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“Luoghi strategici in vista di un conflitto armato?” Breve inchiesta durante la manifestazione regionale per la sanità pubblica tenutasi a Torino il 23 maggio 2026

INTRODUZIONE

Il 23 maggio scorso siamo andati allo sciopero regionale per la difesa della sanità pubblica indetto dal CIPES (Comitato per il Diritto alla Tutela della Salute e alle Cure) nella città di Torino. Abbiamo condotto qualche breve intervista tra i partecipanti sui temi della manifestazione, del riarmo, dei corsi universitari di medicina e infermieristica. Abbiamo sentito voci che spaziano da dottori a infermieri, da semplici sostenitori a soggetti impiegati in altri settori del lavoro.

S: “Dalla manifestazione che avevamo fatto dal 2023 erano stati presi degli impegni sulle assunzioni e sulla gestione territoriale per il futuro PNRR per le case di comunità che non sono state portate a termine, quindi ad oggi insieme a più di 50 associazioni ci siamo dati appuntamento qui per sottolineare l’importanza della carenza di personale e dell’esigenza di fare delle assunzioni”. (estratto di intervista)

A: “Il principio è quello della difesa del servizio sanitario, ok? Pubblico, perché quello a cui si sta assistendo è la privatizzazione dei servizi con il conseguente aumento del costo della prestazione. Quindi, man mano che si svuota il servizio pubblico, aumenta il privato e di conseguenza i costi per le famiglie” (estratto di intervista)

Nulla meglio di questi due estratti riassumono la piattaforma di lancio della protesta: tagli alla sanità pubblica, dirottamento dei finanziamenti verso i privati, carenza di personale che preferisce prestare servizio lontano dal SSN, liste d’attesa disumane e attenzione sui progetti degli ospedali e delle case di Comunità. Questi problemi è impossibile analizzarli singolarmente, ma vanno presi nella loro relazione. Inoltre, ogni singolo problema consta di molteplici parametri che richiedono mesi di studio (non solo quanto personale manca, ma quale figura specializzata mancano? In quanto si possono formare? Come rendere più attrattivo il SSN? Chi misura statisticamente gli abbandoni nelle liste sanitarie, chi aggiorna annualmente – se possibile – il numero di personale? Questi sono dati pubblici?). Qua guardiamo alla cornice generale.

DOVE VANNO I MEDICI?

Il più grande problema della regione Piemonte è la mancanza di medici di base. Secondo il vicesegretario nazionale della Federazione italiana medici di medicina generale Alessandro Dabbene – in una intervista rilasciata a fine 2025 – ne mancano ben 600. L’effetto della mancanza di organico di medici generali è la non copertura della popolazione. Per i regolamenti regionali, un medico di base può avere in carico fino a 1200 assistiti, ma che in deroga diventano massimo 1800. Nessun problema per chi vive nel Torinese, per esempio, ma gli effetti si sentono più forti nelle altre province piemontesi e in generale lontano dai centri urbani: segmenti di popolazione senza copertura del medico di base, ovvero senza l’effettivo accesso al Servizio Nazionale, lasciando come unica scelta il muoversi all’interno del mercato dei privati. Senza contare il peso delle deroghe appena citate che hanno sull’attuale organico.

Tuttavia, non va confusa la mancanza di organico con la mancanza di soggetti formati alla professione, come ci fa notare E.:

 “pur essendoci un numero di medici in Italia che è assolutamente adeguato. Però con la situazione che c’è attualmente negli ospedali, nei pronto soccorsi, i medici non vogliono più andare a lavorare nel servizio sanitario nazionale. Anche i medici di medicina generale, peraltro stanno diminuendo drasticamente, ma perché perché ci sono, ma non vanno più a lavorare nel servizio sanitario nazionale perché c’è una decadenza del servizio sanitario nazionale, una riduzione dei finanziamenti a livello governativo e questo non aiuta chi lavora in ospedale, anzi lo penalizza, non gli permette di lavorare come si deve e questo si chiama moral injury, quando tu non riesci a fare il lavoro come lo vorresti fare, per cui o non ci vai a lavorare nel servizio sanitario nazionale o se puoi te ne vai via”.

Probabilmente l’affermazione che il numero di medici sia adeguata è tutta da verificare, ma si centra comunque il punto: il pubblico non attrae lavorativamente, si preferisce andare nel privato. Come mai?

Qua possiamo azzardare solo delle ipotesi – tutte provvisorie, da verificare o smentire. Oltre al tema del salario e della quantità di lavoro in carico, ci sarebbe anche da iniziare a discutere gli effetti del vivere nella situazione post-covid. Abbiamo iniziato ad esplorare, da un diverso punto di vista, questo tema parlando della Hantavirus. Tagliando direttamente con l’accetta, il problema che si trova a dover affrontare chi ricopre la posizione di medico nel pubblico dopo la pandemia di Covid è di legittimità. Dopo la disastrosa gestione della pandemia, a torto o ragione, a pagarne in questi termini simbolici è stato proprio il Sistema Sanitario Nazionale, già vessato da una cattiva etichetta legato alla pessima gestione burocratica e alla curva discendente dei finanziamenti. In un clima di generale sfiducia in ciò che dovrebbe rappresentare la salute, i risultati sono pazienti più aggressivi, con maggiori preoccupazioni, necessità di più attenzioni e, come appena detto, più sfiduciati. Aggiungete questa variabile alla mole di lavoro in aumento descritta qualche paragrafo sopra e otterrete che una delle professioni più ambite secondo il senso comune oggi in realtà è sempre meno desiderabile. Avrete, infine, sempre più cervelli da dirottare verso il privato.

ECCO, PARLIAMO DI CERVELLI

Ecco, parliamo di cervelli. E’ stata già proposta un’analisi dal punto di vista studentesco del modello del semestre filtro. Proponiamo qua ulteriori ipotesi per il dibattito e l’inchiesta. Tra le domande poste ai manifestanti una riguardava i corsi di medicina e in generale delle varie professioni sanitarie: qual è il peso che giocano nel foraggiare il Sistema Sanitario Nazionale secondo il loro punto di vista. Riportiamo due estratti, tra loro anche contraddittori:

E.: “Secondo me no, nel senso che addirittura si è cercato in qualche modo di modificare l’accesso a medicina, è stato fatto e attualmente sono probabilmente troppi i medici che usciranno nei prossimi anni perché la gobba pensionistica degli ospedalieri ormai è praticamente passata e quindi si rischierà di avere dei medici che, come in passato, dovranno fare dei lavori di di livello molto più basso per poter lavorare, perché ce ne saranno veramente troppi… troppi dottori. Con la riforma, sì, nel 2030… 30.000 all’anno”

S.: “Allora, il problema è sicuramente organizzativo dei piani di studio, ma è un problema anche di svalorizzazione proprio della professione, la non valorizzazione delle competenze e della professionalità delle infermiere. E quindi nessuno ha più voglia di fare l’infermiera e quindi ci sono meno domande di ingresso all’università rispetto a quelle che c’erano prima.”

Qui parlano rispettivamente un medico e un infermiere. Due professioni con due corsi di studi distinti e con regolazione di accesso distinti, il primo a base nazionale e il secondo locale. Il primo estratto azzarda l’idea che la gobba pensionistica – ossia il picco storico di pensionamenti del personale sanitario e ospedaliero – sia passata e che ora il rischio dei prossimi triennio è quello di una nuova pletora di dottori – ossia un surplus di neolaureati rispetto alle necessità dell’organico. La questione se la gobba pensionistica sia passata oppure se ci troviamo attualmente  nel suo picco è un qualcosa da verificare attraverso una grande quantità di dati e modelli predittivi, di cui ora non disponiamo, ma su cui non vorremmo mettere l’attenzione in questo articolo. Il nodo – forse – più interessante è proprio quello della gestione dei corsi di medicina: negli anni i posti disponibili sono andati ad aumentare (prescindendo della capacità materiale dell’università e delle strutture sanitarie e ospedaliere-universitarie di assorbire un numero sempre in aumento di cervelli), ma senza un vero piano occupazionale. Il risultato allora può essere un surplus di neolaureati per il SSN, che, da una parte, si ritrova con sempre meno fondi e necessariamente con sempre meno posizioni, e dall’altra un’incapacità già presente di assorbire l’output delle università che inevitabilmente si riverserà sul mercato privato, indebolendo ulteriormente il SSN.

Il secondo estratto, invece, pare indicare un trend differente. Le adesioni ai corsi di infermeria sono sempre meno e starebbero seguendo la logica descritta prima – prescindendo ancora una volta dai discorsi noti sul salario – della cattiva etichetta, ma già al livello universitario, mentre apparentemente la professione medica mantiene comunque un suo status sociale.

CASE E OSPEDALI DI COMUNITÀ, MA SENZA COMUNITÀ

Il problema del ridisegnamento dell’assetto territoriale sanitario è datato 2022 con l’approvazione del decreto ministeriale DM 77. I ritardi sulla piena operatività del nuovo sistema riguardano l’intero stivale, con le immancabili disuguaglianze regionali. 

In parole povere le case di comunità sono il fulcro del nuovo assetto territoriale, prendendo in carico l’assistenza di prossimità, l’integrazione socio-sanitaria e i pazienti cronici; questo tipo di struttura dovrà garantire una copertura oraria di 24 ore su 24. Mentre gli ospedali di comunità riguardano strutture intermedie con 20 posti letto per pazienti cronici o in fase post-acuzie, dimessi dall’ospedale ma che necessitano ancora di assistenza prima di tornare a casa.

Guardando alla sola regione Piemonte gli ospedali di comunità dovranno essere 30 strutture, mentre le case di comunità ben 96. Quanto è stato costruito? A settembre 2025 – poco meno ad un anno dalla scadenza europea – di ospedali attivi ce n’era solo uno, mentre di case di comunità 31 sono state aperte, solo 5 sono in servizio e solamente una è completa dell’intero organico. La promessa è che entro la fine del prossimo mese le strutture saranno tutte completate. Come abbiamo affermato all’inizio, l’importante è tenere a mente la relazione tra questi elementi. Lo sapranno sicuramente meglio il tridente Marrone-Riboldi- Cirio come tirare fuori tutto l’organico necessario.

Concludiamo questa parte riportando le parole poco fiduciose di un volontario dell’associazione Auser che abbiamo intervistato rispetto il regime di costruzione delle case e degli ospedali di comunità nel piemontese:

Non si vede ancora nulla. No, è positivo se le case di comunità aprissero. Il problema è che non vanno avanti. C’è la promessa che entro metà giugno si vada a regime, ma mi pare che se il buongiorno si vede dal mattino, anche qui non si muove foglia, però insomma speriamo che le promesse dell’assessorato alla sanità, alle politiche sociali, sia Riboldi sia Marrone, rispettino i tempi che ci hanno consegnato in più di una occasione. Ho dei dubbi.”

FINCHÈ C’È GUERRA, C’È FINANZA

Il fatto è semplice. Se i soldi da una parte vengono tagliati le strade sono due: o si risparmia per via del deficit oppure si ingrossano i finanziamenti da qualche altra parte. Il grande ignoto della piattaforma del corteo del 23 sono i fondi del riarmo, che non vengono menzionati. Perché parlare solo di tagli ai fondi alla sanità (e non solo) senza discutere dove vanno i soldi? Certamente il taglio alla sanità è un trend presente da ben prima dei deliri europei sul riarmo, come ci fa notare criticamente E. (dottore):

“È in discesa. L’altranno era sceso e quest’anno sta scendendo ulteriormente rispetto al PIL, ma non penso che sia per aumentare gli armamenti o per la difesa. Poi può servire magari anche a quello, ma il progetto era comunque quello di ridurre il finanziamento del servizio sanitario nazionale“.

Ma il terreno e il quadro internazionale che viviamo deve porre all’ordine del giorno nuovamente la questione dei tagli al pubblico al tramonto dell’economia a trazione neoliberale (che, in realtà, alle nostre latitudini è stata più di tipo ordoliberale) e alle porte di un nuovo riarmo.

Chiunque abbiamo incrociato nelle interviste – e nelle chiacchiere informali dopo – ha espresso la preoccupazione per il legame tra riarmo e definanziamento pubblico: dai diversi membri dei vari settori della CGIL quel giorno in piazza (da FLC a FPL, dalla FIOM alla FILLEA), alle associazioni di volontariato come la già citata Auser, fino ai pochi indipendenti scesi con la bandiera palestinese di cui riportiamo uno stralcio di intervista:

I.: “Eh, allora oggi secondo me il problema della Palestina collega tanti discorsi anche sulla situazione italiana perché si può partire dalla sanità per dire che in Italia ci stiamo ormai riducendo al livello di terzo mondo, perché io so di conoscenti in tanti casi deprecabili sulla sanità, no? Cioè ospedali che erano dei gioielli veri e propri, parlo del mio territorio e si stanno riducendo. La zona di provincia di Novara, ok? Si stanno riducendo veramente a delle situazioni incredibili, a parte le liste d’attesa, ma poi anche il rapporto medico, infermiere, paziente, non so cosa sta succedendo, ma stanno cambiando le cose e se penso alla Palestina, a tutto quello, cioè è il discorso di solidarietà tra popoli che loro sono, diciamo, allo stremo. Non vorrei che finissimo anche noi in quel modo, anche se può sembrare eccessivo questo ragionamento.” 

CONCLUSIONI

Non solo la questione guerra, ma l’intero pacchetto. Come detto all’inizio dell’articolo, il punto focale non sono i singoli aspetti (mancanza di organico, riorganizzazione della sanità territoriale, università, riarmo), ma le loro relazioni. Ogni parte ha un effetto sul tutto, ogni cambiamento retroagisce sull’intero quadro da noi qui proposto. Ciò che a noi pare emergere è proprio come queste relazioni, nell’andare avanti nel tempo, saranno sempre più esplicite, così come le contraddizioni che esprimono e gli effetti sociali che ne derivano. E qua ci siamo concentrati solo su un micro-cosmo di relazioni che si inserisce in un intero universo di relazioni, ossia la totalità sociale. Pezzo per pezzo questo universo è da interrogare, inchiestare e, infine, da agire.

Ci pare corretto, a partire da queste poche testimonianze, individuare un certo distacco tra le basi sindacali – ed un generale sentimento popolare – e i propri vertici. La guerra si sente e si percepisce già ora dentro i luoghi della riproduzione e della cura. Luoghi strategici in vista di un conflitto armato, come le recenti decisioni della Francia sugli ospedali di guerra dimostrano.

Ma strategici anche per tutta quella intelligenza sociale che percepisce materialmente in anticipo il peso e il danno del regime di guerra ha sulla propria sopravvivenza. Bisogna partire da qui.

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