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Elezioni in Germania: esiste un “male minore”?

La Germania si avvia verso un nuovo governo di grosse koalition tra CDU-CSU e socialisti, tra i vincenti e gli sconfitti di questa tornata elettorale. AfD si afferma come secondo partito, ma non conquista abbastanza voti da rendere impraticabile un governo senza il partito di estrema destra.

Le esternazioni di Musk ed il progetto MEGA non hanno portato bene all’AfD che si è fermato al 20,8%, raddoppiando i voti della scorsa tornata, ma senza riuscire a sfondare il tradizionale muro di contenimento nei confronti dell’ultradestra. Evidentemente le intrusioni d’oltreoceano nella politica tedesca non sono state gradite.

Al governo, salvo sorprese, ci andranno la CDU-CSU di Friedrich Merz che ha guadagnato il 28,5% dei voti (che è comunque il peggior risultato della coalizione dopo quello del 2021 dalla riunificazione ad oggi) con la sua campagna elettorale che ha incorporato molte delle retoriche dell’estrema destra e la SPD, vera sconfitta di queste elezioni (insieme ai Liberali), che ha perso il 9% rispetto alla scorsa tornata. Ancora da capire se la coalizione di governo dovrà coinvolgere necessariamente anche i Verdi.

La Die Linke conferma la sua volata, trainata dal voto dei giovani tra cui è il primo partito davanti ad AfD. Dal punto di vista geografico si conferma una Germania divisa in due, da un lato l’est in cui trionfa AfD, dall’altro l’ovest dove vince, salvo alcune circoscrizioni ancora in mano ai socialisti ed ai verdi, la CDU-CSU. Berlino è a sua volta divisa in due, con i quartieri ad est dove domina Die Linke e quelli ad ovest che vanno alla CDU-CSU.

L’AfD conquista consensi tra i lavoratori: 38%, in crescita del 17% rispetto al 2021. Crolla invece la Spd di Scholz che passa dal 26% al 12%. La Cdu torna a essere primo partito tra gli autonomi e i pensionati. Questo voto la dice lunga su quanto profonda sia la crisi del modello industriale tedesco.

Un modello che si basava su energia a basso costo dalla Russia, manodopera dal Mediterraneo, catene del valore che si dilungavano sul continente per i semilavorati ed un fiorente sbocco commerciale in Cina.

L’architettura dell’intera Unione Europea si è retta per decenni su questo modello che appariva solido ed immutabile, ma già con la crisi del debito sovrano del 2011-2012 frutto, tra le altre cose, del tentativo di “esternalizzare” il crollo finanziario del 2008 da parte degli Stati Uniti si sono iniziate a creare profonde crepe. La pandemia di Covid19 ha poi evidenziato le fragilità delle catene del valore, ma il colpo di grazia definitivo è stato dato dalla guerra in Ucraina. Con le buone o con le cattive (vedi Nord Stream 2), la Germania è stata costretta ad un repentino cambio nell’approvvigionamento delle materie prime, mentre le esportazioni di autovetture tedesche verso la Cina sono diminuite del 24% solo nel 2023.

La Germania sembra vivere in ritardo la stessa sequenza storica di polarizzazione che è toccata a molti altri paesi europei in cui i partiti di stampo liberale hanno sposato sempre di più le parole d’ordine dell’estrema destra su immigrazione, sicurezza e ordine pubblico, mentre sul piano economico e di politica estera hanno continuato a perseguire lo stesso modello da decenni. Ma, come sappiamo bene dalle nostre parti, a lungo andare il muro crolla.

In questo contesto è difficile vedere una qualche vittoria in queste elezioni, nonostante lo stop all’avanzata dell’estrema destra, sia dal punto di vista delle tendenze politiche future, sia da quello del quadro internazionale. L’AfD potrà mostrarsi come il partito d’opposizione alla grosse koalition (tanto più se anche i verdi entrassero nel governo) e dunque raccogliere i frutti della devastante macelleria sociale che ci attende nel quadro del riarmo europeo. Le prime dichiarazioni di Merz d’altronde ricalcano lo spartito bellicista che la classe dirigente dell’Unione Europea sta suonando da settimane. Il risultato di queste elezioni è il salvagente a cui si attaccherà il partito della guerra.

L’unica nota positiva viene dal voto giovanile che conferma la tendenza di una parte significativa delle nuove generazioni a scegliere quelle compagini elettorali che alludono ad un cambiamento, radicale o meno, del sistema di sviluppo in senso socialista ed ecologista.

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