della Bce. Da almeno quattro anni tale politica è molto espansiva, avrebbe dovuto alleviare le sofferenze e contribuire a rafforzare il sistema bancario; in realtà è una politica che, proprio attraverso il sistema bancario, non ha avuto alcun tipo di efficacia per quanto riguarda la crescita economica e gli investimenti, mentre ha favorito operazioni speculative sui mercati finanziari e comportamenti bancari estremamente clientelari. Tutto ciò ha portato all’accumulo dei crediti in sofferenza e all’impossibilità – come nel caso di Monte dei Paschi di Siena – di ricapitalizzare attraverso l’apporto di capitali privati. Dunque, la crisi è un segnale della difficoltà delle politiche monetarie europee di consolidare e rafforzare il sistema bancario, proprio perché è incentrato sull’intermediazione bancaria. Per quanto riguarda l’Italia, due anni di governo Renzi che ha fatto comunella con le banche ha svelato come il problema economico e finanziario sia un problema eminentemente politico, cioè di sopravvivenza di un sistema politico non attraverso la rappresentanza ma attraverso il clientelismo e la corruzione. Tutto questo a spese del ceto medio, su questo voi avete lavorato molto bene con i risparmiatori contro il salvabanche. L’esito inevitabile di questa situazione, come nel caso di Mps, è un intervento statale per salvare quello che ormai anche settori privati rifiutano di salvare. Ora tirano fuori la storia di voler salvare i risparmiatori, con l’utilizzo di 20 miliardi (anche se sembra ce ne vogliano 36): da una parte si dice che si salveranno i risparmiatori, dall’altra si aumenta il debito pubblico e quindi si penalizzano i contribuenti. È una socializzazione dei costi per mettere al riparo degli interessi privati.

Di queste fragilità europee l’Italia è una spia, ma non dimentichiamoci che in Germania la stessa Deutsche Bank ha in bilancio molti crediti in sofferenza, per non parlare delle banche regionali che si trascinano ancora vecchi titoli tossici accumulati durante il periodo che ha poi portato alla crisi del 2008. Il problema va letto anche alla luce della svolta americana, che già si è messa in opera per quanto Trump non si sia ancora insediato alla Casa Bianca. Tutto lascia credere che sia in atto una svolta ad opera dei mercati che hanno reagito con un certo entusiasmo alla prospettiva di un rilancio degli investimenti pubblici infrastrutturali, degli sgravi fiscali sul capitale e sugli alti redditi, mollando i titoli pubblici e puntando di nuovo sulle azioni in borsa, portando anche la Federal Reserve a decidersi per un secondo aumento – per ora prudente – dei federal funds, con in previsione altri aumenti nel 2017. Questa svolta può avere un effetto devastante sui paesi emergenti (in Cina hanno già a che fare con una fuga di capitali che stanno facendo il possibile per frenare). Se poi guardiamo a quello che sta succedendo con le politiche monetarie americane, già in corso prima dell’arrivo di Trump, la moneta cinese renminbi si sta svalutando e le autorità monetarie cinesi, per difendere o contenere la svalutazione, si stanno svuotando delle riserve valutarie, in particolare i dollari. Già l’anno scorso si diceva che la Cina sta uscendo dal debito pubblico americano, in passato era il primo acquirente di buoni del tesoro americano, ora è tornato a essere il Giappone. Questo perché hanno bisogno di dollari e dunque vendono buoni del tesoro americani per poter usare i dollari ricavati per sostenere il renminbi. Le riserve valutarie cinesi si sono fortemente ridotte.

Cosa succederà in Europa? Già dopo la vittoria del no al referendum in Italia, Draghi ha annunciato la necessità di continuare sulla strada del quantitative easing.

Da una parte, Draghi ha confermato le politiche di quantitative easing, con l’acquisto mensile di 80 miliardi; dall’altra, ha ventilato l’ipotesi di una riduzione, da 80 a 60 miliardi. Si stanno quindi ponendo nell’ottica di un’inversione. Mi chiedo se, per esempio, l’Unione Europea si deciderà a rilanciare gli investimenti in opere infrastrutturali, di cui la Germania e ancor più l’Italia hanno urgente bisogno, poiché non è stato fatto niente negli ultimi dieci o vent’anni. A questo proposito, più volte ho detto che ci vorranno pure alcuni interventi di questo genere, penso per esempio alla rete viaria e ferroviaria, o alle scuole pubbliche fatiscenti; però non illudiamoci sulla possibilità di questo vecchio tipo di politica keynesiana di rilanciare l’occupazione e il reddito. Dobbiamo invece puntare su investimenti nella ricerca, nella cultura, nella socialità, nella sanità, nel reddito di cittadinanza. Bisogna perseguire questa indicazione sul piano europeo per cambiare la politica di quantitative easing che non ha assolutamente prodotto i risultati per i quali era stata concepita.

A me sembra che proprio la crisi bancaria sia l’occasione per affermare che non è attraverso l’intermediazione bancaria che possiamo contribuire a uscire dalla stagnazione e dalla crisi, ma è proprio il contrario, cioè attraverso l’intermediazione del reddito di cittadinanza. I segnali che vengono dalla crisi bancaria, letti attraverso l’esperienza storica del quantitative easing, vanno adesso letti anche alla luce del trumpismo e dello scenario dei prossimi mesi. Io mi aspetto un dibattito accesissimo nelle campagne elettorali francese, tedesca e italiana sulla sovranità monetaria. Se qualcuno si vuole ispirare a Trump, sarebbe il caso di dire che dovrebbero essere gli americani i primi a dover stabilire il principio della sovranità monetaria, mentre invece con i dollari distruggono la nostra. Oggi dal punto di vista monetario il problema non è l’euro ma il dollaro. Lo si vede in questi giorni: mentre il dollaro si sta rivalutando e i tassi di interesse della Federal Reserve danno il segnale di essersi avviati verso il rialzo, sta succedendo quello che vediamo, cioè svalorizzazione di attivi un po’ ovunque, perché i debiti delle imprese dei paesi emergenti sono denominati in dollari. Dunque, l’aumento del valore del dollaro significa per questi paesi essere strozzati rispetto alla possibilità di ripagare i debiti. Allora, non c’è dubbio che l’euro abbia fatto la sua parte con le politiche di austerità, però se c’è una moneta che andrebbe attaccata perché viola la sovranità monetaria e la sovranità tout court è proprio il dollaro. Io non credo che sia possibile un ritorno alle monete nazionali, perché riprodurrebbe esattamente quello che sta accadendo oggi con gli effetti della rivalutazione del dollaro. Sì certo, si guadagna un pochino a breve-medio termine con la svalutazione della moneta locale, nel senso che aumentano le esportazioni, ma si perde enormemente sotto il profilo finanziario, cioè nel ripagamento dei debiti che si sono accumulati in forma spettacolare in questi anni, che sono appunto in dollari.

Guardiamo ora alla crisi bancaria dal punto di vista dei suoi effetti sociali, ovvero delle figure che ne vengono più direttamente colpite. Qui troviamo, come già accennavi, la questione della destrutturazione del ceto medio e del welfare accumulato attraverso i risparmi da lavoro. Sono le figure su cui più insistono le retoriche di una destra cosiddetta “populista” (termine secondo noi sempre più insignificante): ma queste figure sono ontologicamente destinate a questa direzione politica, oppure si riscontrano qui innanzitutto le insufficienze e le incapacità di una prospettiva radicalmente opposta?

Qui c’è un problema di vuoto politico e culturale da parte della sinistra. Rispetto a questo magma del ceto medio e del risparmio, si registra un ritardo abissale. Ricordo che, quando più di vent’anni fa avevo cominciato a parlare di ceto medio, ero stato duramente criticato perché mi mettevo a parlare di una categoria ritenuta di destra! Il problema era però, attraverso l’entrata nel merito del ceto medio, di rendere conto di una trasversalità dei rapporti di classe, oltre al rapporto diretto capitale-lavoro. Le critiche più dure che avevo ricevuto venivano proprio dai nostri ambienti, oltre che da quelli della sinistra più tradizionale.

Il dibattito sulla sovranità monetaria, che dobbiamo dare per scontato come centro della lotta politico-elettorale a livello europeo, girerà sul ritorno alle monete nazionali per rilanciare le esportazioni, l’occupazione, il salario, il risparmio. Invece è esattamente l’opposto: in uno scenario del genere ci sarebbe una svalutazione, però ci sarebbe una svalutazione assai maggiore dei risparmi. Quindi, è lì che si può lavorare sull’interesse di classe del ceto medio. Prepariamoci su questo terreno, perché siamo vicini alla resa dei conti. Tutto ciò si aggrava dentro il nuovo contesto geopolitico e geomonetario di un’America isolazionista con il dollaro, che resta comunque la moneta internazionale per definizione. I crediti bancari europei per l’83% sono denominati in dollari: di che isolazionismo parliamo rispetto a Trump, che fungerà da ispiratore delle varie destre in Europa? Di isolazionismo con i dollari, appunto. Giocando svalutazione della moneta contro svalutazione del risparmio si può trovare una breccia per recuperare in termini di classe un discorso che oggi è in termini di ceto.

Il problema è che, come hai già ricordato, il discorso sulla crisi del ceto medio è stato lasciato nelle mani dei reazionari, anzi si ritiene che parlarne e intervenire lì dentro sia da “rosso-bruni”, per usare un’espressione stigmatizzante che come quella di populismo è oggi tanto in voga quanto indeterminata. Non si capisce, invece, che è oggi impossibile un discorso sul precariato giovanile e cognitivo senza occuparsi politicamente della crisi del ceto medio, ovvero senza immaginare un’alleanza di classe tra figure del ceto medio in crisi e giovani precari. Soprattutto in Italia, i precari trovano esattamente nel risparmio delle generazioni precedenti la propria fonte di difficoltoso sostentamento, quindi un attacco al risparmio è immediatamente un attacco al welfare.

Esattamente, è proprio questo il punto. Ritorniamo per esempio alla questione del reddito di cittadinanza, che in vent’anni ha avuto molteplici declinazioni: perché non introduciamo nel dibattito questa cosa che dite, cioè della difesa del risparmio? Difesa del risparmio come difesa della funzione di ammortizzatore sociale che comunque ha avuto la famiglia per i giovani precari. Se non ci fosse stata la possibilità di supportarlo attraverso il risparmio (rispetto a cui l’Italia resta un paese abbastanza unico), il precariato sarebbe esploso non in termini politici ma esistenziali. Queste cose le dobbiamo affrontare, non possiamo sempre lasciarle agli altri. Perché non ci dovremmo occupare del risparmio delle famiglie contro le politiche portate avanti dal governo?

Mentre la destra dice che bisogna uscire dall’euro, noi diciamo che questo peggiorerebbe ulteriormente la situazione. È quello che sta succedendo con i paesi emergenti, oppressi dal dollaro, con un’uscita di capitali verso gli Stati Uniti. Bisogna ragionare nel contesto europeo in termini analoghi: cosa succederebbe ai nostri risparmi se puntassimo a un ritorno alla sovranità monetaria nazionale per favorire la svalutazione? Allora tanto vale perseguire una politica di ridefinizione del quantitative easing, nel senso di un’erogazione di reddito direttamente ai cittadini e non a queste maledette banche che poi ti fregano con i loro clienti privilegiati e le speculazioni, e alla fine sono sempre i risparmiatori a pagarne i costi.

Soffermiamoci infine sul quadro geopolitico. I recenti episodi, in particolare l’uccisione dell’ambasciatore russo ad Ankara, potrebbero configurare un’accelerazione negli sviluppi di una guerra diffusa e permanente su cui da anni riflettiamo. Come vedi oggi ridisegnarsi progetti e alleanze nello scacchiere geopolitico?

In estrema sintesi, penso che quanto è successo negli ultimi mesi, innanzitutto ad Aleppo, configura una sorta di Cecenia globale. Con la sofferenza che c’è stata, la vendetta e il terrorismo sono destinati a durare, se non addirittura a crescere, è inevitabile. È quello che si può rimproverare alla Russia, alla Turchia e ad Assad, di aver posto le basi per una guerra civile permanente.

Però, a me sembra che il vero problema politico sia un altro, cioè la guerra civile all’interno degli Stati Uniti. Penso seriamente che ci stiamo avviando verso questo tipo di ipotesi. I segnali li abbiamo visti già quest’estate, con le uccisioni a freddo della polizia; la compagine che ha messo in piedi Trump ci fa pensare che si stia militarizzando il governo. Le figure di spicco sono tutte legate all’esercito, all’industria degli armamenti e del petrolio. Il problema è certamente geopolitico, perché la configurazione delle forze in campo in Medio Oriente è evidente, è una guerra civile declinata in termini terroristici, lì gli spazi politici sono molto difficili da conquistare; ma se vogliamo parlare di scontro di classe, dobbiamo prepararci a vederlo maturare negli Stati Uniti. Ho un amico che è a New York da sempre, molto pacato, gli ho chiesto cosa ne pensava dei diritti civili con Trump e il trumpismo; lui mi ha risposto che il problema non sono i diritti civili, ma la guerra civile.

È una situazione, prima ancora dell’evidente accelerazione di Trump, già maturata nel radicale fallimento dell’illusione obamiana…

Ci dobbiamo mettere in quest’ordine di idee, cercando di capire se è una situazione circoscritta agli Stati Uniti, oppure se quanto sta succedendo in quella situazione così determinante per il resto del mondo non sia un paradigma più complessivo.

da:commoware.org

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