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Ucraina, la sporca guerra della crisi europea


Notizie dal fronte

La significativa escalation di violenza nelle settimane passate (fonti ucraine riportano che il numero di combattimenti è passato da una media di 10 al giorno nei mesi di novembre e dicembre a circa 40 al giorno nel mese di gennaio) ha portato ad un’intensificazione degli sforzi dei separatisti per garantirsi il controllo dell’aeroporto di Donetsk e altri siti strategici, così da ottenere una prima linea più difendibile dagli attacchi di Kiev.

Attacchi che, in ogni caso, non si sono fatti attendere con bombardamenti a tappeto da parte dell’esercito ucraino e sanguinosi scontri per la conquista di Mariupol da parte dei miliziani delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk, mentre il numero di profughi dalle regioni orientali ha ormai superato il milione di persone. Nelle ultime ore, inoltre, sanguinosi scontri si stanno verificando presso Debaltsevo, cittadina di circa 30 mila abitanti a metà strada tra Lugansk e la capitale del Donbass (e che quindi ne impedisce la comunicazione diretta) dove da alcuni giorni alcune migliaia di soldati ucraini sono bloccati senza apparente via di fuga.

Probabilmente, questa ondata di attacchi non fa presagire una nuova grande offensiva (da entrambe le parti, nonstante la vasta mobilitazione di riserivsti nelle ultime ore) ma nemmeno una fine dei combattimenti che, almeno fino all’arrivo della primavera – quando le condizioni meteorologiche dovrebbero migliorare – procederanno con alti e bassi. Ci vorranno comunque degli anni prima che le condizioni della regione possano ritornare a qualcosa che si avvicina alla normalità, dal momento che la crisi umanitaria, già acuta, continua a peggiorare col passare dell’inverno nonostante il continuo invio di convogli umanitari da parte di Mosca (che non sono però affatto sufficienti a soddisfare le esigenze dei circa 3 milioni di abitanti del Donbass). Attualmente, secondo stime dell’ONU da prendere con la dovuta cautela (probabilmente calcolate al ribasso) le vittime dall’inizio del conflitto fino a oggi avrebbero superato le 5.000 unità (militari più civili) e i profughi sarebbero ormai 1,5 milioni, di cui 950.000 fuggiti in Ucraina e 600.000 in Russia.

 

Tregue fittizie e ricatti economici

E’ notizia dell’altro ieri che i colloqui a Minsk del “gruppo di contatto” composto dalle delegazioni del governo ucraino e dei separatisti filo-russi – a cui hanno partecipato anche l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) e la Russia – si sono risolti in un nulla di fatto dopo circa 4 ore di incontro. Questo nonostante una tregua sia auspicabile da entrambe le parti e non meno da UE e Russia, che hanno però fatto saltare il vertice dei “quattro della Normandia” (i ministri degli esteri di Ucraina, Russia, Germania e Francia) previsto il 15 gennaio ad Astana.

Vi sono, infatti, una serie di ragioni per cui un cessate il fuoco stabile e duraturo è improbabile, almeno per quest’anno: la linea di contatto tra i due eserciti è molto lunga (e per la maggior parte senza confini naturali), e questo permetterà un continuo scambio di attacchi “a bassa intensità” senza che nessuna delle due parti arrivi a conquiste significative. Le delimitazioni territoriali sono ancora molto contestate e confuse ed è difficile capire come possano stabilirsi, tanto più dopo che l’accordo Minsk prevedeva il ritiro delle armi pesanti solo dalle zone cuscinetto, mentre una tregua stabile richiederebbe uno sforzo da entrambe le parti per assicurare una certa distanza lungo la linea di contatto.

Gli attori in campo, e le potenze occidentali in primis, trovano comunque più conveniente tenere aperto un fronte di scontro diretto con la Russia mentre tentano di logorarla a suon di sanzioni e svalutazione delle risorse (le conseguenze della “guerra del petrolio” ancora si fanno sentire a Mosca, mentre sta per essere tesa la trappola della bolla sullo shale gas). Gli Stati Uniti e la NATO hanno infatti preso il comando sul fronte militare, e mentre l’Unione europea coordinava le sanzioni contro la Russia, i primi posizionavano una massiccia presenza di forze di terra a “rotazione” nelle repubbliche baltiche. Nei prossimi mesi, poi, verrà attuato il “Piano d’azione Readiness” come concordato al vertice del Galles alla fine dello scorso anno, che comprende l’istituzione di una Task Force militare che permetterà agli Stati Uniti di continuare a posizionare truppe e missili a due passi dagli Urali.

Mosca, tuttavia, reagisce in modo asimmetrico al “perno ad est” della NATO pur proseguendo gli sforzi per destabilizzare e intimidire le repubbliche baltiche. Per ora si limita a stabilire le nuove basi aeree e ad aumentare la propria presenza militare in Bielorussia, considerata comunque un alleato instabile e poco affidabile, mentre consolida la sua posizione militare in Abkhazia e Ossezia del Sud, e procede con il piano per la creazione della flotta del nuovo comando Artic sul Mar Nero e sul Baltico.
A dirla tutta, l’orso russo si mantiene dormiente per motivi strategici più che tattici, dal momento che si trova nel pieno della recessione iniziata nel 2013 e il prezzo del petrolio continua a scendere (mentre il rublo viene cambiato per circa 63 dollari).

Intanto l’Ucraina fa i conti con la recessione, che negli ultimi mesi è stata molto acuta ed è iniziata ormai più di un anno fa, contribuendo inoltre al dilagare della corruzione. Anche con l’assistenza esterna dell’UE e una base di riforme interne ben impostate, l’economia è destinata a continuare a contrarsi nel 2015, dopo essere crollata di circa l’8,5% quest’anno (la Banca Mondiale ha rivisto le sue previsioni del PIL per il 2015, da -1% a -2,3%) e dopo che la hrivna ha perso oltre il 50% del proprio valore con un’inflazione che si aggira attorno al 25% e le riserve in valuta sono crollate a soli 7,5 miliardi di dollari. Vi è, tuttavia, una qualche garanzia che Kiev procederà con le riforme interne che esigono i creditori internazionali e di cui l’economia ha un disperato bisogno, e ciò è garantito soprattutto grazie ai ministri esteri fatti recapitare direttamente dall’establishment USA a inizio dicembre.

E’ probabile che l’Unione Europea e gli Stati Uniti intervengano con fondi sufficienti per evitare un default e consentire al FMI di erogare il resto del suo attuale prestito di 17 miliardi dollari all’Ucraina. C’è semplicemente troppo in gioco per i governi occidentali, (e molto meno denaro a rischio che con il piano di salvataggio della Grecia, per esempio), per consentire all’economia ucraina crollare completamente.

Allo stesso tempo, anche il Cremlino continuerà ad utilizzare la sua influenza economica, comprese le forniture di gas naturale (è notizia di ieri che Gazprom incrementerà le sue esportazioni del 3% nei prossimi tre anni), per fare pressione su Kiev e continuare a vendere ai suoi clienti occidentali, sia per motivi finanziari ma anche per corteggiare quella parte di sostenitori dell’UE più bendisposta nei suoi confronti.

Il governo ultraliberista e conservatore con a capo il liberale Yatsenyuk (e soprasseduto dall’oligarca Poroshenko) emerso dopo le elezioni di ottobre, nel frattempo, si mantiene saldamente al timone della nazione grazie ad una retorica nazionalista (favorita anche dal posizionamento in ruoli chiave dell’esecutivo di fascisti e neonazisti) che bolla come “antipatriottica” qualunque voce osi sollevarsi contro la logorante guerra nel sudest. In realtà, nonostante le roboanti dichiarazioni di questi giorni e la volontà da parte di Kiev di richiamare altri 100.000 riservisti da spedire al fronte (non senza interferenze, defezioni e proteste di massa), l’attuale leadership riuscirà a sopravvivere solamente se le riforme strutturali verranno attuate – prevedono pesantissimi tagli alla spesa sociale, in particolare all’educazione e alla sanità, con un forte aumento in termini reali della spesa militare – e, soprattutto, se non si verificherà un’escalation dei combattimenti.

 

Le Repubbliche separatiste

La regione de Donbass, nel frattempo, sta pagando senza dubbio il tributo più alto di questa guerra, e il tragico ruolo di “parte aggredita” del conflitto si ripercuote su tutti gli aspetti della quotidianità della popolazione locale. Ormai da tempo, infatti, Kiev ha preso la decisione di fare terra bruciata delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk, senza stare tanto a guardarsi indietro nel tentativo di recuperare un legittimità che, se già dopo la deriva nazional-fascistoide del Majdan era risicata, ora è del tutto assente. Senza contare i continui massacri e la distruzione sistematica di tutte le infrastrutture della regione, il governo Poroshenko impedisce con tutti i mezzi il rifornimento di medicinali e beni di prima necessità costringendo chi vuole viaggiare, da o verso le regioni in mano alle milizie separatiste, a chiedere un permesso. Coloro che cercano di muoversi nelle aree colpite dal conflitto devono infatti fornire documenti come passaporti e prove che dimostrino perché necessitano di attraversare i checkpoint e il processo per il rilascio dell’autorizzazione può richiedere fino a 10 giorni. E questo avviene a fronte delle vittorie riportate dalle Repubbliche sia durante la fallimentare offensiva di Kiev nell’estate scorsa, sia durante gli scontri più recenti, che dimostrano – a costo di essere retorici – come una resistenza di tipo difensivo, con l’appoggio della popolazione locale (seppur in termini risicati) sia ancora oggi il fronte più insidioso in cui tentare avventure dal sapore neocoloniale.

I vertici delle Repubbliche, eletti lo scorso novembre con un plebiscito che ha sostanzialmente riconfermato i precedenti blocchi di potere (anche se epurati delle presenze più ambigue, leggasi “mandate da Mosca”), hanno trascorso gli ultimi mesi tentando di mantenere il controllo nelle zone di guerra e regolando i conti internamente. Non si può infatti dire che la situazione sotto il cielo del Donbass sia chiara e uniforme, e il complesso mosaico di cui è composto lo zoccolo duro dei resistenti del sudest (che spazia dagli imperialisti zaristi ai comunisti) non rende semplice identificare chi effettivamente eserciti potere reale nella zona. A complicare ulteriormente il quadro si aggiungono le micro-repubbliche separatiste dei Cosacchi che si rifiutano di obbedire tanto a Plotnitsky (Lugansk) quanto a Zakharchenko (Donetsk) ma il cui contributo militare è fondamentale ai fini delle operazioni di guerra.

A queste difficoltà logistiche si lega il sempre minore contributo della Russia in favore della causa separatista, dopo che un’ipotesi Crimea è parsa definitivamente improponibile e le sanzioni unite alla crisi economica costringono Mosca a liberarsi dal pantano ucraino per tirare un sospiro di sollievo. Il crollo del rublo sta inoltre facendo traballare il progetto dell’Unione Eurasiatica (cavallo di battaglia delle prime proteste anti-Majdan) e in gennaio si è stato registrato un crollo dei rientri in Russia dei lavoratori stagionali dall’Asia centrale  (e finanche in Armenia, da sempre stabile alleato della Russia, sono esplose manifestazioni contro Mosca un episodio di violenza criminale contro la popolazione locale da parte di soldati russi di stanza nel paese).

 

Quali prospettive?

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Lo schacchiere è quantomai movimentato, e non mancano di palesarsi i primi, timidi, segnali dal basso di contrapposizione alla guerra, con scioperi spontanei nelle fabbriche di armi a Dnepropetrovsk, proteste contro la guerra “degli americani” (perché come tale è ormai vista, a ragione, da buona parte della popolazione ucraina) e scioperi contro l’austerity e i tagli al welfare finanche a Kiev e nelle regioni dell’ovest. E mentre l’UE resta a guardare, impegnata più a condannare gli eventi e a puntare il dito su eventuali “sconfinamenti” russi che a proporre una valida offerta di tregua, appare sempre più evidente che la soluzione federalista dell’Ucraina sia, a conti fatti, la più praticabile. Se, infatti, Putin ha fatto sapere, per bocca del ministro degli esteri russo Lavrov, che è preferibile mantenere il Donbass all’interno dei confini ucraini onde evitare un dilagare dei combattimenti, dall’altro lato UE e USA potrebbero giocare la carta che vede nel mantenimento dell’imparzialità Ucraina (senza ingresso nella NATO, di conseguenza) una buona moneta di scambio per congelare le ostilità. Una situazione di questo tipo farebbe comodo in primis all’economia europea e alla Germania, costretta tra la necessità di accomodare l’alleato americano (anche sul fronte delle misure finanziarie) e mantenere schizofrenici rapporti diplomatici con la Russia.

Anche per le Repubbliche Popolari una prospettiva di questo genere potrebbe rivelarsi vantaggiosa, dal momento che si regolamenterebbero i rapporti economici con la Russia e si uscirebbe dall’’impasse della guerra prima che questa degeneri definitivamente affossando la fiducia della popolazione nei confronti delle autorità separatiste. Al comando di un Donbass federato riuscirebbero infatti a posizionarsi tutti i vertici attualmente al comando con l’aggiunta di esponenti del Blocco di Opposizione (l’ex Partito delle Regioni del deposto presidente Yanukovich) che nelle regioni sudorientali mantiene una discreta presenza soprattutto grazie agli stretti legami con le oligarchie locali – i cui interessi, al netto della propaganda, non sono mai stati realmente intaccati dalle nuove amministrazioni indipendentiste.

La situazioni rimane dunque fluida e risulta difficile capire quale potrebbe essere l’orizzonte più prossimo di un conflitto che, al di fuori delle retoriche, rappresenta un banco di prova fondamentale per la tenuta del progetto Europa. Certo è che, mettendo da parte gli ultrà dell’una o dell’altra sponda, inserirsi nel conflitto ucraino senza la chiara consapevolezza di quali sono gli equilibri internazionali e di classe sui quali si gioca questa resa dei conti risulta ormai una presa di posizione di comodo che nasconde la non-volontà di inserirsi nelle contraddizioni, anche quando queste si palesano nella loro forma più contorta. E in una situazione di equilibri estremamente risicati e in bilico come quella attuale restare a guardare non è più una scelta di campo a cui conviene assicurarsi.


Ascolta Tommaso redattore di Infoaut (Radio BlackOut):

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