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Messa a profitto, arroganza, mancanza di rispetto. Nemo’s su arte urbana e la mostra di Genius Bononiae

 

Che lettura dai a caldo, in prima battuta, della proposta del progetto Genius Bononiae di realizzare una mostra sulla “street art”, staccando le opere dalla “street” e inserendole all’interno di un museo, così astraendole dal contesto originale in cui erano state concepite e pensate dall’autore?

Penso che in questi anni si sta facendo una grossa confusione, una cattiva politica riguardo al discorso della street art. La street art è un qualcosa che non è mai esistito, o quantomeno non è mai esistito nei termini con i quali vorrebbero farlo esistere i galleristi: questi vorrebbero che il fenomeno a cui danno il nome street art potesse essere assimilabile ad una corrente vera e propria, come il Surrealismo o qualche altra tendenza artistica nata da un manifesto e via così. Nella realtà nessuno può definire in maniera reale cosa sia la street art, e infatti nessuno è mai riuscito a farlo con precisione.

Dal mio punto di vista la street art, che chiamo cosi per convenzione, è qualcosa che ha il potere di agire in qualsiasi posto, in qualsiasi modalità e senza alcuna restrizione. La street art dentro l’arte urbana è qualcosa di importante principalmente per il suo carattere anarchico in termini di espressività: può raggiungere chiunque ed essere “fatta” ovunque, dal posto abbandonato al muro sotto casa. E’ un qualcosa di così vasto, un mondo così eterogeneo che di per sé è difficile catalogabile.

Riguardo a questo fatto della mostra di Genius Bononiae, quando leggo che staccare le opere della street art sarebbe addirittura un atto di generosità verso il sapere in senso ampio, che sia  un metodo per diffondere cultura, mi puzza davvero molto. Io ci vedo una questione puramente economica: pezzi come quelli di Blu valgono molto e qui c’è gente che vuole monetizzarci sopra. Apro una parentesi: bisognerebbe riflettere su queste operazioni anche considerando il ruolo della stampa rispetto alla diffusione del sapere su temi come la street art”.

Giornali come Repubblica, Corriere, InsideArt a volte dimostrano lacune immense in ciò che scrivono nei loro articoli, talvolta neanche conoscono le biografie degli artisti, a volte non mettono neanche tutti gli artisti che hanno contribuito ad un’opera quando descrivono gli autori dell’opera stessa e così via. Credo che tutta questa attenzione mediatica sulla street art negli ultimi anni sia stata funzionale proprio alla creazione di un “bisogno di street art “a livello dell’opinione pubblica utile poi alla messa a profitto delle opere! Ovviamente si parla soltanto di pochi artisti rispetto alla moltitudine di quelli presenti: una città come Bologna è piena di gente che disegna e sperimenta ma questi non vengono mai citati, perchè non commercializzabili.

Mi fa ridere pensare ad una cosa che avevo letto qualche tempo fa rispetto a questi temi, che parlava della necessità di iniziare a musealizzare la street art facendo il paragone con quanto fatto ad esempio nel Novecento con l’esposizione di opere d’arte per esempio in arrivo dall’Egitto nei musei europei..operazioni che venivano spacciate sotto il manto della diffusione della cultura ma che in realtà erano solamente furti e ruberie nei confronti delle ricchezze di paesi colonizzati. Questa storia è assurda anche perchè viviamo in un’era super informatizzata, dove si può trovare tutto ciò che si cerca con un click; ma è assurda anche per il fatto che si vorrebbe staccare un’opera dall’unico luogo in cui quell’opera ha senso che stia.

Faccio un esempio: i cartelloni pubblicitari, come ci insegnano gli esperti di marketing, non sono posizionati in luoghi chiusi, si trovano in specifici luoghi dove possono colpire un largo e sempre nuovo target. Questo dovrebbe valere anche per la street art, cosa che invece non è considerata; e non vale la motivazione di voler dare più spazio ad un artista o ad un’opera, perchè in strada raggiungerebbero molte più persone che in un museo! Io credo che questo sia il discorso fondamentale da fare rispetto all’arte urbana e a questa polemica che la attraversa: l’arte urbana non ha frontiere spaziali, temporali o tecniche.

Ci sarebbero tante altre cose da dire, ad esempio di quanto è odiosa questa prassi dispiegata da parte di presunti paladini della street art di non soffermarsi mai su analisi profonde e ampie delle opere, a partire dalle biografie degli artisti e del perchè le opere sono focalizzate in certi luoghi etc..non è tanto staccare il disegno il problema, per quanto a me faccia schifo come pratica: il punto è che la street art fa fare un sacco di soldi, si è creata una sorta di “febbre dell’oro” che così potrà soltanto rovinare tanti aspetti di questo ambiente. Io insisto sul tema dei giornali e del loro ruolo problematico: ricordo che quando ci fu una delle tante tragedie di migranti annegati al largo della Sicilia, Repubblica fece un articolo in cui pubblicarono a corredo delle foto di alcuni pezzi di street art che non c’entravano nulla con il tema trattato, come un pezzo che Blu fece a Messina sul tema delle condizione umana che però non aveva alcun riferimento con la tragedia degli sbarchi sulle cose siciliane.

Si crea una confusione enorme, un’ignoranza diffusa che legittima poi le manovre di chi vuole speculare sulla street facendosi pure bello di fronte all’opinione pubblica! Arte urbana e writing tra l’altro, non hanno alcuna pretesa di durare nel tempo, non capisco perchè qualcuno dovrebbe imporglielo e da quale pulpito sopratutto, agendo su un discorso storico e sociale in maniera pesante solo a scopo di guadagnarci.

Quanto una idea di questo tipo devia rispetto all’origine concettuale della street art, ovvero una pratica artistica slegata dai circuiti del “mercato dell’arte” , con l’intenzione di essere fruita da tutti e vissuta ogni giorno dalle persone? Non c’è il rischio che questo tipo di pratica artistica possa essere in questa maniera distorta, al di là di quelli che possono essere altri ragionamenti come la necessità degli artisti di avere un reddito e così via?

Diciamo che nella prima risposta avevo già detto qualcosa su questo. Ovviamente tutto quello che ora viene teorizzato e fatto, come l’idea di questa mostra, è in rotta di collisione con i valori usualmente riferiti all’arte urbana. Credo che i cosiddetti curatori, insieme ai critici d’arte, costituiscano una razza che dovrebbe estinguersi, almeno rispetto a questo spezzone artistico dato che questo è cosi eterogeneo che è impossibile darne definizioni e descrizione coerenti. E’ ovvio che vivendo in un mondo dove c’è bisogno di lavorare per avere un reddito, non si possa campare d’aria: per produrre roba nuova, per avere il tempo di farlo, il reddito è fondamentale. Il mio parere personale è che non sia una cosa terribile avere un percorso artistico e contemporaneamente produrre opere destinate alla vendita per poter campare, come ad esempio serigrafie o disegni.

Un altro conto però è invece prendere un elemento creato in strada, con le sue specifiche genealogie e motivazioni, sradicando un’opera e la sua potenza decontestualizzando tutto ciò che è in esame. In un museo cosi si va a portare solo un segno, senza però portare tutto ciò che rende quel segno qualcosa di più: molti artisti, a seconda di come e quando fanno una cosa, cambiano il segno. Staccare un disegno da un muro è una violenza tipo quella che crea gli zoo o i circhi attraverso lo sradicamento degli animali dal loro habitat. Qui si attacca l’arte urbana nel suo significato più autentico, e non ci vogliono scienziati per capire che le buone intenzioni con cui si mascherano questi “benefattori della street art” nascondono in realtà solamente volontà di profitto (la mostra costa 13 euro!!), ma mi sembra che i fatti si commentino da soli. C’è una enorme mancanza di rispetto per il lavoro altrui, basato tralaltro su una vergognosa arroganza che porta ad avere il diritto di poter interpretare l’arte e l’attitudine di una persona.

Non è un caso che molte delle opere che dovrebbero essere trasferite sono opere che alloggiano sulle murate esterne o interne di spazi sociali occupati, già sgomberati nella maggior parte dei casi. Si può leggere in questa “coincidenza” il fondersi di due percorsi di gentrificazione che mirano a dare profitto ai manovratori città sempre più rese deserto e private di spazi di socialità?

Non saprei dirti in realtà nello specifico; conosco Bologna, leggo a proposito e ci passo spesso, detto questo penso che la questione sia simile in tutte le principali città del paese. Io credo che riguardo a questo episodio ci troviamo di fronte semplicemente a qualcuno che vuole fare i propri interessi. D’altro gli sgomberi ovviamente sono fatti che io definirei di miopia sociale, con lo Stato che non vuole – per semplicità e utilità – accettare forme differenti di cultura, vuole imporsi come unico potatore della Verità e fa quindi la guerra a chi gli pone delle sfide, soffocando ciò che si muove al di fuori di esso a livello alternativo in campo politico e culturale.

Qui però penso che ci sia qualcuno che vuole fare dei gran soldi e basta, una persona che sulla linea di tante altre vuole monetizzare su un fenomeno culturale. Non ci vedo un ragionamento specifico e mirato sul tema delle periferie, per quanto in linea generale questo tema sia sicuramente legato alla questione del rapporto tra street art e politica urbana. Sicuramente ci sono controsensi e paradossi: come si può chiudere un posto occupato dove iniziano a dipingere artisti che poi però vengono valorizzati? Come si può sgomberare nuovi posti se nel farlo si impedisce che prenda di nuovo vita qualcosa di nuovo a livello artistico e culturale, qualcosa che poi viene messo a valore? Evidentemente la paura che si diffonda qualcosa di alternativo a livello ampio è troppo potente.

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