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La sentenza della Corte Europea vs Facebook: privacy o denaro?

(Intervista a Carola Frediani)

Gli scorsi giorni i quotidiani hanno dato una certa rilevanza alla decisione della corte europea che ha stabilito che le aziende digitali statunitensi non potranno più essere considerate adeguate e sicure nella gestione della privacy dei cittadini europei. La corte scopre l’acqua calda, verrebbe da dire in prima battuta…

La vicenda avrà comunque delle conseguenze concrete e dirette su alcuni aspetti non indifferenti della legislazione continentale sul mondo digitale. La sentenza ha infatti dichiarato invalido il regime dell’approdo sicuro (in inglese, safe harbor) che attualmente consente alle aziende americane di manipolare e spostare i dati personali dei loro utenti europei su server americani. Anche qui sorge qualche dubbio su quale sia il cambiamento effettivo, dal momento che i dati che circolano in rete – aldilà di dove siano fisicamente collocati – girano comunque nell’infosfera e vengono comunque captati e analizzati dai giganti dell’Hi-Tech (figuriamoci dall’Nsa!). Ci sembra insomma poco probabile che le agenzie di spionaggio statunitensi facciano qualche passo indietro. (Di sicuro c’è un effetto simbolico-politico non indifferente, merito dell’ostinazione personale del cyber-attivista austriaco Max Schrems).

Molto più incisive saranno invece le conseguenze economiche per i giganti della Rete come Facebook e Google che saranno obbligati a le regole più restrittive, stabilite dai singoli Stati membri (la decisione fungerà anche da precedente). La protezione dei dati a livello nazionale è infatti una tendenza globale che va consolidandosi già da un po’ e altrove è una forma di governo che viene esercitata andando ad agire direttamente su reti, software, hardware, architetture e design di rete, giurisdizione ecc. Oltre al controllo dei sentimenti delle popolazioni, c’è in gioco la definizione di centinaia di milioni (forse miliardi) di ritratti digitalia personalizzti sui desiderata in forma merce degli utenti della rete globale (in poche parole, il business del futuro). Da un punto di vista di minima tutela politico-commerciale, questo accordo doveva comunque essere modificato (a meno che l’Europa non avesse intenzione di continuare a regalare i dati di 500 milioni di europei ai player ed alle agenzie di sicurezza statunitensi senza ricevere nulla in cambio).

 

Abbiamo chiesto a Carola Frediani (social media editor presso La Stampa e autrice di un’interessante inchiesta su Anonymous) di commentare la decisione della corte europea


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