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Dialogo sopra un libro, un virus ed altri “smottamenti”

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Riprendiamo da Il Lato Cattivo questa interessante intervista a Raffaele Sciortino
 

   È già da qualche tempo che avevamo intenzione di parlare del libro di Raffaele Sciortino, I dieci anni che sconvolsero il mondo. Crisi globale e geopolitica dei neopopulismi (Asterios, Trieste 2019). Si tratta di un contributo importante per la teoria comunista, uno dei rari provenienti dall’arido contesto italiano. Contributo importante – dicevamo – perché riesce a tenere assieme, in una visione articolata e di ampio respiro, il corso economico del modo di produzione capitalistico nel decennio inaugurato dalla crisi mondiale del 2008, con quello delle relazioni internazionali e della lotta di classe nelle sue forme di manifestazione peculiari, in un fertile tentativo di comprendere come questi diversi piani agiscano gli uni sugli altri. In ciò risiede la differenza rispetto alla gran parte della pubblicistica consacrata a questi temi ognuno per sé, non da ultimo per la capacità dell’Autore di intuire il punto di caduta verso cui si dirige il movimento reale – nel bene e nel male, ovvero nei suoi esiti possibili tanto potenzialmente sovversivi quanto eventualmente disastrosi.

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I nostri quattro lettori sanno che non siamo usi a piaggerie. Ma quando –in ambito teorico o pratico –qualcosa di proficuo, valido o stimolante da altri viene fatto, e fortuna vuole che ce ne giunga notizia, non esitiamo certo a darne atto.

È già da qualche tempo che avevamo intenzione di parlare del libro di Raffaele Sciortino, I dieci anni che sconvolsero il mondo. Crisi globale e geopolitica dei neopopulismi(Asterios, Trieste 2019). Si tratta di un contributo importante per la teoria comunista, uno dei rari provenienti dall’arido contesto italiano. Contributo importante –dicevamo –perché riesce a tenere assieme, in una visione articolata e di ampio respiro, il corso economico del modo di produzione capitalistico nel decennio inaugurato dalla crisi 2 mondiale del 2008, con quello delle relazioni internazionali e della lotta di classe nelle sue forme di manifestazione peculiari, in un fertile tentativo di comprendere come questi diversi piani agiscano gli uni sugli altri. In ciò risiede la differenza rispetto alla gran parte della pubblicistica consacrata a questi temi ognuno per sé, non da ultimo per la capacità dell’Autore di intuire il punto di caduta verso cui si dirige il movimento reale –nel bene e nel male, ovvero nei suoi esiti possibili tanto potenzialmente sovversivi quanto eventualmente disastrosi.

La rilevanza accordata al piano delle relazioni internazionali non mancherà di far storcere il naso a qualcuno, e vale la pena spendere qualche parola al riguardo per difenderne la legittimità. In termini generali, la rinnovata intensità della contesa nell’arena geopolitica è in tutta evidenza un tratto saliente del periodo aperto dalla crisi del 2008. Tutte le questioni che la mondializzazione, nella sua fase ascendente, sembrava aver spazzato via per sempre tornano all’ordine del giorno in forme anche inedite. È in questo quadro complessivo che si inscrive il cosiddetto “ritorno della geopolitica”: guerra dei dazi fra Cina e Stati Uniti, tensioni crescenti all’interno dell’Unione Europea fra paesi del Sud e paesi del Nord, riconfigurazione in divenire di tutta l’area denominata MENA (Middle East North Africa)… la lista non è esaustiva, ma basta a rendere l’idea.

Quale rapporto con la lotta di classe? Piaccia o meno, le classi e le lotte che le oppongono non evolvono in un “ambiente sterile”, purificato da ogni circostanza perturbatrice. Fra queste, l’attività geostrategica delle varie frazioni e fazioni statal-capitalistiche è, in misura maggiore o minore, sempre presente. Essa non può far sorgere dal nulla determinate forze sociali quando non esistono, né “manipolarne” l’attività in assenza di interessi obiettivamente convergenti, ma è ben in grado di accentuarne certi aspetti piuttosto che altri, di potenziarne l’onda d’urto locale o la risonanza internazionale, e –soprattutto –di inchiodarle con ciò stesso ai loro limiti momentanei o intrinseci. La “strumentalizzazione” geopolitica degli antagonismi sociali è una vecchia storia: non è scomparsa con l’implosione del Blocco dell’Est, e gli esempi contemporanei –dal Venezuela a Hong Kong –certo non mancano. Dal punto di vista della teoria comunista, è fondamentale riconoscere la realtàdi questa “surdeterminazione” esercitata dalla politica internazionale sulle lotte di classe “domestiche” (giacché normalmente agganciate ai loro rispettivi perimetri nazionali, non fosse che a mo’ di vettore), depurandola quanto più possibile dal carattere di spy story, e riconducendola dunque all’operato non di onnipotenti burattinai su un materiale storico-sociale malleabile a piacere, ma di forze sociali alle prese con circostanze che non scelgono, e prive di controllo sui risultati della propria praxis. Ma questo ancora non basta. Bisogna altresì far intravedere il punto di rottura possibile, il momento di reversibilitàoltre il quale le lotte di classe “domestiche” possono scompaginare la politica internazionale invece di esserne meramente “surdeterminate”. È a quest’unità dialettica fra analisi del presente e prefigurazione del futuro, tra biologia e necrologio del capitale, che dobbiamo tendere. I dieci anni che sconvolsero il mondocostituisce, in questo senso, un avanzamento notevole. Un paio di mesi fa abbiamo inviato alcune domande all’Autore, in parte incentrate sul libro e in parte sulla scottante attualità–Covid-19, petrolio etc. Ne è venuto fuori quanto segue. Molti sono i nodi messi in evidenza da questo confronto a restare irrisolti, le articolazioni che meriterebbero ulteriori discussioni e approfondimenti. Per il momento, il fatto di poter constatareuna prossimità (di orientamenti, di linguaggi, di preoccupazioni etc.) è già molto. Ci auguriamo che in un futuro prossimo ci sia modo di sviscerare a fondo le divergenze. Il dialogo continua…

Il Lato Cattivo, giugno 2020

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