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Decreto siccità: il governo verso una gestione emergenziale delle risorse idriche

Il Decreto sulla crisi idrica1 approvato dal Consiglio dei ministri il 6 aprile prevede l’istituzione di una Cabina di regia interministeriale, presieduta dalla premier o dal ministro delle Infrastrutture, e la nomina di un “Commissario straordinario nazionale” per la scarsità idrica, dotato di poteri speciali e capace di agire in deroga alle leggi vigenti. Nel presente contributo, dopo aver tracciato una breve storia della governance delle risorse idriche, andiamo quindi ad analizzare le novità introdotte da tale misura. Corrado Oddi, del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, ci aiuta quindi ad evidenziarne la problematicità. 

Per comprendere le novità introdotte dal “decreto siccità” è necessario fare un passo indietro, andando sinteticamente a chiarire il funzionamento del sistema di governance delle risorse idriche ad esso preesistente. Detto ciò, il compito è molto più complesso di quanto possa sembrare. Un autorevole giornale della stampa liberale dedica la prima pagina del 9 Aprile al tema, e introduce così l’argomento.

Una giungla. Accostarsi al tema acqua in Italia significa addentrarsi in una babele che ha visto moltiplicarsi enti, autorità, gestori, commissari. Con un piccolo segmento – il servizio idrico integrato (servizi pubblici di acquedotto, fognatura e depurazione) appena il 20% del totale dei prelievi – regolato dall’Arera e il restante 80% degli utilizzi privo di una mappatura. I gestori dell’acqua per uso civile sono 2391.2

La natura lacunosa della nostra esposizione riflette perciò una realtà estremamente eterogenea, fatta di infrastrutture, regolamenti amministrative, strutture burocratiche di natura frammentaria, capaci di operare contemporaneamente andando a volte a sovrapporsi, a volte ad intersecarsi, a volte a confliggere fino alla creazione di paradossi giuridici. 

Ciò detto, la governance dell’acqua è fondamentalmente divisa in 2 sezioni: il cosiddetto SII, il Sistema Idrico Integrato, la cui organizzazione è ampiamente documentata, e tutto il resto, ovvero l’insieme degli enti dedicati alla gestione delle risorse idriche in tutte le sue diverse forme, sia naturali, come fiumi, sorgenti e laghi, sia artificiali, come canali, invasi artificiali, reti di irrigazione, tutte di importanza fondamentale per il funzionamento dell’agricoltura ed alle produzioni industriali. Tale separazione non va però intesa in senso formale: in base al genere di produzioni ed alla necessità idriche i produttori locali possono infatti scegliere tra, ad esempio, l’acqua degli acquedotti, recuperata dalle falde e pressurizzata, o l’acqua resa disponibile dal consorzio locale attraverso canali, dighe e così via.

Una parte importante di questa molteplicità di risorse idriche è governata attraverso una molteplicità di consorzi enti associativi composti dagli stessi produttori operanti sul territorio, a loro volta tra loro federati a livello regionale nelle sezioni dell’ANBI, Ass. Naz. Bonifiche Irrigazioni Miglioramenti Fondiari, ente presente in tutta Italia. 

I Consorzi di bonifica sono persone giuridiche pubbliche a struttura associativa e di autogoverno, amministrati da organi democraticamente eletti dai consorziati e concreta espressione di sussidiarietà nel rispetto del principio costituzionale. I Consorzi di bonifica, il cui comprensorio è definito con riferimento ai bacini idrografici, garantiscono un efficace presidio territoriale, coordinando interventi pubblici e privati per la difesa del suolo, la regolazione delle acque, l’irrigazione e la salvaguardia ambientale.3

Tramite una struttura decentrata i consorzi che compongono l’ANBI vanno quindi a gestire e distribuire buona parte delle risorse idriche non potabili del paese, le quali vengono fornite agli associati al consorzio sulla base delle regole stabilite dai consorzi stessi. Ciò può significare quindi una pluralità di modalità di accesso, dalla gratuità della risorsa ad un prezzo stabilito in base agli ettari da irrigare.

L’ ANBI nasce come Associazione Nazionale (…) nel 1928 ed associa i Consorzi di bonifica e irrigazione italiani. (…) Attualmente all’Associazione aderiscono 141 enti consortili tra Consorzi di bonifica e di irrigazione, costituenti quasi la totalità di quelli nel Paese; fanno eccezione i piccolissimi Consorzi di miglioramento fondiario esistenti in alcune realtà settentrionali.(…)

I Consorzi associati all’ANBI coprono oltre il 50% della superficie territoriale del Paese per un totale di quasi 17 milioni di ettari e cioè tutta la pianura e gran parte della collina.(…)

Si ricorda che i Consorzi, sono attivi su comprensori idraulicamente definiti, i cui confini comprendono unità idrografiche omogenee. Essi, riordinati sulla base dell’Accordo Stato Regioni del 2008, hanno realizzato e provvedono alla manutenzione e all’esercizio di un immenso patrimonio di impianti, canali e altre infrastrutture destinate alla difesa del suolo (circa 200 mila chilometri di canali di scolo e irrigui, circa 800 impianti idrovori, 22 mila briglie, ecc.) e alla irrigazione collettiva. (…)

L’efficienza di tali reti conferisce sicurezza idraulica anche agli insediamenti civili e in molti casi, se non funzionassero le idrovore dei Consorzi, diverse aree extra-agricole e urbane verrebbero sommerse dalle acque; (…)

Gli oneri di manutenzione ordinaria delle opere realizzate e da loro gestite sono a carico dei consorziati, tenuti a pagare annualmente i relativi contributi consortili. Nel 2017 sono ammontati a circa 650 milioni di euro gli importi versati ai Consorzi da parte di 8,8 milioni di contribuenti per la gestione delle opere di bonifica idraulica e di irrigazione. Occorrono invece investimenti pubblici per la manutenzione straordinaria in tutto il Paese, oggi sempre più necessaria ad adeguare gli impianti in relazione alla profonda trasformazione subita dal territorio ed al mutato regime delle piogge, recuperando danni di scellerate scelte urbanistiche, di condoni edilizi, di mancata cultura nelle scelte strategiche di lungo periodo.(…)

L’ANBI, con FENACORE (Spagna), FENAREG (Portogallo) e IRRIGANTS DE FRANCE (Francia), ha costituito l’Associazione IRRIGANTS d’EUROPE (IE) allo scopo di promuovere azioni concrete e condivise tese a trovare soluzioni ai problemi relativi ad acqua/energia/cibo. (…)

IRRIGANTS d’EUROPE risulta oggi operativa come punto di riferimento tecnico della Commissione Europea per le tematiche sopracitate e per tutta la complessa normativa che riguarda, oltre la Direttiva Acque, la Direttiva Alluvioni, il tema del riuso delle acque reflue depurate, il cosiddetto Global Gap, che affronta la questione della qualità della risorsa idrica ed infine la riforma della PAC post 20204.

Il complesso di acquedotti e infrastrutture idriche in senso lato, chiamato Servizio Idrico Integrato (SII), è invece il sistema di governance dell’acqua che noi tutti utilizziamo nella nostra quotidianità, le cui competenze spaziano dall’estrazione alla depurazione dell’acqua dolce per famiglie e imprese. 

Come si evoluta nel tempo la governance di queste risorse?

La gestione delle risorse idriche in Italia è da sempre stata ispirata a due princìpi: quello della località e della demanialità. La competenza su base locale e la natura pubblica delle risorse idriche hanno contraddistinto la normativa relativa al settore in Italia fin dall’inizio del 9000. Riferimenti al primo principio risalgono all’inizio del secolo scorso, quando la Legge Giolitti 29 marzo 1903 n. 103 sottolinea la marcata vocazione gestionale locale delle risorse idriche. Quest’ultima viene dunque considerata bene oggetto dell’intervento amministrativo dei comuni. (…) Per quanto riguarda il secondo principio, il concetto di demanialità è stato formalmente sancito con il Regio Decreto 11 dicembre 1933, noto come “Testo Unico delle Acque“. Il Decreto pone infatti il vincolo di demanialità (ovvero di proprietà statale) su tutte le acque, superficiali o estratte artificialmente dal suolo, che acquistino rilevanza per la collettività.(…) 

Pur lasciando invariato il principio di demanialità, la Legge 5 gennaio 1994, n. 36, anche detta “Legge Galli”, ha introdotto cambiamenti sistemici a livello amministrativo, demarcando un significativo allontanamento dal principio di gestione locale. Questi cambiamenti possono essere riassunti nei seguenti punti:

  1. Istituzione del Servizio Idrico Integrato (SII), tramite l’unificazione dei diversi segmenti pubblici di acquedotto, fognatura e depurazione. L’introduzione del SII rappresenta un importante cambio di rotta, inaugurando il superamento della frammentazione gestionale che fino ad allora aveva contraddistinto l’amministrazione del settore idrico. (…)
  2. Designazione di “Ambiti Territoriali Ottimali” (ATO) all’interno dei quali gestire il SII. Gli ATO sono stati creati con il preciso intento di superare una gestione storicamente locale e innescare meccanismi di economie di scala. In particolare, il criterio stabilito dalla Legge Galli per ripartire il territorio nazionale in ATO è quello dell’unità del bacino idrico. 
  3. Istituzione di Autorità d’Ambito per ciascun ATO con funzione di programmazione, organizzazione e controllo sull’attività di gestione del SII

I cambiamenti introdotti dalla Legge Galli rappresentano un punto di svolta: da quel momento in poi la gestione del sistema idrico non sarebbe più stata un’attività in perdita a prescindere, ma avrebbe puntato ad un’organizzazione imprenditoriale al fine di coprire i costi e gli investimenti necessari, soprattutto grazie ad un aumento dell’estensione territoriale delle gestioni.

La Legge Galli può essere vista come l’espressione italiana di una più ampia linea di politiche europee in materia idrica, guidate da un generale ripensamento della politica comunitaria nel settore. Nel 1995, infatti, la Commissione europea ha promulgato un unico atto legislativo chiamato “EU Water Framework Directive” (WFD). (…)

La ripartizione delle competenze tra i diversi livelli istituzionali nel contesto della gestione del SII è stata oggetto di approfondimento da parte del Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152 “Norme in materia ambientale” (Testo Unico dell’Ambiente). Le novità introdotte dal Testo Unico dell’Ambiente sono riassumibili in due aspetti.

  1.  Nell’implementare il WFD, il Decreto affida alle regioni l’onere di organizzare gli ATO, inaugurando dunque un allontanamento dal sopracitato concetto di Autorità d’Ambito.
  2. L’estensione territoriale degli ATO viene fatta coincidere con l’intero territorio regionale. La dimensione geografica minima stabilita corrisponde a quella provinciale. (…)

È in questo contesto che va ad inserirsi il d.l. 133/2014 (c.d. “Sblocca Italia”). Il d.l. ha sancito il principio di unicità di gestore del servizio idrico per ciascun ATO (gestione integrata), con l’obiettivo di arginare il fenomeno della frammentazione orizzontale, cioè la contestuale presenza di vari gestori nello stesso ATO5.

Nel periodo intercorso tra la legge Galli ed il decreto Sblocca Italia avviene quindi la progressiva privatizzazione delle risorse idriche del SII, in parte rallentata dal referendum dell’acqua del 2011. Si passa quindi dalla gestione tramite aziende municipalizzate di diritto pubblico alla gestione tramite S.P.A. di diritto privato, in un primo momento a capitale pubblico, e poi gradualmente controllate in concerto dall’attore pubblico e privato. In questo senso è quindi fondamentale ricordare l’ingresso nel settore delle grandi multiutility quotate in borsa, Hera, Iren, A2A ed Acea, nelle quali la quota controllata dal pubblico rimane attorno al 51%, eccetto il caso Hera, dove la quota privata è ormai superiore al 52%.

Come è organizzato al giorno d’oggi il SII?

Per comprendere le logiche del SII è utile assumere il punto di vista del regolatore ARERA. Nel 2011, il SII è stato infatti sottoposto alla regolazione e controllo dei servizi idrici da parte di un’autorità amministrativa indipendente: l’Autorità dell’Energia Elettrica e del Gas (oggi Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente, ARERA). ARERA opera per garantire la promozione della concorrenza e dell’efficienza nei servizi di pubblica utilità e tutelare gli interessi di utenti e consumatori. L’authority definisce i confini del mercato idrico, vincolando l’azione dei gestori delle infrastrutture a tutela dei cittadini, ad esempio tramite la definizione di programmi di investimento, delle tariffe e dei livelli minimi di qualità del servizio, tra cui figurano le perdite idriche. (…)

I singoli gestori infrastrutturali costituiscono invece l’unità base del sistema di governance italiano, occupandosi della realizzazione degli investimenti nella rete idrica di loro competenza, e nell’erogazione del servizio idrico ai cittadini. Essendo i diretti responsabili del SII, vengono nominati dal terzo attore in campo, quello degli Ambiti Territoriali Ottimali (ATO), sotto la supervisione di ARERA, con il fine di garantire la struttura di governance necessaria all’efficiente funzionamento del servizio. Sono 286 i gestori attivi nel tessuto idrico nazionale, un numero in forte decrescita, dovuta alla volontà di integrare verticalmente le filiere per motivi di efficienza e trasparenza. (…)

Le regioni italiane, su iniziativa di ARERA, hanno quindi recentemente iniziato (dal 2016) un percorso verso l’unicità della gestione, definendo i 62 Ambiti Territoriali Ottimali (ATO) in cui è oggi suddiviso il territorio nazionale, con i relativi enti di governo. (…)

In quanto all’individuazione del gestore, la normativa prevede tre principali tipi di gestione ammessi: la partnership pubblico-privata (con affidamento in gara), l’affidamento in gara pieno, oppure l’affidamento in-house. (…)

Nonostante la forte presenza di soggetti privati, il 76% dei gestori è ad oggi a controllo pubblico. (…)

La situazione della gestione è quindi prossima alla stabilizzazione, e 60 ATO hanno identificato il gestore, mentre per le rimanenti è applicata la disciplina pro-tempore che regola la scadenza di alcune delle precedenti gestioni.(…)

Il controllo pubblico è però esercitato in larga misura tramite il controllo di società per azioni, S.P.A. di diritto privato, il cui scopo, nonostante la natura pubblica, è in ogni caso il profitto, profitto che i comuni utilizzano come fonte di finanziamento delle proprie amministrazioni in tempi segnati da indebitamento crescente delle piccole, medie e grandi amministrazioni. In Italia, tra le grandi città, solo Napoli ha infatti istituito un soggetto di diritto pubblico, sulla spinta dell’amministrazione De Magistris, mentre in altri contesti, come Parigi e molte altre città in Francia, tale pratica risulta diffusa. Ad oggi risulta però praticamente impossibile, per legge, la creazione di nuovi gestori a diritto pubblico da parte delle singole amministrazioni, vincolate dal  d.l. 133/2014 (c.d. “Sblocca Italia”) a seguire le indicazioni della regione a quindi assegnare un singolo gestore per ciascun ATO6.

Quali sono le principali spese di cui necessitano queste infrastrutture, e quali sono i più importanti attori nella loro gestione?

Solo nel decennio 2010-2020 il fabbisogno di investimenti nel SII è ammontato a 41 miliardi di Euro attraverso circa 50 mila interventi. Tipicamente, investimenti a contrasto delle perdite idriche, in fognatura e depurazione costituiscono il 70% del fabbisogno totale, non generando tuttavia ritorni economici significativi nel breve periodo. (…)

Gli elevati volumi di investimento e la periodicità fanno sì che le principali voci di spesa siano

affrontate al momento da comuni (42%) e da partecipate pubbliche (43%), che possono sopportare periodi di ritorno sugli investimenti estesi (…)

I principali player nel mercato dei servizi idrici sono tipicamente grandi aziende, con struttura del capitale mista (principalmente un ibrido tra pubblico e privato) e un rilevante grado di diversificazione geografica. Come si evince dalla Figura 3, tra i top 5 dei gestori per fatturato figurano aziende quali Hera, Acea e Ireti, attive in molteplici ATO sul territorio nazionale, con un fatturato cumulativo di €2.6 mld. Un’ulteriore suddivisione permette di evidenziare le tipologie monoservizio o multiservizi, data l’esistenza di economie di scopo tra SII e altri servizi di pubblica utilità quali gas e rifiuti, ad esempio in termini di strutture amministrative e network nell’attuazione degli interventi. In quest’ottica Acea e Ireti figurano come i più rilevanti multiutility, ossia aziende che operano su più mercati di pubblica utilità, e servono in totale circa 10 mln di utenti del SII, mentre tra coloro che si occupano esclusivamente del servizio idrico spiccano l’acquedotto pugliese S.P.A. e la società metropolitana acque Torino S.P.A., entrambe con capitale prevalentemente pubblico7.

Quali sono le principali criticità del SII?

La questione delle problematicità del SII è un terreno di scontro ideologico tra quanti sostengono la gestione industriale della risorsa idrica, come il think tank Orizzonti Politici dal quale abbiamo tratto gli estratti sopra citati, ed i soggetti che invece sostengono la necessità di una svolta partecipativa nella gestione della risorsa. Tale scontro si va quindi a concretizzare attorno al nodo del cosiddetto Water Service Divide, ovvero il divario esistente nella gestione delle risorse tra nord e sud. Se per Arera ed i soggetti di area libele l’innegabile divario va attribuito all’assenza di una gestione aziendale e privatistica della risorsa, il Forum Nazionale dei Movimenti per l’Acqua Pubblica accusano Arera di aver confezionato ad arte una narrazione tossica, finalizzata in ultima istanza a legittimare la privatizzazione del servizio in virtù dell’inefficienza della sua gestione pubblica.

La situazione è più critica soprattutto in alcune aree, sostanzialmente concentrate nelle regioni del Mezzogiorno.(…)

In questi territori, la gestione idrica è spesso affidata a modelli in economia, ovvero gestioni ad affidamento diretto (…). Più nel dettaglio, sono proprio le differenze tra modelli di governance, il diverso ammontare di investimenti dedicati alla risorsa idrica nelle varie macroaree nazionali, e i ritardi di pianificazione e operatività dei diversi ATO e degli Enti di Governo d’Ambito (Ega8) ad aver contribuito a creare quello che gli esperti hanno definito comeWater Service Divide”, ovvero il divario nazionale di qualità ed efficienza tra servizi idrici erogati al Nord e in alcune regioni del Centro, rispetto a quelli nel Sud e nelle Isole. (…)

Nelle regioni del Nord la dispersione media idrica si aggira attorno al 15%, al 2019, contrariamente alla situazione al Sud e nelle Isole dove lo stesso indicatore segna valori poco più bassi del 34%, nonostante il netto miglioramento rispetto al 2018 (47,3%).

In merito (…) alla continuità di erogazione dell’acqua, i dati ARERA per il 2019 evidenziano che le interruzioni del servizio acquedotto, misurato in ore/(anno per utente), oscillano tra lo 0,45 e lo 0,76 ore nelle zone del Nord Italia, aumentano di circa settanta volte nel Centro (33,29) e raggiungono valori esponenziali pari a 214,18 ore di interruzione al Sud e nelle Isole. Come sottolinea l’Autorità, le interruzioni massicce nel Mezzogiorno non riguardano interventi programmati o disservizi d’emergenza, ma piuttosto un fenomeno strutturale.(…)

Tra tutti, sei gestori, il cui servizio è offerto al 78% dei residenti analizzati dell’area Sud e Isole, sono stati categorizzati come scarsamente affidabili dai propri Enti di Governo d’Ambito9.

Radicalmente diverso è invece il punto di vista del Forum.

Non siamo in presenza di un Centro-Nord “moderno” e di un Mezzogiorno “arretrato”. La realtà è un po’ più complessa e variegata: senza nascondere i problemi esistenti in vaste aree del Sud, su cui peraltro bisognerebbe essere più seri sulle sue origini, va detto, in primo luogo, che questa suddivisioneCentro Nord da una parte e Sud dall’altra- è quanto meno equivoca e si presta a volute semplificazioni, quali quella famosa della “media del pollo”.

Ebbene, lì, a fronte di una media nazionale per cui le perdite arrivano ormai al livello abnorme del 42% nel 2018 ( dato ISTAT 2020), usando quella ripartizione tra Centro-Nord e Sud si arriva facilmente a sostenere la tesi di partenza. Ma se prendiamo il dato riferito alle singole Regioni, il quadro cambia non di poco: se è vero che le Regioni del Mezzogiorno stanno nella parte bassa di chi registra minori perdite, però il “ primato” negativo appartiene all’Abruzzo, con perdite che arrivano al 55,6% dell’acqua immessa in rete, seguita subito dopo dall’Umbria con il 54,6% e dal Lazio con il 53,1%. Risultati decisamente negativi poi li presenta il Friuli Venezia Giulia, che, con il 45,7%, si situa sotto le perdite delle Regioni Campania e Molise. Allo stesso modo, se prendiamo i Comuni capoluoghi di città metropolitana, i risultati peggiori si ritrovano a Cagliari, Messina e Catania, con perdite superiori alla metà dell’acqua immessa in rete, ma situazioni critiche, con valori che oscillano tra il 30 e il 45%, li troviamo anche a Napoli, Roma, Genova, Venezia e Firenze (e Torino, ndr).(…)

Le difficoltà e le criticità, sia pure in modo differenziato, sono relative a tutto il Paese. Se, per esempio, prendiamo un altro indicatore significativo, quello relativo agli investimenti realizzati, notiamo che essi, secondo quanto segnalato dalla relazione annuale ARERA del 2020, ammontano, in termini di media nazionale, nel periodo 2016-2019, a circa 44,5 €/abitanti/anno. Anche qui i dati sono disaggregati per macro-aree e quindi non consentono di svolgere una valutazione approfondita ( va detto, peraltro, che l’aggregato Sud e Isole ha realizzato investimenti pari a circa 35,5/ab/anno, quindi un dato distante, ma non così pesante come la narrazione sul divario Centro-Nord e Sud farebbe intendere). Quello che però balza agli occhi sono, però, altri due punti: il primo è che tutto il sistema Italia rimane molto indietro rispetto alla spesa media UE, che si colloca attorno ai 90 €/ab/anno e il secondo è che anche in questi ultimi anni, dove pure si favoleggia sulla ripresa degli investimenti, il loro livello è ancora inferiore a quanto realizzato nel periodo 1985-1990, prima che iniziassero i processi di privatizzazione, quando esso arrivava attorno ai 50 €/ab/anno10.

Che tipo di investimento prevede il PNRR?

Un’intera sezione del Pnrr (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), la cosiddetta “Missione 2”, è dedicata alla rivoluzione verde e alla transizione ecologica, sezione entro cui si fa diretto riferimento al servizio idrico integrato italiano. (…)

Il Piano riconosce quindi le carenze dell’attuale sistema e prevede un budget totale di 59,46 miliardi di euro per la rivoluzione verde e la transizione energetica, di cui 15,05 miliardi saranno indirizzati alla tutela del territorio della risorsa idrica. Nonostante tale budget possa sembrare adeguato, le risorse destinate alla sola gestione idrica scendono a 4,38 miliardi e rischiano di non essere sufficienti per soddisfare il fabbisogno di interventi che un efficientamento del servizio idrico richiederebbe. Secondo un’analisi ARERA, infatti, si stima che siano necessari 10 miliardi di euro per interventi di base, finalizzati alla riduzione delle perdite idriche e alla garanzie della fornitura d’acqua11. 

Secondo il Forum le misure adottate dal PNRR si collocano però nel solco della narrazione del Water Service Divide, andando a premiare la gestione industriale delle risorse idriche ed escludendo deliberatamente i soggetti che non abbiano ancora adattato il proprio sistema di governance alle norme del SII, e facciano ancora affidamento sui cosiddetti affidamenti “non conformi”. Il PNRR rischia quindi non solo di sostenere il processo di privatizzazione, ma anche di aumentare ulteriormente il Water Service Divide che apparentemente dovrebbe contrastare.  

Come emerge dal quadro qui dipinto, la situazione delle nostre acque è in effetti molto difficile, ed interventi di natura strutturale e radicale sarebbero a tutti gli effetti auspicabili. 

Quali sono allora le novità apportate dal decreto siccità? Questi i punti salienti evidenziati dal Governo in un comunicato stampa. 

  • L’istituzione di una cabina di regia fra i ministri e un commissario straordinario nazionale.

L’obiettivo di cabina di regia e commissario per la crisi idrica è individuare gli interventi necessari e realizzarli al più presto, “eliminando lungaggini ed ostacoli”, ovvero potendo arbitrariamente sorvolare su enti locali e organi di sorveglianza ma anche sui regolamenti che dovrebbero vigilare sulle procedure di costruzione, andando quindi a garantire un canale di relazione privilegiato tra governo e grandi aziende, tipico del modello grandi opere che il presente decreto incarna alla perfezione. In pratica, le due strutture avranno il potere di sostituire gli enti locali e i concessionari che non fanno le opere, e di attuarle al posto loro. La cabina di regia, presieduta formalmente dal premier, su delega è presieduta dal ministro delle Infrastrutture12. Comprende i ministri delle Infrastrutture, dell’Ambiente, del Pnrr, dell’Agricoltura, della Protezione civile, degli Affari regionali e dell’Economia, oltre al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega agli investimenti pubblici.

  • Quali sono i compiti della cabina di regia e del Commissario Speciale? 

In teoria, il suo primo compito sarebbe svolgere entro 30 giorni una ricognizione delle opere urgenti e di quelle da affidare al commissario straordinario, e in caso di inadempienza dei soggetti che devono realizzare le opere, può attivare i poteri sostitutivi del commissario. Il decreto prevede procedure accelerate e tempi certi per gli interventi di miglioramento dell’efficienza delle infrastrutture idriche e di dragaggio degli invasi. Quest’ultimo deve essere nominato entro 10 giorni dall’entrata in vigore del Dl con decreto del premier, e resterà in carica fino al 31 dicembre 2023, con l’incarico prorogabile di un anno. Avrà a disposizione una struttura fino a 25 persone. Il suo mandato è realizzare gli interventi urgenti di cui è incaricato dalla cabina di regia, monitorare la situazione su tutto il territorio nazionale e l’attuazione delle opere necessarie. Può intervenire con poteri sostitutivi in caso di inadempienza, previa delibera del Cdm, e può revocare le concessioni13.

  • Quali i principali interventi che il governo punta a realizzare?14
    • Un regime semplificato per le procedure di progettazione e realizzazione delle infrastrutture idriche che rinvia al modello PNRR; 
    • l’aumento dei volumi utili degli invasi;
    • la possibilità di realizzare liberamente vasche di raccolta di acque meteoriche per uso agricolo entro un volume massimo stabilito; 
    • il riutilizzo delle acque reflue depurate per uso irriguo; 
    • l’introduzione di notevoli semplificazioni nella realizzazione degli impianti di desalinizzazione (costosissimi).

Quali sono le criticità di questo provvedimento? 

Come sottolineato da Corrado Oddi, rappresentante del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua15, il presente provvedimento è problematico sotto 3 profili differenti.

  1. Infrastrutturale: logica delle grandi opere 

Nel  decreto e nelle dichiarazioni dei rappresentanti del governo è immediatamente visibile la completa assenza di ogni accenno alla necessaria opera di ammodernamento della rete idrica del SII, i cui acquedotti, ormai vetusti, disperdono oltre il 40% dell’acqua potabile, ed andrebbero ristrutturati. Si preferisce invece prevedere nuove grandi opere, come nuovi laghi artificiali, i cosiddetti grandi invasi, e nuovi impianti di desalinizzazione, quando il problema non sta tanto nel recuperare nuova acqua, ma piuttosto nel riuscire a non disperdere le risorse già estratte. Evidentemente però la possibilità di affidare grandi opere a grandi aziende risulta più interessante.

  1. Amministrativo: logica della “semplificazione”

La cosiddetta semplificazione amministrativa non punta alla creazione di un nuovo modello di governance, nonostante gli innegabili problemi presentati dal modello esistente, ma alla cosiddetta “semplificazione amministrativa” operata grazie all’intervento diretto dello stato centrali nelle veci del Commissario Speciale, che va a quindi sia ad eliminare  ogni forma di controllo sulle grandi opere previste e sia ad introdurre nuovi elementi di arbitrarietà ed imprevedibilità nella governance.

  1. Politico: logica emergenziale

Il problema politico è rappresentato dalla logica emergenziale incarnata dal presente decreto. La siccità, come il cambiamento climatico e la crisi ecologica, sono qui per restare. Il governo, rifiutandosi di comprendere la natura permanente e strutturale del problema, non può così che limitare la propria azione a misure in larga misura propagandistiche, palliative nel migliore dei casi e più spesso abbastanza chiaramente indirizzate a favorire le grandi imprese destinate alla realizzazione delle grandi opere. 

Nonostante la loro natura fondamentalmente propagandistica, in altri casi tali politiche potranno invece rivelarsi un vero problema per i cittadini, come nel caso in cui il governo decida di ricorrere al razionamento del consumo d’acqua, nonostante questo non incida che in minima parte sulla risorsa.

Una politica lungimirante dovrebbe saper mettere in discussione l’intero impianto della gestione idrica, andando innanzitutto a scardinare il dogma della sua gestione privata, e in secondo luogo dovrebbe spingere il settore agroindustriale ad una trasformazione radicale, affinché la produzione agricola possa fare i conti con un cambiamento climatico che è qui per restare. Colture idroesigenti, come il mais, o anche gli stessi allevamenti intensivi, non sono ormai più compatibili con la disponibilità d’acqua.  

Siccità, crisi ecologica e nuove emergenze

Negli ultimi anni il tema siccità ha smesso di rappresentare una lontana catastrofe umanitaria o una nefasta premonizione ambientalista per farsi crisi sociale, economica e politica, qui ed ora, da noi, nell’opulenta ed industrializzata pianura padana quanto nelle aree interne e spopolate.

La siccità è una manifestazione concreta della crisi del regime ecologico capitalista e del cambiamento climatico in atto, crisi che si è espressa negli anni in una pluralità di intensità e temporalità.

Dalla scala globale raggiunta dalla crisi pandemica, fino alla scala locale delle tragedie dimenticate vissuta nelle aree di sacrificio avvelenate dalle produzioni nocive, tale crisi ecologica mette in pericolo le fondamenta stesse della civiltà capitalista, rendendo sempre più complessa la riproduzione della vita, umana e non umana, dalla quale la macchina capitalista continua ad estrarre valore. La crisi della riproduzione della vita si fa crisi della riproduzione del capitale, e nuovi strumenti vengono messi in campo al fine di trasformare ancora una volta tale crisi in opportunità. 

Viene quindi ripensato tanto il governo della sfera produttiva, adattando gli strumenti dell’economia politica all’esigenza di colossali investimenti in grandi opere o nell’innovazione tecnica posti dalla scarsità delle materie prime, quanto il governo della sfera riproduttiva, introducendo, attraverso il ricorrente ricorso a politiche emergenziali, misure biopolitiche capillari ed individualizzate finalizzate al disciplinamento di corpi viventi sempre più ammalati e di territori sempre più avvelenati e fragili.

Mentre ogni misura punta a rendere la società (o meglio, l’economia e le strutture di potere che questa sostiene) resiliente al cambiamento in atto, le cause strutturali del cambiamento stesso non vengono messe in discussione, e oltre la vuota retorica della transizione ecologica, la sola risposta dei governi a tale crisi appare essere il ricorso a nuove ed inefficaci politiche di emergenza. Sta ai territori ed alle comunità costruire un’opposizione e un’alternativa.

Ecologia Politica Torino 

ecologiapoliticatorino@autistiche.org

1Tratto da Agricolae.eu. Bozza del decreto legge. Disposizioni urgenti per il contrasto della scarsità idrica e per il potenziamento e l’adeguamento delle infrastrutture idriche. (ultima consultazione 13.04.23)

https://www.agricolae.eu/wp-content/uploads/2022/07/BOZZA-D.L.-CONTRASTO-SICCITA.pdf

2Sole24ore. 09.04.2023. Acqua, arriva il commissario anti siccità ma resta una babele con 30mila enti. Prima pagina.

3ANBI. Chi siamo? (Consultato 12.04.2023) https://www.anbi.it/p/chi-siamo 

4Senato della Repubblica IX Commissione Agricoltura. Associazione Nazionale Consorzi Gestione e Tutela del territorio e acque irrigue. Indagine conoscitiva sui consorzi di bonifica, irrigazione e valorizzazione dell’ambiente.  2020. I Consorzi di bonifica front office per le politiche di contrasto al cambiamento climatico e di governo delle acque irrigue verso la transizione ecologica. Roma. Edizioni Polistampe.  https://www.anbi.it/public/sezioni/def-indagine-conoscitiva-ix-commissione-anbi-imp—copia-pdf-20220412151017.pdf 

5Orizzonti Politici. 30 Settembre 2022.  Dal 900 a oggi: la storia delle risorse idriche in Italia. https://www.orizzontipolitici.it/storia-risorse-idriche-in-italia-dal-900-a-oggi-storia-delle-risorse-idriche-in-italia/ 

6 Per un’altra città. 2014. Si sbloccano le lobby, altro che l’italia. il caso dell’acqua e dei servizi pubblici locali.https://www.perunaltracitta.org/2014/11/11/si-sbloccano-le-lobby-altro-che-litalia-il-caso-dellacqua-e-dei-servizi-pubblici-locali/ 

7Orizzonti Politici. 30 Settembre 2022. Alla scoperta del Servizio Idrico Integrato: così si sprecano le risorse idriche in Italia. https://www.orizzontipolitici.it/gestione-risorse-idriche-italia-alla-scoperta-del-sii-cosi-si-sprecano-le-risorse-idriche-in-italia/ 

8Gli Enti di Governo dell’Ambito (EGA) sono gli organismi individuati dalle Regioni per ciascun Ambito Territoriale Ottimale ai quali partecipano obbligatoriamente tutti i Comuni ricadenti nell’ATO ed ai quali è trasferito l’esercizio delle competenze dei Comuni stessi in materia di gestione delle risorse idriche, ivi compresa la programmazione delle infrastrutture idriche.

https://www.arera.it/atlante/it/idrico/capitolo_1/paragrafo_2/%20domanda_2a.htm

9Orizzonti Politici Di Orizzonti Politici – 30 Settembre 2022. Perché il Water Divide è alla base dei problemi delle risorse idriche in Italia.

10Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua. 09.10.2021. Il pretesto infondato del “water service divide” per rilanciare un nuovo ciclo di privatizzazioni del servizio idrico. (Consultato il 13.04.2023) https://www.acquabenecomunetorino.org/index.php?view=article&id=1619:il-pretesto-infondato-del-water-service-divide-per-rilanciare-un-nuovo-ciclo-di-privatizzazioni-del-servizio-idrico 

11Orizzonti Politici Di Orizzonti Politici – 30 Settembre 2022. Perché il Water Divide è alla base dei problemi delle risorse idriche in Italia.

12Cartoni Morti. 2019. Salvini l’aggiustatutto. https://www.youtube.com/watch?v=e-u-W03SgYk&ab_channel=CARTONIMORTI 

13Sole24ore. 06.04.2023. Ok Cdm a decreti siccità e Pa: oltre 2mila assunzioni per forze dell’ordine. Ricercatori, fino al 30% di stipendio in più. https://www.ilsole24ore.com/art/in-cdm-decreti-siccita-con-commissario-straordinario-e-pa-torna-ddl-concorrenza-AEv2CaED 

14Governo Italiano Presidenza del Consiglio dei Ministri. 06.04.2023. Comunicato stampa del Consiglio dei Ministri n. 27. https://www.governo.it/it/articolo/comunicato-stampa-del-consiglio-dei-ministri-n-27/22290  

15Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua. Home. (consultato il 14.04.2023) https://www.acquabenecomune.org/ 

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