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L’altra America: si riaffacciano le lotte dei lavoratori

Mentre negli Stati Uniti aumentano la povertà, i senza tetto e la cronica mancanza di cure sanitarie per tutti, Trump ha fatto trovare il carbone sotto l’albero di Natale: un grande aumento delle spese militari e una (ulteriore) diminuzione delle coperture sanitarie per la parte meno ricca della popolazione.

di Ezio Boero, da Volere la Luna

Il 17 dicembre, solo 20 senatori (16 del Partito Democratico, tre del Partito Repubblicano e l’indipendente Bernie Sanders) hanno votato contro il National Defense Authorization Act. Coi suoi 901 miliardi di dollari, il più grande stanziamento annuale per spese militari nella storia degli Stati Uniti. Tra i favorevoli, 27 senatori democratici. Alla Camera la legge era stata approvata anche da 115 democratici. Tra gli stanziamenti per il 2026: 142 miliardi di dollari per la ricerca e lo sviluppo (tra cui biotecnologie, armi ipersoniche e intelligenza artificiale), 400 milioni di dollari per l’Ucraina, 600 milioni per la cooperazione di difesa missilistica di Israele e un miliardo in “assistenza” a Taiwan. Inoltre, nell’ambito del “ripristino dell’ethos guerriero”, la cancellazione delle norme antidiscriminazione nelle forze armate e l’utilizzo di truppe in servizio attivo lungo il confine tra Stati Uniti e Messico. Negli stessi giorni, il Parlamento non ha rinnovato l’Affordable Care Act del 2010, l’assicurazione medica, cosiddetta Obamacare, per le fasce più povere della popolazione che consentiva di acquistare su un mercato “protetto” un’assicurazione sanitaria per le persone che non hanno polizze sul lavoro o sono coperte dai programmi Medicare o Medicaid per anziani e poveri. Con ciò, 22 milioni di statunitensi dovranno affrontare grandi aumenti dei premi delle assicurazioni private, che si aggiungono ai tagli alla sanità già approvati a marzo col cosiddetto Big Beautiful Bill, e con la rinuncia di una parte dei democratici a condizionare con l’estensione dei sussidi lo shutdown di novembre. Non è sicuro che l’argomento sarà ripreso nel 2026 col voto sulla petizione dei democratici, appoggiata anche da quattro repubblicani, per ripristinare i sussidi all’Affordable Care Act per tre anni. Questi tagli si aggiungono al già praticato ulteriore abbassamento delle tasse dei ricchi; il che, nell’anno, comporta un trasferimento di ricchezza dalle famiglie del popolo alle aziende e ai miliardari: il Congressional Budget Office, un ufficio imparziale del Parlamento, ha stimato che comportano una riduzione del 4% del reddito al 20% delle famiglie.

All’interno delle persone più povere degli USA si trova una parte delle lavoratrici e di lavoratori. Ed è anche questa la ragione di alcune delle lotte che si sono sviluppate in questi ultimi anni nel mondo del lavoro.

Nelle caffetterie della multinazionale Starbucks, a partire dal 13 novembre, è in corso uno sciopero, denominato Red Cup Rebellion: picchetti, in crescente numero di negozi sindacalizzati, con l’obiettivo di dar loro la massima forza in prossimità delle vacanze di fine anno. Da gennaio 2021 è attiva una campagna di sindacalizzazione da parte del sindacato Starbucks Workers United (SBWU) che affronta soprattutto i salari iniziali che, nella maggior parte degli Stati dell’Unione, sono di 15,25 dollari all’ora, e negli altri sono comunque meno di 20 dollari. Una retribuzione insufficiente a vivere degnamente nelle città degli USA. A molti baristi, inoltre, sono assegnate meno di 20 ore di lavoro a settimana, la soglia che permette di ricevere alcuni benefici concessi dall’azienda, come un’assicurazione sanitaria. Tale campagna di SBWU per ottenere un contratto collettivo è stata ostacolata in tutti i modi dalla multinazionale, che ha accumulato un numero record di violazioni del diritto del lavoro, tanto che spesso il National Labor Relations Board (NLRB), l’agenzia federale che deve difendere i diritti del lavoro, è dovuta intervenire per annullare azioni e licenziamenti illegittimi contro chi si è sindacalizzato o voleva farlo. I negozi Starbucks ad oggi sindacalizzati sono 550 con 11.000 addetti e, seppur non rappresentino neanche il 10% di quelli statunitensi, le loro variegate iniziative di sciopero, e anche di boicottaggi con appoggio della clientela, hanno fatto sì che l’azienda abbia subito un calo di popolarità e anche di vendite. La trattativa aperta dall’azienda nel febbraio 2024, quando il fondatore si è messo da parte, è ora bloccata di fronte alle risibili offerte padronali. Lo sciopero Red Cup Rebellion è iniziato in 65 negozi di 40 città e potrebbe diffondersi a tutti i 550 sindacalizzati. È iniziato nel giorno dell’anno in cui Starbucks distribuisce una tazza riutilizzabile e sconta il prezzo delle bevande, con conseguenti code di consumatori, che comportano un superlavoro dei baristi. Il sindacato ha anche richiesto di boicottare tutti i negozi di Starbucks, sindacalizzati o meno, per tutta la durata dello sciopero e di aderire alla petizione No Contract, No Coffee, di impegno a non acquistare in Starbucks mentre i baristi sono in sciopero, che ha oltrepassato le 200.000 firme. Nei primi giorni di dicembre dipendenti di Starbucks, clienti del bar, appartenenti ad altri sindacati si erano radunati anche a New York, di fronte alle porte d’ingresso dell’Empire State Building, il grattacielo che ospita uno degli uffici della multinazionale, con cartelli “No Contract, No Coffee” e “Baristas on Strike”. Sono avvenuti arresti, così come anche durante il blocco delle consegne di materia prima negli impianti di tostatura del caffè di Starbucks nella contea di York, che servono la gran parte dei negozi degli Stati Uniti nordorientali e del Canada. Anche di 30 manifestanti, nel più grande centro di distribuzione della caffetteria sulla West Coast, a Minden in Nevada. Manifestazioni di solidarietà, variamente organizzate, stanno avvenendo anche di fronte ai negozi Starbucks in alcuni Paesi del mondo (in Italia, a Milano).

Sul fronte del lavoro pubblico, è stata attivata il 3 dicembre una causa dei dipendenti federali licenziati dal Dipartimento dell’efficienza del governo (DOGE), allora gestito da Musk, che ha tagliato, dall’inizio del secondo mandato di Trump, quasi il 12% della forza lavoro federale che consta in 2,3 milioni di persone. I licenziamenti erano iniziati col personale che gestiva i programmi antidiscriminatori, che cercano di garantire una corretta rappresentanza di tutti/e mondo di lavoro. Permane sullo sfondo l’idea trumpiana di selezionare le opinioni politiche degli impiegati federali, facendoli giurare fedeltà, non alla Nazione ma alle politiche della Casa Bianca. I tagli di personale hanno riguardato soprattutto Washington, che ha una delle maggiori popolazioni nere del Paese, il 13% impiegata in posti di lavoro federali. Trump ha paralizzato anche il NLRB, a cui i lavoratori del settore privato possono rivolgersi per affermare i loro diritti e, con la scusa della sicurezza nazionale, aveva anche eliminato i diritti di organizzazione sindacale di oltre un milione di dipendenti federali di molte agenzie governative. La Camera però ha approvato a metà dicembre, con un rarissimo voto bipartisan, il Protect America’s Workforce Act, che ripristina i diritti di contrattazione collettiva eliminati da Trump. Si attende ora il difficile voto al Senato.

Dopo la conclusione abbastanza positiva del rinnovo dei contratti delle Big 3 dell’auto (Ford, General Motors, Chrysler ora in Stellantis) nel settembre 2024, il sindacato United Auto Workers (UAW) aveva destinato 40 milioni di dollari delle sue cospicue risorse a una campagna di sindacalizzazione delle imprese auto che si sono localizzate, o si sono trasferite, nel Sud degli Usa: imprese tedesche, giapponesi e coreane, incentivate da ogni sorta di sostegni, concorrenziali tra loro, dei singoli Stati, tutti governati da repubblicani, dove vigono leggi di “diritto al lavoro” che sono contrarie all’organizzazione collettiva dei lavoratori. Un primo successo, presso la Volkswagen di Chattanooga (Tennessee), è stato seguito da una sconfitta nelle elezioni per far accedere il sindacato alla Mercedes-Benz in Alabama e da sconfitte in altre aziende. In questo mese, in presenza di un’offerta contrattuale che UAW ha giudicato insufficiente e di una dichiarazione di sciopero, finora non effettuato, un gruppo di lavoratori della Volkswagen, coordinati da un’associazione antisindacale, ha aperto una petizione per “decertificare” il sindacato, accettando l’offerta aziendale. Nel frattempo, il caucus (componente) UAWD, che a lungo aveva lottato per la democrazia interna e che aveva appoggiato l’attuale dirigenza di UAW, quella che aveva sconfitto alle elezioni i rimasugli della vecchia gestione, finita in carcere per aver incassato tangenti da Marchionne, si è dissolto a causa dei continui dissidi tra la componente tradizionale operaia e quella dei lavoratori universitari (dottorandi, tutor, ecc), che ora sono quasi un terzo degli iscritti UAW su un posto di lavoro. Infine, a sommare la difficoltà attuale di uno dei più importanti, non più numericamente, ma politicamente, sindacati degli USA, il suo presidente Shawn Fain ha dovuto infine sottomettersi al diktat del monitor federale che supervisiona la trasparenza delle risorse del sindacato da quando la magistratura aveva “commissariato” UAW nel 2020 a causa delle suddette tangenti. L’imposizione ha comportato nei giorni scorsi un nuovo cambio di dirigenza, consistente nel ripristino di due dirigenti sindacali (Rich Boyer, vicepresidente della UAW, incaricato di Stellantis, e la segretaria-tesoriera Margaret Mock), i quali erano stati estromessi da Fain. Contemporaneamente, tre suoi stretti collaboratori, colpevoli di false accuse nei confronti degli ex esautorati, hanno dovuto retrocedere negli incarichi o dimettersi. Lo spreco di risorse per difendere la decisione di licenziare i due potrebbe mettere nuovamente in discussione la coerenza nell’utilizzo dei soldi degli iscritti di UAW e anche la possibilità di Fain di essere rieletto a presidente del Sindacato.

Dal marzo scorso, infine, grandi manifestazioni nelle aree pubbliche gestite del National Park Service e del Forest Service, organizzate anche dai Resistance Rangers, un gruppo di oltre 1.000 dipendenti fuori servizio, hanno portato primi risultati positivi per la riammissione al lavoro della massa di ranger il cui licenziamento minacciava la sicurezza dei visitatori, la fauna selvatica e la prevenzione degli incendi nei parchi. Lo stesso per i ricorrenti tentativi di svendita di altre terre federali, assegnate a imprese trivellatrici, che si aggiungono ai 22 milioni di acri (sui 245 in totale delle aree protette) di terreno pubblico gestiti dal Bureau of Land Management che sono già attualmente “affittati” a compagnie petrolifere e del gas. Da giugno, una vasta coalizione di associazioni ha bloccato uno dei più grandi tentativi di privatizzazione di terre comuni.

Il 2025 ha visto dunque negli USA una certa presenza di iniziative sociali e ambientali e di resistenza alle deportazioni di migranti e le grandi manifestazioni “Hands Off” del 5 aprile e “No Kings!” del 14 giugno e del 18 ottobre, contro i provvedimenti dell’amministrazione Trump e per difendere un minimo di equilibri di poteri nel sistema statunitense. Il movimento progressista statunitense si è trovato però nuovamente di fronte a un rallentamento delle iniziative sindacali e ha dovuto fare soprattutto perno sulle molteplici organizzazioni che operano sul terreno sociale, ambientale, di difesa degli immigrati. Sembra ancora in salita, sebbene già deliberata anche dai sindacati dei postini (APWU) e degli insegnanti (AFT), la proposta, lanciata dal sindacato UAW di unificare le scadenze contrattuali dei contratti di lavoro al primo maggio 2028 per farne una giornata nazionale di lotta. Un ritorno di quella data di lotta negli Stati Uniti, da cui essa promana, che sarebbe un grande segnale di unificazione del mondo del lavoro.

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