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GEOPOLITICA ENERGETICA (I)

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LA SITUAZIONE ENERGETICA EUROPEA IN TEMPO DI GUERRA

Da Malanova.info

Con l’inizio dell’azione militare russa in Ucraina si è, fin da subito, registrato un ulteriore aumento dei prezzi delle commodities energetiche che, in realtà, avevano ancor prima della guerra, iniziato la corsa in salita. Nella borsa londinese il petrolio Brent ha superato i 103 dollari al barile andando oltre il primato del 2014 di 100 dollari al barile. Identica dinamica per il gas; ad Amsterdam, riferimento per il mercato europeo del gas, il costo è aumentato di oltre il 25% arrivando sui 130 euro/MWh. Questi balzi li riscontriamo alla pompa di benzina e sulle bollette relative alle utenze casalinghi. Non si sono fatti attendere, ovviamente, aumenti nel settore dei trasporti (con blocchi in varie parti d’Italia) e sui beni alimentari.

Nel pieno di una possibile guerra energetica in Europa, sabato 12 marzo la Finlandia ha avviato la sua nuova centrale nucleare “Olkiluoto 3”, la più potente d’Europa, che si andrà ad aggiungere ai quattro reattori nucleari già in funzione che forniscono il 30% del fabbisogno elettrico finlandese. Un reattore da 1,6 gigawatt per la cui costruzione ci sono voluti 12 anni e che ha iniziato la produzione di prova a poco più di 0,1 gigawatt per poi andare a regime entro quest’estate. L’economista Alexander Esser ha affermato all’agenzia Reuters che Olkiluoto 3 ridurrà la dipendenza dalle importazioni della Finlandia e diventerà una zona di prezzo più conveniente. L’intento, come afferma l’operatore Teollisuuden Voima (Tvo), è quello di ridurre l’importazione di energia dalla Russia così come da altri Paesi quali Svezia e Norvegia.

Anche il settore nucleare privato scalda i motori. L’azienda inglese Tokamak Energy è riuscita recentemente a far raggiungere al plasma 100 milioni di gradi Celsius all’interno del proprio reattore tokamak sferico ST40. Cinque anni e 50 milioni di sterline per raggiungere una temperatura di quasi sette volte quella del nucleo del Sole. L’azienda non ha comunicato per quanto tempo il plasma è stato mantenuto alla temperatura record, ma il raggiungimento è stato verificato da un comitato scientifico indipendente di esperti internazionali.

La via aperta da questa azienda è quella della produzione di energia da fusione commerciale a basso costo. Se dovesse andare in porto (l’azienda parla del 2030), sarebbe la prima prodotta nel settore privato. La fusione nucleare, una volta resa commercialmente praticabile, richiede meno spazio per l’installazione e, vista la sua presunta e propagandata sicurezza intrinseca, dovrebbe consentire la costruzione dei reattori in aree molto più vicine ai centri abitati e industriali.

Crisi energetica e guerra a parte sembra che la tanto propagandata transizione energetica dovrà passare per nucleare, gas e idrogeno, tant’è che dieci Paesi europei, guidati dalla Francia, hanno firmato una lettera a sostegno del nucleare, definendola “una fonte energetica pulita e sicura” mentre le nuove strategie UE per il gas e l’idrogeno stanno facendo il resto.

Il 23 Febbraio, il ministro Cingolani ha effettuato una comunicazione in parlamento in cui affermava che “In Italia abbiamo ridotto la produzione dai 17 miliardi di metri cubi del 2000 a poco più di 3 miliardi del 2020. In 20 anni siamo scesi da 17 a 3 a fronte però di un consumo globale costante. Abbiamo ridotto la nostra produzione ma a parità di gas consumato, e importato, quindi senza beneficio ambientale ma sicuramente con un disinvestimento dal punto di vista dell’industria nazionale. Abbiamo introdotto un nuovo paradigma sulla produzione di gas naturale che punta a incrementare la produzione nazionale sui giacimenti esistenti, così da ridurre la dipendenza dall’estero e a introdurre meccanismi semi regolati per contenere l’impatto sui prezzi. Il recente Dl energia prevede un incremento della produzione nazionale di 2,2 miliardi di metri cubi consentendo di arrivare a una produzione nazionale globale di circa 5 miliardi di metri cubi. Su 70 e passa miliardi non è un granché? Intanto recupera parzialmente questo sbilanciamento nel rapporto fra gas importato e gas prodotto, tenuto conto che la somma è costante e così l’impatto ambientale”. La crisi in corso porta a fare ulteriori riflessioni sull’evoluzione del mix energetico – aggiunge il ministro – imprescindibile accelerare lo sviluppo delle rinnovabili per contenere l’impatto su prezzi, ma in parallelo, data l’inevitabilità del gas come combustibile di transizione per i prossimi anni, si dovranno esplorare tutte le opportunità per diversificare ulteriormente il mix dei paesi di approvvigionamento, incluso il rafforzamento del corridoio sud e le capacità di rigassificazione anche tramite terminali galleggianti, oltre all’incremento di produzione nazionale a scapito delle importazioni. Il mio algoritmo è semplicissimo: se tengo il gas totale costante, quindi lo stesso impatto ambientale che nel tempo dovrà diminuire, meglio che lo produco in casa mia che importarlo, almeno è più gestibile”.

La guerra ha portato grosse complicazioni per il nostro paese considerando il fatto che quasi il 60% dell’elettricità​ in Italia viene ancora prodotta con il gas che importiamo per quasi il 90%. Direttamente dalla Russia ci arriva il 45% delle importazioni di gas (dai dati ministeriali sul 2021 risulta che il 39,9% dell’import passa dal Tarvisio, più esattamente il 38,2% della domanda italiana di metano). Il nostro consumo annuo è stimato in oltre 76 miliardi di metri cubi di gas e l‘aumento della produzione nazionale prevista dal governo ci farebbe arrivare a 5 miliardi di metri cubi di autoproduzione nazionale. Assolutamente insufficienti a colmare il gap. Anche per questo tutti i ministeri sono attivi nel firmare accordi con altri stati per recuperare i metri cubi mancanti qualora la Russia chiuda i rubinetti riversando verso la Cina il fiume gassoso. Il tema dell’energia, quindi, risulta fondamentale in vari dossier che vanno dal cambiamento climatico (energie rinnovabili), agli assetti geopolitici fino ai principali temi economici come la produzione agricola o i trasporti.

Il quadro si complica considerando che le politiche di transizione alle cosiddette energie rinnovabili si basano sull’utilizzo del meno inquinante gas al posto del petrolio. Non una grande invenzione ma questa è la creatività della politica europea. Proprio per questo motivo l’Unione Europea ha varato imponenti sanzioni finanziarie sulla Russia escludendo però il settore energetico. Inoltre si sono arenati molti discorsi sull’accantonamento delle altre fonti energetiche non rinnovabili come il carbone e il nucleare che sta ritornando prepotentemente di moda salvo poi tremare dinanzi alle pesanti complicazioni e ai pericoli legati ai bombardamenti delle centrali nucleari ucraine. Ad ogni modo, visto che per la costruzione di una centrale nucleare occorrono diversi anni, nel breve termine il problema permane.

A questo punto il dibattito si sta spostando verso le energie rinnovabili “tradizionali” in un mix che consentirebbe la produzione di idrogeno verde più facilmente stoccabile rispetto alle problematiche batterie, più simile nell’impiego ai combustibili fossili e utilizzabile facilmente anche per le industrie pesanti e i trasporti sulle lunghe distanze.

Proprio di questo si occupa la “Hydrogen strategy”, dell’UE. Secondo Bruxelles, combinando la produzione domestica di Idrogeno verde con le importazioni di idrogeno e ammoniaca da diversi partner commerciali in Africa e Asia si potrebbe sostituire circa metà del gas fossile attualmente acquistato a livello Ue dalla Russia. 

In effetti sembrerebbe profetico, ma di fatto era soltanto analitico, un nostro articolo del 2021 che prendeva in esame la stessa tematica. Fosse stato scritto oggi lo avremmo definito complottista, il solito discorso sulla guerra che scoppia per motivi economici o per l’accaparramento delle materie prime anche energetiche. Frodare la Russia facendo la corte all’Ucraina, posizionandosi bene nell’Africa del nord luogo delle ultime rivoluzioni colorate e di un’altra ignobile operazione militare contro la Libia del dittatore Gheddafi senza la copertura legale e democratica di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU: Il piano nazionale per lo sviluppo e la produzione dell’idrogeno, per essere capito complessivamente, va necessariamente inquadrato nel contesto generale europeo. I due documenti di riferimento, la Strategia europea sull’idrogeno e il Piano d’azione di Hydrogen Europe, puntano inequivocabilmente su un doppio binario produttivo: la metà del fabbisogno programmato di idrogeno verde o di elettricità rinnovabile sarà prodotta fuori dai confini dell’Unione Europea. L’Hydrogen Europe è stato già approvato dalla Commissione e prevede il raddoppio della produzione degli elettrolizzatori – “2×40 GW Hydrogen Initiative” – necessari a trasformare l’energia rinnovabile del sole e del vento in idrogeno verde. Metà degli elettrolizzatori, necessari per produrre 40 GW, saranno dislocati in Ucraina e Africa. Alla fine dei conti non è altro che la riproposizione in chiave green del rapporto coloniale che storicamente ha caratterizzato l’Europa rispetto al fabbisogno di combustibile fossile necessario per soddisfare il fabbisogno energetico interno. Un rapporto coloniale che sottende inoltre un ricorso a fonti energetiche che di rinnovabile hanno ben poco se si pensa che in Ucraina le due aziende che hanno sottoscritto un patto di collaborazione con l’UE per la produzione di idrogeno sono l’industria del gas Naftogaz e l’Energoatom, gestore di una centrale atomica. L’idrogeno in questo caso cambia colore e, da verde, diventa “rosa”: mediante il processo dell’elettrolisi (con la scissione delle molecole di acqua attraverso l’uso dell’elettricità, per intenderci) l’industria del nucleare escogita l’ennesimo tentativo di ritornare competitiva nel mercato dell’energia (link al nostro articolo di approfondimento sul tema).

asd

Se mettiamo in parallelo il dibattito odierno sulla riesumazione del nucleare con il discorso neocoloniale che tracciava una linea ideale tra nord Africa e Ucraina capiamo come anche i conflitti e i movimenti del capitalismo siano scritti nei documenti ufficiali della politica europea serva delle grandi imprese multinazionali, energetiche e non. Ribadisce ancora una volta l’importanza dell’analisi per avere una qualche possibilità di afferrare il toro dalle corna e non dalla coda!

La redazione di Malanova

 

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