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Note di geopolitica sulla guerra in corso

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Qualsiasi sia l’epilogo, nella speranza che l’intensificazione dei colloqui diplomatici abbia successo nel più breve tempo possibile, l’invasione russa dell’Ucraina cristallizza fratture e rapporti di forza nello scacchiere geopolitico globale.

In questo articolo, partendo da una breve genesi geopolitica del conflitto, si cercherà di evidenziare nodi, criticità e posizionamenti dei maggiori attori della politica internazionale: UE, USA e Cina.

Breve genesi dell’invasione

La Russia ha mostrato la propria “mano”. La minaccia di un ingresso dell’Ucraina nell’alleanza atlantica (NATO) ha innescato ciò che tutte le cancellerie d’Europa, ed intelligence annesse, pensavano fosse pressoché impossibile, un’invasione russa su tutto il territorio ucraino.

Stessa miopia non si può attribuire alla Casa Bianca e alla CIA, ma ci torneremo.

Un’invasione studiata per durare il tempo necessario al conseguimento di un risultato vitale, rendere l’Ucraina militarmente neutrale, costi quel che costi.

La centralità dello spazio ucraino nel perimetro di difesa russo è evidente osservando una cartina geografica. Il confine tra i due paesi è lungo 1576 km e si può definire quasi del tutto artificiale, ossia non vi sono naturali fratture geografiche e l’unico elemento di discontinuità olografica è dato dalla presenza del “rialto centrale russo”, area collinare con un’altezza media di 230 metri.

Com’è noto, la Russia post-sovietica non ha mai smesso di considerare l’autonomia Ucraina come un errore storico-strategico da correggere o almeno da contenere.

L’elemento storico è dato dalla lungimiranza intellettuale di Lenin che già nei primi anni di espansione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche invocava per il popolo ucraino, ma in generale per i non russi, la libertà di adesione al progetto comunista, facendo dell’autonomia di scelta e posizionamento un cardine della sua idea di rivoluzione internazionale. (si veda un suo articolo apparso sulla Pravda il 1° gennaio 1920 allegato in fondo). (1)

Putin e l’apparato militare russo, non potendo cancellare la storia dell’URSS e l’identità ucraina, erano e sono consapevoli della possibilità, attiva o reattiva, di riacquisire il controllo strategico e solidificare il punto debole del proprio perimetro di difesa.

Kharkiv, la più importante città a nord-est ed uno dei teatri più duri del conflitto in corso, si trova ad “appena” 700 km da Mosca. Uno spazio, come sottolineato sopra, olograficamente liscio che permette in poche ore di raggiungere la Capitale così come altri luoghi strategici del “core” di sicurezza russo.

Discorso analogo può essere fatto per l’area del Donbass (est) per la quale non bisogna farsi abbindolare dalla propaganda del Cremlino. Nel suo discorso alla nazione il giorno dell’invasione, Putin ha posto le sofferenze, sia chiaro reali, degli abitanti russi della regione come elemento nodale dell’invasione.

Tuttavia, la volontà russa di ricongiungere Donbass (Donetsk, Luhansk) e Crimea alla madre patria, non è dettata dalla magnanimità di Putin per quanto successo nel post-Maidan, ma è mossa sia da elementi demografici, etnici, ed economici, ma soprattutto dalla necessità vitale di rafforzare l’attuale barriera protettiva alle risorse petrolifere, gassose e minerarie del Caucaso.

Non è un caso fortuito che l’odierno conflitto si stia svolgendo nelle stesse aree dove i nazisti tedeschi tentarono lo scacco matto all’URSS con l’operazione “barbarossa” nel 1941-43.

Rostov e Volgograd (all’epoca Stalingrado) si trovano esattamente in quella direttrice geografica e l’Ucraina non era solo il granaio della Russia ma anche il punto di ingresso per chi volesse tagliarle l’energia.

Questa descrizione della rilevanza militare-securitaria dell’Ucraina deve essere affiancata e messa in relazione ad un ulteriore punto debole geografico del perimetro russo: l’area baltica dove sorgono le repubbliche di Lituania, Lettonia ed Estonia.

Com’è noto, a partire dalla dissoluzione dell’URSS (8/12/1991), gli Stati Uniti si sono impegnati in un progressivo allargamento della NATO verso est, volta ad integrare nell’organizzazione militare molti paesi una volta appartenenti al patto di Varsavia.

Tra il 1997 e il 2004: Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca (1997), Slovenia, Slovacchia, Bulgaria, Romania e le tre già citate Repubbliche baltiche (2004) entrano ufficialmente a far parte della NATO.

Questo allargamento a est, da un punto di vista securitario, non è stato meno grave in termini di minaccia al perimetro difensivo russo, tuttavia rispecchiava i rapporti di forza vigenti nella stagione dell’unipolarismo statunitense (1991-2008).

Infatti, a cavallo tra i due secoli, la “ricostruzione” russa era in pieno svolgimento dopo la profonda crisi sperimentata nel 1998 con il crollo del Rublo, conseguenza della terapia d’urto di liberalizzazioni e privatizzazioni imposta dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) per “sanare” il socialismo sovietico.  

Quindi, quando le Repubbliche baltiche entrarono a far parte della NATO, portando l’alleanza militare “occidentale” a poche centinaia di km da San Pietroburgo, Mosca e Kaliningrad, l’apparato politico guidato da Putin non aveva alcuna possibilità di bilanciare il potere statunitense e la voglia di rivalsa delle ex Repubbliche Sovietiche.

Tra il 2004 e il 2014, la “situazione” NATO è rimasta stabile, con la diplomazia e l’esecutivo russo che hanno sempre sbandierato la promessa non scritta degli Stati Uniti di fermarsi a quel quadro e di non includere l’Ucraina nell’Alleanza.

Come è chiaro alla luce dell’invasione odierna, Mosca considerava l’Ucraina, e la sua anche solamente paventata ammissione nella NATO, una linea da non superare e per la quale era disposta a ricordare al mondo intero che essa ha ricostituito la propria forza militare (secondo esercito al mondo), e che la minaccia o deterrenza nucleare non è a senso unico.

Quello a cui stiamo assistendo oggi non è il delirio folle di un leader solo al comando ma la prima manifestazione bellica in Europa dell’erosione del potere egemonico statunitense.

Da un punto di vista europeo, si può affermare che la stabilità egemonica statunitense (pax americana) è giunta al termine.

 

L’Europa

L’erosione dell’egemonia statunitense negli ultimi venti anni non ha però prodotto un’indipendenza politica del “vecchio continente”, anzi i satelliti europei dell’impero sembrano essere i più danneggiati dal disordine mondiale nel quale sguazza l’establishment militare a stelle e strisce.

Nel conflitto civile ucraino scoppiato nel 2014, l’Unione Europea non ha percorso una strada autonoma che scongiurasse un allargamento del conflitto e mitigasse le tensioni con il Cremlino.

L’UE è rimasto l’attore più debole e con più da perdere. Da un lato, ha seguito la tattica sanzionatoria statunitense avviata dopo l’agile occupazione russa della Crimea nel 2014, dall’altro è rimasta fortemente dipendente da Mosca per quanto riguarda l’approvvigionamento energetico.

Il comportamento della Germania è forse il più emblematico per comprendere il disorientamento europeo. Nei primi anni duemila, il cancelliere social-democratico Gerhard Schröder, che oggi siede nel CDA di Gazprom, promosse la costruzione dell’ormai celeberrimo North-Stream 2, raddoppio del gasdotto che dalla sponda russa attraversa il mar Baltico fino alle coste tedesche.

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In foto: Fillon, Merkel, Medvedev e Rutte alla cerimonia di inaugurazione del North Stream 1 nel 2011 (in ordine Primi Ministri di Francia, Germania, Russia e Olanda).

Questo progetto, ormai completo, ha avuto un costo di 15 miliardi e non è mai entrato in funzione per le crescenti tensioni tra UE e Russia sulla questione ucraina, ma più in generale è stato fortemente avversato dagli Stati Uniti che lo hanno identificato simbolicamente come un eccessivo ed irreversibile legame economico-energetico tra l’UE e la Russia.

Negli ultimi trent’anni, paesi come la Germania, l’Austria e l’Italia hanno impostato la rete energetica del proprio apparato industriale sulla facilità e l’economicità nel reperimento di gas e petrolio dalla Russia, portando la loro dipendenza intorno al 45% del totale.

Nonostante le strilla di stampa e politica con l’elmetto, gli stati maggiori delle nazioni europee sono consapevoli che non si può fare la guerra a chi ti dovrebbe rifornire l’energia per farla.

Anche se pubblicamente negano, Draghi, Scholz e compagnia hanno dovuto fare pressioni agli statunitensi per plasmare delle sanzioni molto selettive.

L’esclusione della Russia dal circuito di transazioni finanziarie denominate in dollari (SWIFT) è stato molto parziale, infatti le maggior banche operanti nell’ambito energetico non sono state incluse nel pacchetto sanzionatorio, e come ci ricorda il Ministro per la transizione energetica Cingolani, l’offerta energetica russa non è stata minimamente modificata e i gasdotti dalla Russia all’Europa (Yamal, Brotherood, e Soyuz) sono perfettamente attivi e operativi.

L’UE sembra ancora una volta essersi supinamente ancorata alle scelte statunitensi perseguendo il disordine. Una politica estera europea indipendente dovrebbe biecamente e opportunisticamente cercare la risoluzione del conflitto ad ogni costo anche a spese della continuità territoriale ucraina. Invece, seguendo gli USA, ha deciso di diventare co-belligerante sia in termini di narrativa sia materialmente con il supporto bellico fornito all’Ucraina.

Alle nostre latitudini è emblematico quanto successo lo scorso weekend a Firenze, dove il sindaco Dario Nardella (PD, renziano) ha costruito una manifestazione teoricamente per la pace ma animata dall’intervento del Premier ucraino Zelensky che, come è solito fare quotidianamente ormai, invita il mondo occidentale all’ingresso in guerra attraverso il lancio di una no-fly zone sul suo paese.

Il fatto che la platea, presuntamente pacifista e progressista, abbia applaudito a tale richiesta rende il tutto molto orwelliano.

Scioccata dal “ritorno della storia”, l’UE sta intraprendendo la cupa strada del riarmo, con tutti i maggiori paesi che proclamano la propria crescita delle spese militari al 2% del PIL.

Per quanto ci riguarda, il parlamento italiano ha approvato il 16 marzo un aumento del 50% delle spese militari da circa 25 a 38 miliardi annui e il ministero della difesa inoltra circolari circa preparazioni belliche da accelerare.

Mentre la Germania a trazione social-dem di Scholz annuncia un piano da 100 miliardi in spese militari, così come fatto dal Giappone negli ultimi 8 anni. Se non sono brutti presagi questi…

 

Gli USA

Gli Stati Uniti si godono la vicenda dalla loro privilegiata posizione insulare. Come sottolineato all’inizio del testo, non si può attribuire agli USA la stessa negligenza delle intelligence e degli esecutivi europei. Biden, il Pentagono e la CIA paventavano l’ipotesi dell’invasione da settimane.

I dettagli di queste dinamiche sono fuori dalla nostra portata, tuttavia è chiaro che gli Stati Uniti fossero consapevoli della minaccia e delle pressioni che stavano imponendo a Mosca attraverso un nazionalismo ucraino voglioso di entrare a far parte della NATO.

L’establishment militare USA era ed è cosciente che l’accesso al territorio ucraino avrebbe rappresentato l’ultimo tassello per mettere sotto scacco il perimetro di difesa russo.

Questa “provocazione”, e il conseguente conflitto, nel breve periodo potrebbe fornire agli USA nuovi vantaggi strutturali per la prosecuzione del proprio dominio globale.

In primo luogo, questa guerra potrebbe generare una frattura insanabile tra Russia e UE, permettendo agli Stati Uniti di controllare maggiormente i flussi di approvvigionamento energetico europei e conseguentemente eliminare ogni afflato di indipendenza politica del “vecchio mondo” dal nuovo.

In secondo luogo, come già menzionato sopra, il ritorno della guerra in Europa ha innescato quel processo di riarmo collettivo che permetterà agli Stati Uniti di sgravarsi di parte dei costi attualmente sostenuti per recitare il ruolo di sceriffo globale.

Qualcuno ricorderà che questo riarmo dei vassalli NATO era quanto chiesto da Donald Trump nel suo viaggio europeo post-elettorale.

Tuttavia non ci sono solo vantaggi all’orizzonte. Questo conflitto sta evidenziando il logoramento dell’autoproclamato universalismo occidentale, e nel medio-lungo periodo può rivelarsi foriero di nuovi rapporti di forza globali.

L’esclusione della Russia dal circuito economico “occidentale” non vuole dire alienazione dalla globalizzazione come giornali e politici raccontano.

Sud America, Africa, Medio-Oriente e Asia Orientale non si stanno compattando intorno agli USA ma la postura più diffusa sembra essere quella opportunista dove gli interessi economici dei singoli paesi plasmano l’intensità della condanna nei confronti dell’invasione.

Questi continenti o aree del pianeta rappresentano praticamente metà dell’economia mondiale e, a differenza degli europei, hanno colto ognuno con forme diverse l’erosione dell’egemonia statunitense e i nuovi margini decisionali nel perseguire i propri singoli interessi.

A tal proposito, vale la pena citare tre casi. In primis, la neutralità del Brasile ed il legame personale tra Bolsonaro e Putin, accolto a Mosca pochi giorni prima dell’invasione.

In secondo luogo, l’autonomia della Turchia di Erdogan che sta recitando un ruolo proattivo nella ricerca di un cessate il fuoco. Anche in questo caso, questa “postura pacifista” di Erdogan è mossa dagli stretti legami economici esistenti tra chi alloggia sulle due sponde del Mar Nero.

Vale la pena ricordare che il processo di risoluzione del conflitto siriano ha visto la completa esclusione degli Stati Uniti e viene portato avanti tra Russia, Turchia e Iran all’interno della Conferenza di Astana.

In terzo luogo, la notizia probabilmente più “storica” è la manifesta contrarietà saudita alla richiesta di Biden di aumentare la produzione di greggio per fronteggiare l’aumento speculativo dei prezzi del petrolio. Un tale diniego, per di più “pubblico”, sarebbe stato impensabile fino a qualche anno fa.

Inoltre, l’apertura di Ryad ad accettare gli yuan come moneta di pagamento per l’acquisto di petrolio assesta un ulteriore colpo al monopolio monetario statunitense nell’ambito della compravendita energetica.

Infine, bisogna affrontare il movimento tettonico più significativo della politica internazionale contemporanea, ossia il riavvicinamento qualitativo, e non solo più quantitativo-economico, tra Russia e Cina.

 

La Cina

Le relazioni, o la loro assenza, tra Russia e Repubblica Popolare Cinese (RPC) sono state un asse determinante, e spesso sottovalutato, del XX secolo. L’allontanamento tra i due più grandi paesi nei quali aveva trionfato il socialismo risale ai primi anni ’60 quando acredini di natura ideologica circa il prosieguo del sentiero comunista si erano mischiate a diatribe territoriali di confine che nel 1969 avevano quasi portato allo scoppio di un conflitto sino-russo.

Questi due paesi nel corso degli anni ’60 erano passati da “naturali” alleati contro il capitalismo “occidentale” a paesi reciprocamente ostili. L’imperialismo socialista sovietico, così come definito dallo stesso Mao, era divenuto la prima minaccia esterna alla sicurezza nazionale cinese.

Mentre la Guerra in Vietnam virava chiaramente verso la sconfitta statunitense, Pechino si percepiva sempre più accerchiata dall’ingombrante vicino sovietico.

Questa frattura ha posto le basi per una delle più vincenti strategie diplomatiche statunitensi, l’avvicinamento alla Cina attraverso la Ping Pong diplomacy promossa dal Segretario di Stato USA H. Kissinger che si concluse con il celebre viaggio di Nixon a Pechino ed il riconoscimento della Repubblica Popolare Cinese all’ONU nel 1971.

A posteriori è chiaro come l’integrazione della Cina nella globalizzazione statunitense abbia cambiato la storia dello sviluppo capitalista dando vita a quell’interdipendenza produttiva-finanziaria definita come Chimerica (N.Ferguson) e in grado di rilanciare l’accumulazione globale dopo i caotici anni ’70. Tuttavia in un primo momento, tale assetto era stato utile a scongiurare che forze avverse a Washington fossero in grado di co-gestire la piattaforma euro-asiatica, la cosiddetta Heartland.

Una storica crepa del dominio planetario statunitense, fondato sul controllo dei mari, è la loro incapacità di accedere al cuore della piattaforma euro-asiatica, uno spazio geografico vitale.

Infatti, già nel 1942 il politologo e geografo inglese H. Mackinder individuava nell’area che si trova tra il Volga (limite ad ovest) e il fiume azzurro (limite ad est) “il cuore della terra”, la Heartland, e ad essa attribuiva la maggior rilevanza geopolitica nel controllo delle risorse planetarie.

Nelle sue parole, Chi comanda l’Europa orientale governa la Heartland. Chi comanda la Heartland governa l’isola-mondo. Chi comanda l’isola-mondo governa il mondo. (originale alla fine del testo). (2)

L’incapacità degli Usa di controllare questa porzione di mondo ha costantemente rappresentato un complesso per il potere statunitense. A questo limite si è cercato di porre rimedio, senza successo, con le invasioni di Iraq e Afghanistan promosse unilateralmente durante un delirio di onnipotenza dell’impero USA.

Il fallimento della war on terror medio-orientale è andato avanti parallelo all’avvicinamento tra Russia e Cina.

Nel corso degli anni ’90, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e l’ascesa di Deng Xiaoping e del suo pragmatismo economico, i motivi originari delle frizioni tra Russia e Cina vennero meno (Nye, 2015). (3)

I rapporti dei due paesi sono lentamente evoluti da “partnership costruttiva” (1992), a “strategica” (1996), poi di “amicizia e cooperazione” (2001) fino all’oggi quando Wang Yi, Ministero degli Esteri della RPC, ha definito l’amicizia tra i due paesi una “roccia solida”.

In questo articolo non vi è spazio per elencare tutte le convergenze economiche tra i due paesi, ma vale la pena sottolineare la loro complementarità soprattutto per quanto concerne l’energia.

La Russia del XXI secolo è alla costante ricerca di compratori di idrocarburi che spingano verso l’alto la domanda globale e i prezzi, mentre il punto debole principale dell’apparato di sicurezza nazionale cinese è proprio l’approvvigionamento energetico via terra.

Il tema della sicurezza energetica da ottenersi attraverso la terraferma ci permette di concludere il discorso sulla valenza della Heartland.  

Com’è noto la piattaforma euro-asiatica è l’area sulla quale la Cina vuole dare vita alla “nuova via della seta”. Mettendo da parte l’uso improprio che si fa di questo progetto infrastrutturale transcontinentale, è necessario sottolineare che la sua origine è intrinsecamente legata alla sfera energetica. L’obiettivo ultimo di Pechino è quello di costruire gasdotti e oleodotti che siano in grado di connettere le risorse energetiche medio-orientali, russe e centro-asiatiche alla costa orientale e metropolitana cinese.

Spesso si tende a dimenticare che tutta la globalizzazione produttiva delle merci e l’annesso trasporto energetico mondiale avviene dietro autorizzazione politico-militare degli Stati Uniti che con le loro sei flotte controllano l’intero globo acqueo.

A differenza di quanto abbiamo detto prima per l’Europa, sembra che Pechino abbia chiaro che se vuoi confrontarti seriamente con qualcuno non puoi dipendere dal tuo avversario per l’approvvigionamento energetico.

Russia, Cina ed Iran, che conducono esercitazioni militari congiunte, (SCMP, nota 4) in prospettiva possono formare un triangolo geografico in grado di emancipare dall’acqua i propri scambi commerciali-energetici.

Inoltre, l’espulsione parziale della Russia dal circuito SWIFT, sanzione non parziale già inflitta all’Iran, prelude ad uno sganciamento dal dollaro che, anche qui in prospettiva, potrebbe accelerare la creazione di un blocco geopolitico denominato in Yuan (Renminbi).

Russia e Cina, tantomeno l’Iran, non hanno tra loro accordi difensivi di carattere militare e non condividono tra loro informazioni di intelligence.

In poche parole non c’è un’altra NATO, ma qualcosa si inizia a delineare.

Pechino e Mosca è un partenariato di convenienza tra paesi che hanno lo stesso obiettivo di lungo periodo: porre fine all’unipolarismo a stelle e strisce. In questo ambito le parole di Lavrov (Min.Esteri russo) riecheggiano quelle più volte usate da Xi o ad altri alti membri del Partito-Stato, l’epoca dell’unipolarismo statunitense e delle sue ingerenze è giunta al termine.

Se la RPC fosse o meno a conoscenza dell’invasione è impossibile da affermarsi, ma conoscendo l’attenzione e la cura della diplomazia cinese sembra improbabile che Xi Jinping si sia fatto fotografare con Putin all’inaugurazione olimpica con la certezza di essere di lì a poche settimane associato all’invasione.

putin xi

Incontro tra Putin e Xi Jinping, 4 febbraio 2022, Pechino.

Ogni giorno un eminente diplomatico o politico cinese ribadisce a testate giornalistiche occidentali che la Cina non era a conoscenza dell’imminente invasione, che non fornirà supporto militare o logistico ma che non sanzionerà la Russia poiché comprende la “provocazione NATO”.

Questo “equilibrismo” cinese non è momentaneo e può durare nel tempo, sempre che Pechino non valuti un ingresso diretto nel processo di mediazione e gli ultimi fatti sembrano dare corpo a tale scenario.

Lunedi 14 marzo a Roma, il Consigliere per la Sicurezza USA, Jake Sullivan ha incontrato Yang Jiechi, membro del Politburo e diplomatico di lungo corso. Il contenuto del colloquio (7 ore) è rimasto riservato ma questo incontro di “secondo livello” è quasi sempre preparatorio per un meeting presidenziale.

Infatti con meno di 24 ore di anticipo la Casa Bianca ha annunciato che venerdì 18 Biden e Xi avranno un colloquio virtuale per parlare della crisi ucraina.

Pechino, a differenza degli Stati Uniti, non ha nessun interesse che il conflitto in Ucraina prosegua. La Cina non solo godeva di buone relazioni politico-economiche con il paese guidato da Zelensky ma è sempre più spaventata dal disordine globale crescente.

La compresenza di problemi interni di carattere sia demografico sia macro-economico, la guerra tecno-commerciale lanciata da Trump e non disconosciuta da Biden, sommati allo scoppio della pandemia stanno complicando l’ascesa di Pechino.

La Cina aveva ed ha tutto l’interesse che non si metta in discussione la globalizzazione e la pace che tanto le hanno dato negli ultimi decenni. In un contesto caotico, come quello che si inizia a delineare, tende ad avere la meglio chi possiede la forza bruta e a Pechino sono consapevoli di non potersi permettere un confronto diretto con gli sceriffi statunitensi.

Ancora oggi la postura cinese verso l’obiettivo multipolare sembra essere quella di “vincere senza combattere” (Sun Tzu).

 

Note:

1 Lenin: “Va da sé che soltanto gli operai ed i contadini d’Ucraina possono decidere e decideranno – nel loro congresso nazionale dei soviet – se la nazione ucraina deve fondersi con la Russia o costituire una repubblica autonoma, indipendente, e, in tale caso, con quale legame federativo dovrà associarsi alla Russia. (…) Noi vogliamo un’alleanza liberamente scelta tra le nazioni, un’alleanza che non tolleri alcuna violenza esercitata da una nazione su un’altra, un’alleanza fondata su una fiducia assoluta, su una coscienza netta dell’unità fraterna, un consenso totalmente libero. (…) Inoltre, noi comunisti della nazione ‘grande russa’ dobbiamo essere concilianti, mentre dobbiamo combattere in modo rigoroso, tra noi, le minime manifestazioni di nazionalismo ‘grande-russo’, poiché queste sono, in generale, un autentico tradimento del comunismo. (..)”

Lenin, Pravda, 1° Gennaio 1920

2 «Who Rules East Europe commands the Heartland. Who rules the Heartland commands the World-Island. Who rules the World-Island commands the world” 554 Halford J. Mackinder, Democratic ideals and reality: a Study in the Politics of Reconstruction, (National Defence University Press: Washington DC, 1942), p. 150.  

3 Nye, 2015 https://www.project-syndicate.org/commentary/russia-china-alliance-by-joseph-s–nye-2015-01 

4 Articolo SCMP su esercitazioni militari congiunte. https://www.scmp.com/news/china/military/article/3164278/china-iran-russia-carry-out-joint-naval-drills-amid-rising-us 

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