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Robot, intelligenza artificiale e reddito universale

Le istituzioni (quanto meno quelle europee) si pongono il problema di essere preparate all’imminente scenario in cui le interazioni tra robot, intelligenze artificiali ed esseri umani sono in continuo aumento e si stanno configurando come un aspetto fondamentale della società contemporanea, dalla vita quotidiana alla produzione industriale passando per medicina e commercio: «La commissione JURI ritiene che i rischi posti da queste nuove interazioni debbano essere affrontati con urgenza, garantendo che una serie di valori fondamentali si applichi in ogni fase del contatto tra i robot, l’intelligenza artificiale e gli esseri umani. In tale processo si dovrebbe accordare un’attenzione particolare alla sicurezza umana, alla privacy, all’integrità, alla dignità e all’autonomia».

Dal punto di vista istituzionale il problema è quello di regolare la responsabilità in caso di incidenti, i diritti di proprietà intellettuale e proprietà dei dati, ma anche affrontare la questione di come rispondere al problema occupazionale che, con il procedere dell’automazione, sarà sempre maggiore. Il suggerimento in questo caso è quello di rivedere i “sistemi di sicurezza sociale” e la commissione « è del parere che, alla luce dei possibili effetti della robotica e dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro, debba essere seriamente presa in considerazione l’introduzione di un reddito di base generale, e invita tutti gli Stati membri a procedere in tal senso», finanziandolo con una tassa su robot e intelligenze artificiali (non è stato spiegato quale forma dovrebbe prendere la nuova imposta e questa specifica parte della relazione è stata bocciata con il voto determinante della destra: Ppe, Alde, Ecr).

Sebbene il tema sia dibattuto all’interno della stessa classe dirigente, una certa etica del lavoro e della necessità di guadagnare un salario tramite un impiego è dura a morire. Tuttavia è il sistema capitalistico stesso che sta trasformando le forme del lavoro e le possibilità di accesso alla ricchezza socialmente prodotta

A che punto siamo con la robotizzazione

Lo stato dell’arte è riassunto dal noto rapporto di McKinsey di Gennaio 2017 nel quale si dice: « Complessivamente, stimiamo che il 49% delle attività che le persone sono pagata per svolgere nell’economia globale hanno la potenzialità di essere automatizzate adattando le tecnologie attualmente sperimentate. Mentre meno del 5% delle occupazione possono essere completamente automatizzate, circa il 60% ha almeno il 30% delle attività che possono essere automatizzate ». Dal punto di vista capitalistico è aperto il dibattito sulle prospettive occupazionali: da un lato chi vede richiama l’attenzione sulla perdita di posti di lavoro, dall’altro chi assicura che verrà risolto dallo sviluppo di nuovi settori e nuove figure professionali. In ogni caso, dai dati dell’International Data Corporation, il mercato della robotica nel 2015 è stato di 71 miliardi di dollari e, secondo le stime, nel 2019 potrebbe raggiungere i 135,4 miliardi.

Il punto fermo rimane la tendenziale crescita di possibilità di produrre beni e servizi richiedendo sempre meno lavoro svolto direttamente dagli esseri umani. Se fino al secolo scorso si pensava che non fosse possibile per le macchine svolgere alcuni compiti ritenuti appannaggio esclusivo degli esseri umani, negli ultimi anni gli sviluppi nell’informatica, nella robotica e nelle intelligenze artificiali stanno spostando sempre più lontano questo limite. In particolare non si tratta solamente del settore manifatturiero, ma anche diverse attività nei servizi e di medio livello intellettuale saranno svolte in maniera più efficiente da macchine. Per esempio alcuni aspetti del lavoro dei medici, degli avvocati, degli assicuratori, degli autisti e degli analisti di dati. L’idea per cui l’introduzione di tecnologie per risparmiare lavoro nei settori avrebbe creato nuovi posti di lavoro in altri settori a più alto contenuto intellettuale, di competenze e creativo si sta dimostrando un’illusione: la realtà è che stiamo vivendo una fase nella quale l’accumulazione capitalistica richiede sempre meno forza lavoro umana. 

Liberazione o ricatto?

L’introduzione di tecnologie per il risparmio di forza lavoro nei processi produttivi è da sempre stata una conseguenza del rapporto conflittuale tra capitalisti e proletari. Da un lato la necessità di assicurare una produzione al più basso costo possibile per massimizzare i profitti, dall’altro le lotte per un salario maggiore e le resistenze verso sfruttamento ed alienazione hanno sempre spinto verso un’incorporazione del lavoro morto nelle macchine. Di conseguenza, l’introduzione delle innovazioni tecnologiche, in generale, sono sempre state volte al risparmio della forza lavoro necessaria per produrre certi beni o servizi. Tuttavia, poiché la direzione strategica del sistema di produzione è saldamente in mano alle classe capitalista, il risparmio di lavoro ottenuto tramite l’innovazione è storicamente stato utilizzato come mezzo per aumentare la ricattabilità e il controllo dei proletari, in modo da mantenere il costo della loro forza lavoro quanto più contenuto possibile rispetto ai profitti.

Inoltre, già negli ultimi decenni dello scorso secolo grazie, la classe capitalista è stata in grado di allargare il proprio bacino di forza lavoro disponibile a gran parte della popolazione mondiale, sviluppando la capacità di giocare le divisioni geografiche, di colore e di genere tra i proletari le une contro le altre in una competizione al ribasso in cui gli unici vincitori sono i padroni.

In una battuta, la possibilità di liberarsi dalla necessità di prestare la propria energia, le propria attenzione ed il proprio tempo a tutta una serie di attività (magari alienanti, usuranti o semplicemente noiose) diventa un incubo solo in un sistema, quello capitalistico, in cui la propria possibilità di sopravvivenza è legata al ricevere di un salario.

Che fine fa il lavoro?

Quando parliamo di lavoro intendiamo tutte quelle attività umane produttive di ricchezza che sono incluse nell’accumulazione di capitale e che oggi riguardano la quasi totalità degli ambiti della vita e dell’attività umana. Le attività umane svolte sotto forma di lavoro sono merci da vendere, quindi devono possedere le caratteristiche desiderate dal compratore (in questo caso il capitalista) e questa la chiave che apre all’alienazione, nelle sue varie facce, come aspetto del lavoro nella società capitalistica. 

Quindi, da quello che possiamo vedere al momento, il lavoro non scompare con l’avvento dei robot e delle intelligenze artificiali, piuttosto le sue forme concrete si trasformano. Molti aspetti delle nostre vite sono diventate forme del lavoro, ma a queste non corrisponde un salario: per esempio, nell’economia dei servizi in rete (che riguardano una grossa fetta delle nostre vite) siamo terminali coscienti di un vasto sistema di macchine (materiali ed immateriali). In questo caso, si tratta anche della forma con cui il soddisfacimento di alcuni bisogni dell’essere umano in termini di relazioni sociali e rappresentazione di sé viene convogliato dallo sviluppo tecnologico del capitale in forme produttive di profitto, che tendenzialmente si rivelano tanto potenzianti quanto, di fatto, alienate ed alienanti.

Non è un caso che siano proprio alcune voci proveniente dalla Silicon Valley tra i maggiori sostenitori di forme di reddito di base. L’ultimo in ordine di tempo è stato Bill Gates commentando la bocciatura del punto riguardante il reddito di base nella relazione della commissione JURI. In passato anche Elon Musk, CEO di SpaceX, dichiarò: «Penso che ci siano ottime possibilità che alla fine ci arriveremo, a un reddito universale garantito o a qualcosa di simile, proprio a causa dell’automazione – non vedo attraverso quale altra strada ci si potrebbe arrivare».

Il salario, insieme alla necessità di percepirlo per poter sopravvivere, rimane la cerniera tra le singole attività-lavori degli esseri umani organizzati nella trama che compone la società contemporanea e il livello complessivo dell’accumulazione capitalistica. Quindi l’esplosione della sua forma classica è un problema che anche la classe dei capitalisti deve affrontare in qualche modo.

D’altro canto il reddito universale dall’alto è figlio del suo tempo, le istituzioni sembrano muoversi in una direzione in cui l’erogazione di prestazioni sociali si accompagna sempre più ad una dimensione disciplinante (workfare) tipica del welfare paternalistico dove la mano del padre-padrone concede in maniera magnanima alcune prestazioni in cambio di una serie di comportamenti (ricerca del lavoro, “volontariato”, coaching etc.). Mentre i tycoon della net economy sembrano proporre forme in cui il disciplinamento è meno esplicito, ben consapevoli che le nostre vite possono essere mercificate in altre forme. In uno scenario trasformato rispetto alle forme salariali classiche, il reddito di base si ripropone quindi come misura dello sfruttamento capitalistico, ovvero di come la ricchezza socialmente prodotta viene ripartita tra classe capitalista e proletari, e non tocca il problema di riappropriarsi di una certa autonomia nel determinare i fini ed il senso delle proprie vite. Infatti, parallelamente, lo sviluppo tecnologico riorganizza le forme e le condizioni alle quali dobbiamo vendere le nostre capacità come merce per i fini di profitto della classe capitalistica, facendo salire le contraddizioni ad un livello più alto, laddove le capacità, le relazioni sociali e la soggettività stessa sono mercificate, svalorizzate e alienate.

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