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I pericoli della rivolta dei social media

 

I pericoli della rivolta dei social media

 

I dissidenti che hanno utilizzato Facebook e Twitter sono stati rintracciati ed arrestati dai governi autoritari.

Da quando il termine “Twitter revolution” è stato coniato nell’estate del 2009 per descrivere l’utilizzo da parte del Movimento Verde iraniano del sito di microblogging, la denominazione è stata utilizzata in maniera infelice, applicata a tutte le fogge di utilizzo di tali strumenti in tempi di protesta.

Ma sebbene Twitter, Facebook e persino Google Docs siano stati utilizzati nelle recenti rivolte in Tunisia ed Egitto, molti esperti concordano sul fatto che essi siano strumenti, non catalizzatori della rivoluzione.

Eppure, i media mainstream hanno tributato elogi esorbitanti a questi giganti della Silicon Valley, lasciando in sordina i potenziali pericoli dell’utilizzo di tali strumenti.

Per trovare le prove di questi pericoli, ci basta solo rivolgerci all’Azerbaijan dove, la scorsa settimana, il moderatore di una pagina di Facebook che convocava proteste nel paese è stato arrestato, oppure alla Tunisia, dove gli account di Gmail e Facebook dei dissidenti sono stati sottoposti al phishing del governo nel cuore della rivolta.

Affari pericolosi

Più di recente, i marocchini si sono lamentati della violazione dei propri account su Facebook, probabilmente ad opera del governo o di forze filo-monarchiche.

Sebbene alcuni rischi siano insiti nell’architettura e nelle policies degli strumenti dei social media – la regola del “nome reale” su Facebook, ad esempio, o l’assenza dell’HTTPS su molti siti – altri sono una questione di utilizzo, dovuti alla mancanza di lungimiranza rispetto alla permanenza dei post online.

Immaginiamo per un momento che i contestatori egiziani avessero fallito nella cacciata di Mubarak; la miriade di foto, video e tweet postati dagli egiziani, molti con informazioni identificative, sarebbe rimasta online a disposizione dei servizi di sicurezza.

E con le onnipresenti video e fotocamere durante le proteste, chiunque mostri il proprio volto è a rischio, come hanno imparato i contestatori dopo la rivoluzione dello zafferano in Birmania: gli agenti dell’intelligence hanno spulciato i video dei cittadini per rintracciare i partecipanti.

Ma persino quegli individui che restano perlopiù anonimi online corrono il rischio di venire rintracciati per le loro attività. Nel 2008, un giovane ingegnere marocchino di nome Fouad Mourtada è stato arrestato per aver impersonato su Facebook Moulay Rashid, uno dei principi della monarchia.

Facebook ha sostenuto di non aver consegnato le informazioni del giovane alle autorità, il che suggerisce che siano state ottenute attraverso altri metodi, molto probabilmente come la deep packet inspection, una tecnica comune in Cina ed Iran.

Amicizie indistinte

Uno dei rischi intrinseci sta in una pratica intrinseca al concetto di social media: stringere nuove amicizie. Negli Stati Uniti, [vi sono stati] creditori che hanno preso nota della disponilità degli utenti ad incontrare nuove persone online ed hanno utilizzato siti come Facebook per fare amicizia con – e poi rintracciare – i propri debitori.

Sebbene molti utenti dei social media siano inclini ad accettare richieste da persone che potrebbero non conoscere così bene, gli attivisti potrebbero esporsi a rischi maggiori nel tentativo di ingrossare i propri network per la causa.

Alcuni come Evgeny Morozov, l’autore di Net Delusion, suggeriscono che i regimi autoritari potrebbero essere in vantaggio: in un capitolo del suo libro dal nome “perché il KGB vuole che vi iscriviate a Facebook” Morozov cita l’esempio di un attivista bielorusso le cui attività nella vita reale (inclusi agganci organizzativi e di viaggio) sono state facilmente estrapolate dalla sua presenza online dal KGB.

Sebbene la Bielorussia – a tutti gli effetti un regime autoritario con precedenti di spionaggio sui propri cittadini, in rete e non – possa essere un esempio estremo, la lezione è che l’utente medio si esponga potenzialmente al rischio ogni volta che riveli un’affiliazione, pubblichi un post su un viaggio o condivida un album fotografico.

Ma i rischi potenziali dei social media ne bilanciano a malapena i benefici, e per ogni tentativo di phishing o caso di spionaggio da parte del governo c’è un esempio di social media utilizzati con successo per l’attivismo: la pagina egiziana di Facebook che ha attirato l’attenzione sulla tortura, mobilizzando migliaia di persone, gli studenti siriani le cui videoriprese da cellulare dell’abuso degli insegnanti sugli studenti hanno portato alle dimissioni dei primi; ogni campagna di sensibilizzazione per liberare un blogger prigioniero.

Piuttosto che scoraggiare l’utilizzo dei social media in tempi di protesta, questi racconti di avvertimento dovrebbero piuttosto attirare maggiore attenzione e portare ad una migliore consapevolezza sui rischi presenti e a pratiche migliori e più sicure.

 

Traduzione a cura di InfoFreeFlow

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