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Voci dalla società curda, a pochi giorni dalle elezioni turche

Gli sguardi dei ragazzi per strada sono tesi, ancora segnati dai fatti connessi al coprifuoco terminato qualche giorno addietro. In quell’occasione, il Kck (Unione delle comunita’ dei Kurdi, il coordinamento transanazionale di tutte le forze legali e illegali, partitiche o associazionistiche, armate o meno) aveva invocato l’autodifesa delle città curde. Un appello raccolto in tutti i quartieri con fenomeni di autorganizzazione spontanea in funzione difensiva, costato la vita di cinque martiri nella sola Diyarbakir (a fronte di numerose esecuzioni sommarie compiute dai militari turchi).

Ci addentriamo nel cuore del sur, la cittaà vecchia, per incontrare la base popolare di quelle giornate di “autodifesa”.
I segni dei combattimenti sono evidenti, dai colpi delle mitragliatrici contro case e moschee alle strade divelte per erigere le barricate. “Il sur è al centro di un piano di gentirificazione del governo centrale – dice la nostra guida – con la scusa di ‘riqualificare’ le antiche mura vorrebbero abbattere i palazzi e ricollocarne gli abitanti in periferie artificialmente gonfiate di poplazione turca islamista. Vogliono spezzare le reti di solidarietà'”.

Entriamo in casa di Vesile, nata e cresciuta nel sur. “Negli anni ’80 e ’90 abbiamo accolto le ondate di profughi dalle campagne. Era povera gente come noi, che scappava dagli incendi dei villaggi e dalle uccisioni sommarie perpetrate dalle “toros”, le squadre speciali dell’esercito. Qui il governo non porta servizi e noi non ne chiediamo: abbiamo imparato a fare da noi”.
Le chiediamo delle giornate di autodifesa: “quando il KCK dichiarò l’autogoverno in estate molti furono colti alla sprovvista. Ma con l’imposizione del coprifuoco e l’inizio dell’autodifesa, le assemblee di quartiere sono state il mezzo con cui spiegare quella necessità. Alla fine erano tutti coinvolti. I ragazzi più giovani? E’ vero, molti erano coinvolti, ma dovete considerare che per loro lo stato è sempre stato un nemico. Durante i giorni di coprifuoco i cecchini turchi hanno ucciso con tre colpi alla testa un bambina di undici anni in coda al forno per prendere il pane. Come pensate che possano sentirsi i nostri ragazzi?”.

Proviamo a chiederle una previsione sulle prossime elezioni del primo novembre. “L’HDP (la formazione nazionale che, a partire dal BDP curdo, ha raccolto intorno a sé tutte le minoranze etniche e buona parte della sinistra turca) passerà lo sbarramento impedendo nuovamente a Erdogan e al suo AKP di raggiungere la maggioranza assoluta. Ma il dopo elezioni è un’incognita, anche se una cosa la posso dire: negli anni ’90 erano le sole truppe del PKK a difenderci, ora tutta la popolazione è pronta, ce lo hanno insegnato le giornate di autodifesa”.

La paura che attanglia tante famiglie, conclude  Vesile, è anche per i ragazzi che sono lontani da casa: a causa della disoccupazione molti giovani migrano per i lavori stagionali nelle regioni a nord, sul mar Nero, e ad ogni screzio fra stato e movimento curdo sono colpiti da aggressioni e licenziamenti ingiustificati. Una fattispecie che tuttavia non ha ancora prodotto dinamiche di lotta economica, essendo il piano sindacale completamente sopravanzato da questioni di sopravvivenza.

Lasciamo casa di Vesile e ci dirigiamo verso la sede del Comitato di ricostruzione di Kobane. Qui incontriamo Hediye, che in seno al comitato rappresenta il Kja, Congreso donne libere, vicino all’Hdp. “Cosa ha portato alla resistenza di carattere popolare di Kobane? Una preparazione di tipo ideologico sperimentata a più riprese negli otto anni precedenti”. Una considerazione che rimanda al processo di crescita in termini di autorganizzazione di cui abbiamo discusso nel sur. Hediye continua: “il problema della ricostruzione è che i finanziamenti dall’Europa richiedono una rendicontazione di carattere tecnico che al momento è molto difficile grantire per ragioni ovvie: la guerra e l’emigrazione hanno letteralmente tolto know how in questo senso. Sicuramente però ogni progetto vedrà rispettati dei parametri ecologici rigidissimi in quanto Kobane vuole diventare un modello per tutto il mondo”. Il capitalismo occidentale qui non è mai arrivato del tutto, sarebbe loro intento prevenirne l’arrivo impostando modalità decisionali di tipo popolare: sulle case che saranno ricostruite ad esempio si deciderà a livello di assemblee di quartiere quanto dovranno essere grandi e come compensare ecologicamente l’impermeabilizzazione del suolo. Per ora sono tornate 175.000 perone, ma molti mancano ancora. Come comitati di sostegno si cerca di coordinare aiuti e rientri ma tutte le decisioni sono in capo agli abitanti stessi di Kobane.

Come in ogni momento di rottura dello spazio-tempo imposto dal comando, emerge il nodo fra potere destituente e potere costituente.
Hediye ci parla della situazone sanitaria: “Un altro aspetto importante della ricostruzione è la costruzione di un nuovo apparato sanitario. Le linee guida del comitato di salute pubblica sono di disincentivare la medicalizzazione della società, evitando di somministrare farmaci se non strettamente necessario. Dopo l’assedio molti volevano medicinali per calmare lo stress, abbiamo dovuto costruire una nuova cultura in questo senso. Anche dal punto di vista della psichiatria stiamo facendo dei ragionamenti interessanti: vivere una dimensione di comunismo applicato previene dal ricadere in oppressioni sociali che spingono verso la generazione di determinate debolezze. E’ la costruzione della vita in comune che ci preserva dalla degenerazione psichica ma anche dalla categorizzazione che attorno a questa si costruisce in occidente: quello che per voi è un malato da sottoporre a terapia per noi è una persona da inserire il più possibile in una rete di rapporti sociali.

Sempre in ambito di salute mentale vi è poi il tema del supporto psicologico, che ha in questo momento una dimensione di massa. Abbiamo cercato di promuovere incontri fra madri di militari turchi caduti e madri di martiri della guerriglia curda. Si evidenzia subito come le madri curde siano shockate per le torture cui vedono sottoposti i cadaveri dei figli, ma reagiscano meglio perché crescono nella familiarità all’idea che i loro famigliari combatteranno e moriranno o saranno fatti prigionieri. Le madri turche invece non riescono a spiegarsi il perché in “condizioni di pace” i loro figli muoiano. Ciò da un lato disvela le bugie del governo e dall’altra ci offre la possibilità di promuovere una cultura di incontro e di pace per le generazioni a venire”.

Lasciamo il centro per riaddentrarci nel centro storico: l’enorme processo di mobilitazione messo in campo dal movimento curdo è a un turning point di cui le prossime elezioni potrebbero essere un tassello determinante. Quella che si respira è la sensazione della calma prima della tempesta.

Diyarbakir – Ottobre 2015 (pubblicato anche su www.retekurdistan.it)

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