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Torino: perquisizioni all’alba

Continua la criminalizzazione del movimento e delle mobilitazioni a Torino.

Questa mattina, 29 gennaio, agenti della Digos, su ordine della Procura torinese, hanno fatto irruzione nelle case di due compagni per effettuare perquisizioni che hanno portato al sequestro di alcuni vestiti.

L’accusa è quella di aver partecipato alla manifestazione contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna del 20 dicembre. La mobilitazione era stata indetta come risposta cittadina allo sgombero del centro sociale e aveva raccolto più di 10 mila persone, in un grande corteo popolare che aveva tentato di avvicinarsi all’Askatasuna, ricevendo in risposta cariche e lacrimogeni.

Probabilmente le perquisizioni di oggi sono parte di un indagine più ampia che potrebbe svilupparsi nei prossimi giorni o settimane. Dallo sgombero del centro sociale torinese, ogni settimana si susseguono operazioni di polizia ai danni del movimento con l’intento di criminalizzare la mobilitazione per la Palestina e contro il governo. Sembra evidente il tentativo di intimorire in vista del corteo nazionale del 31 gennaio.

“Torino è partigiana” è la parola d’ordine che unisce la mobilitazione di questo mese sotto la Mole e non solo, e con questo spirito si resiste insieme a chi vorrebbe spaventare e dividere.

Di seguito il comunicato del network antagonista torinese sulla mobilitazione nazionale.

Avreste dovuto pensarci prima. La piazza del 31 gennaio
«Profili di rischio», «forte contestazione e di lotta», “isolate i violenti”, necessità di una «rimodulazione» della manifestazione: le parole scelte dal Prefetto di Torino sono oramai il lessico ordinario del potere che abbiamo imparato a riconoscere. Non solo noi, ma chiunque viva e attraversi questa città con la volontà di migliorarla e trasformarla.
Abbiamo di fronte un governo che, in linea con un indirizzo politico dichiaratamente securitario, repressivo e intrinsecamente razzista, interpreta sistematicamente il conflitto sociale come un nemico pubblico, come un ostacolo da neutralizzare. In questo quadro è del tutto conseguente che la possibilità stessa di scendere in piazza venga trattata come una concessione revocabile, sottoposta a condizioni, sospetti e preventiva delegittimazione.
Questa impostazione non è episodica né locale. È perfettamente coerente con ciò che sono e rappresentano, un governo che guarda con interesse e compiacimento alle derive autoritarie statunitensi targate Trump, alle pratiche repressive dell’ICE, così come ai governi sovranisti europei impegnati a costruire consenso attraverso la discriminazione delle minoranze, la criminalizzazione dei migranti e la repressione del dissenso. In questo schema, il conflitto sociale non è una voce critica, ma un nemico interno. Non stiamo qui a dire che saremo mai potenziali amici di chi governa le nostre vite, sia chiaro, la netta differenza tra il mondo a cui aspiriamo e quello che loro rappresentano è incolmabile. La nostra opposizione irriducibile. La nostra conflittualità radicale.
È a questo punto che una domanda diventa inevitabile, e che le dichiarazioni istituzionali evitano accuratamente: qual è la vera violenza? Quella evocata in modo astratto, preventivo e strumentale da funzionari di un governo reazionario? O la violenza materiale e quotidiana che attraversa le nostre vite: la crisi sociale ed economica, la precarizzazione sistematica dell’esistenza, l’impoverimento diffuso, la povertà che diventa reato, la violenza esercitata dalle forze di polizia nelle periferie, nelle piazze, nei CPR? È sempre chi gestisce e giustifica questa violenza strutturale a ergersi a giudice morale del dissenso.
In Val di Susa queste dinamiche sono note da tempo. Le abbiamo viste all’opera per anni: la costruzione artificiale della distinzione tra manifestanti “buoni” e “cattivi”, il tentativo di isolare la lotta, la criminalizzazione preventiva, l’uso sistematico della forza come strumento ordinario di governo del territorio. Non accetteremo questa narrazione. Torino la conosce bene, perché è una città con una memoria politica profonda, segnata dalla Resistenza, dalle lotte operaie, dai movimenti sociali. Una città che sa riconoscere quando il richiamo all’ordine serve solo a soffocare il conflitto.
Non è un caso che, dopo lo sgombero di Askatasuna, la risposta sia stata una solidarietà ampia e determinata. L’assemblea nazionale del 17 gennaio, partecipata da centinaia di persone, e l’adesione di centinaia di sigle da tutto il Paese raccontano una realtà opposta a quella costruita dalle istituzioni: una comunità politica viva, determinata, che non accetta che spazi sociali, pratiche di solidarietà e luoghi di elaborazione politica vengano cancellati con un atto amministrativo e qualche manganello. La giornata del 31 gennaio sarà una grande manifestazione, aperta e inclusiva, per tutti e tutte.
Ed è probabilmente questo il punto che più inquieta le autorità. Se Askatasuna non fosse stata sgomberata, se non si fosse scelto deliberatamente di violare un pezzo di città, la sua storia e la sua dignità resistente e partigiana, oggi non assisteremmo a questa escalation retorica sulla sicurezza. Invece si è scelto lo strappo, la forzatura, la repressione. E ora si tenta di scaricarne la responsabilità su chi scende in piazza.
Il 31 gennaio non è un problema di ordine pubblico, è l’opposizione sociale che rompe gli argini e si prende lo spazio che le spetta. Ed è per questo che la piazza parlerà non solo a Torino, ma a tutto il Paese.
Appuntamento giovedì 29 gennaio alle ore 14,00 a Palazzo Nuovo Occupato per conferenza stampa delle realtà organizzatrici.
Ci vediamo in piazza sabato 31 dicembre, alle 14,30 a Palazzo Nuovo, Porta Susa e Porta Nuova!

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