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Quando migrano le rivolte

Il fatto è relativamente originale, anche se preceduto dalle vicende che neanche un mese fa hanno rappresentato lo scoppio della rabbia dei migranti rinchiusi nei centri di Bari, Crotone e Nardò.

Tutto comincia quando via telefono alcuni tunisini carcerati nel CPA dell’isola riescono a raggiungere dei compagni di sventura che il giorno prima erano stati portati via dal centro e con l’inganno rimpatriati. Non abbiamo notizie certe di come siano avvenuti questi rimpatri, ma possiamo immaginare come in un (non)luogo dove regna solo il potere discrezionale di sbirraglia & co. non sia stato difficile truffare un gruppo di migranti con l’illusione di un trasferimento in un altro centro, magari con la promessa di un permesso di soggiorno, per poi invece dirottarli verso la Tunisia.

Un espediente comodo per limitare le ovvie resistenze che chi investe tutte le sue speranze in un viaggio verso una vita diversa sarebbe pronto a opporre per non vedere cancellati con un colpo di spugna tutti i sacrifici e i pericoli che ha corso per arrivare. Ciò che ha mandato in fumo i piani della governance delle migrazioni è stata la rivolta che ne è conseguita solo il giorno dopo. Infatti, dopo avere avuto notizia di quanto successo, i detenuti nel CPA dell’Alcatraz del Mediterraneo hanno dato vita a una protesta incisiva e determinata.

Nel pomeriggio in circa duecento sono riusciti a scappare oltre le recinzioni che mantengono “decoroso” e turistico il resto dell’isola e hanno guadagnato il centro cittadino mandando in crisi le rassicuranti parole di chi prova a presentare l’isola come qualcosa di estraneo al CPA che ospita, e quindi come un posto sicuro in cui andare a trascorrere le proprie vacanze. Dopo di ciò si sono diretti verso il molo Favaloro dove hanno presidiato per ore e fin oltre il tramonto il punto di attracco riservato ai viaggiatori senza permesso, chiedendo a gran voce di non essere rimpatriati.

Lì un imponente spiegamento di forze dell’ordine ha cercato di placare gli animi e di far rientrare gli ospiti “sgraditi” nel centro di contrada Imbriacola ma, lì giunti, la rabbia dei manifestanti si è unita a quella di chi non era riuscito a evadere dal CPA e si è materializzata in una fitta sassaiola che ha ferito un carabiniere e un finanziere rappresentanti tutto l’apparato repressivo che li obbliga alla prigionia e gli prospetta un rientro forzato in Tunisia.

Ormai infatti l’emergenza rivoluzione tunisina è finita, e chi approda sulle italiche coste non merita più il permesso temporaneo riservato a chi a marzo di quest’anno era riuscito ad aprire una breccia nella fortezza Europa. Mettendo da parte per il momento l’attualità degli eventi rivoluzionari che in Tunisia continuano a porre in discussione il governo di transizione di Essebsi, e la cinicità con cui si dichiarano terminati i motivi per cui una persona che sta sulle sponde meridionali del Mediterraneo possa voler attraversare il mare, sembrano ancora più interessanti le risposte di questi viaggiatori alle politiche di chiusura delle frontiere. La questione non è se il governo italiano e la governance europea concedono o meno un succedaneo di asilo politico, la questione sta nel diritto alla libertà di movimento e alla libertà di decidere quali siano le motivazioni che portano ad abbandonare la propria casa.

Per loro infatti non sembrano affatto finiti i motivi per viaggiare, e non sembrano finiti neanche i motivi per resistere: e così come a Tunisi rispondevano determinati alle cariche e ai proiettili della polizia di Ben Alì e di quella di Essebsi (passando per quella di Ghannouchi), a Lampedusa rispondono e cacciano le forze che mette in campo lo Stato italiano per imporre il suo ordine fatto di lager e respingimenti. A questi “eredi” della costituente rivoluzione tunisina non sembra importare che il governo italiano non gli riconosca validi motivi per entrare in Europa: i motivi li decidono loro, e le frontiere le abbattono a pietrate.

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