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19 ottobre: un giorno nella vita

Una delle principali sensazioni che si percepivano al corteo di sabato, era la tranquillità: la gente sorrideva, era allegra, si scambiava opinioni e proposte, consigli e battute. Non bisogna pensare che ciò rappresenti  una qualche forma di debolezza, ma che al contrario sia il sintomo di una nuova presa di consapevolezza iniziata a radicarsi nella prassi del movimento: ci siamo finalmente resi conto di avere completamente ragione, che di per sé non significa niente, anzi a volte assume l’aspetto di un’amara consolazione di fronte alla miseria dell’esistente. Fino ad ora la subalternità delle pratiche quotidiane, che evidenziano la giustezza delle nostre teorie, a favore di una cieca militanza che si limitava alla speranza di un futuro migliore, lasciava strascichi di generale perplessità, dando sfogo a deleteri episodi di nichilismo e sconforto. Il corteo di due anni fa, mosso principalmente da una sana rabbia rivoluzionaria verso una situazione oltremodo insopportabile, ha rappresentato il climax della nostra frustrazione.

Vedendo quelle camionette bruciare e inquinare l’aria circostante, i compagni fatti prigionieri da un nemico oggettivamente più forte sul piano militare, si è capito che per affermare la nostra lotta è necessario coinvolgere più soggetti possibili, soggetti che abbiano una sensibilità condivisa nei confronti del miglioramento della loro vita, e che quindi indirizzino le proprie azioni quotidiane verso questo obiettivo. Il fatto che gli scontri siano stati limitati non vuol dire che ci stiamo rammollendo  o che si sia diventati rispettosi del decoro urbano, forse è solamente un indicatore del livello discendente di frustrazione, dato dall’aver consolidato prassi positive e radicali, e il tutto senza che nessuno abbia imposto qualcosa a qualcuno (questo per dire che non c’è bisogno di leggi o “precetti morali”).

Decine di migliaia di persone si sono prese la briga di andare a Roma in un’assolata giornata ottobrina, ideale per un’eventuale scampagnata, facendosi beffe dell’apparato terroristico di disinformazione statale e degli atteggiamenti sbirreschi di Trenitalia (emblema del cosiddetto libero mercato che aspira alla repressione e ad un nuovo fascismo), perché volevano testimoniare delle loro resistenze giornaliere, conoscere altre realtà e confrontarle con le proprie. I no-tav della Val Susa che uniscono le forze coi tarantini oppressi dall’Ilva, i vari comitati per la casa che si scambiano le loro esperienze su come hanno fottuto il sistema, i migranti che con la sola loro presenza evocano migliaia di chilometri di guerre e sfruttamento causati da un colonialismo che nei fatti non è mai cessato, urlati nel loro salmodiare simile alle cerimonie dei loro antenati. Cosa aspettarsi dalla controrivoluzione, che non può assolutamente permettersi il proliferare di un’illegalità attiva che riesca a smascherare le sue menzogne? Ogni ipotesi rimane valida, ma questa volta sembrano esserci le condizioni per sottrarre grandi spazi di agibilità al potere, finalmente in una contesa equilibrata, e riempirli coi desideri dei viventi in un presente umanamente sostenibile.

COLLETTIVO ANTIKUNST Limite sull’Arno

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