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Fogli del diario dal carcere di Nicoletta – parte 2

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Condividiamo le pagine del diario che Nicoletta ha tenuto durante la sua esperienza in carcere, trascritte di recente. Qui invece la prima parte del diario.

1 gennaio 2020

Oggi in carcere giornata vuota. Quel che per il
mondo è festa (il pranzo con amici e parenti, la passeggiata in centro,
la gita in montagna a scarpinare un po’ di neve) qui sono cortili
deserti, intravisti da lontano, attraverso le sbarre.
Niente visite a
Capodanno, come del resto succede per tutti i giorni festivi. Sospese
anche le attività interne, scuola, laboratori, biblioteca, palestra.
Ho trascorso le due ore d’aria camminando lungo i muri del cortile destinato
alla sezione “nuove giunte”, un vascone di cemento che esibisce in
bella vista, sotto l’occhio vigile delle telecamere, due osceni
pisciatoi.
In tutto quel cemento ho cercato invano una crepa, una
fessura che lasci trapelare qualche traccia di natura, magari un filo
d’erba: niente.
Il silenzio che grava intorno è rotto solo dai passi
delle detenute in marcia cadenzata sul duro pavimento: camminano
svelte per scaldarsi e smaltire l’immobilità forzata. Mi viene in mente
la “Marcia dei carcerati” di Van Gogh: figure di vinti, uomini
intabarrati, a capo chino, tranne uno che, a capo scoperto, fissa in
volto il testimone fuori dal quadro, con una muta domanda.
Le mie
compagne camminano a piccoli gruppi. Qualcuna, sfidando il freddo, ha
steso per terra un telo e intavolato una partita a carte.
Cerco uno
spicchio di sole, dove sedermi a leggere e, improvvisamente, alzando lo
sguardo al cielo, scopro un rettangolo di terso cobalto, non solcato da
nuvole né da voli: come un artificio, un’illusione ottica che accresce
il senso della non-vita di questo non-luogo.

_____________________________________

 

2 gennaio 2020

 nic 2g

La cella dove ora vivo è rivolta ad oriente.
Vedo alzarsi un’alba tutta rossa, annuncio di una giornata di sole e
cieli chiari. Il cielo, a poco a poco, trascolora in una luce che
cresce, si fa gialla e poi di un tenero candore che, nel freddo di
gennaio, sa già di primavera.
Penso all’ombra fitta degli alti cedri
di casa mia. Il mattino si impiglia nei loro rami e bussa delicatamente
alle finestre, accarezza i miei gatti addormentati sul letto.
Comincia per me un’altra giornata di assenza dalla quotidianità della vita.

_________________________________________

 

3 gennaio 2020

 FB IMG 1588183837859

Giornata grigia, oggi. Sta spuntando un’alba tardiva, fumosa: sono i colori della vita, qui.
Nel cortile della prigione si muovono figure in divisa, agenti che prendono servizio. Camminano tranquillamente, come chi va al lavoro quotidiano; l’anomalia sta nel fatto che la materia prima manipolata in questa enorme fabbrica siamo noi, corpi e cervelli rinchiusi, esistenze sospese.
Arrivano due cellulari. Viene scaricata una persona e i suoi bagagli: “qualcuno proveniente da altre carceri” mi spiega la mia compagna di cella.
Il “nuovo giunto” è scortato ai blocchi maschili.
Uno dei cellulari resta nel cortile, evidentemente in attesa. Ricordo di aver visto più volte catafalchi neri come questo, in corsa sulle autostrade o in sosta dietro il tribunale, e ogni volta con un senso di raccapriccio, una stretta al cuore…
Ora è il turno dei furgoni che vengono a prelevare il pane dal laboratorio interno al carcere o a portare da fuori derrate alimentari. Fa uno strano effetto vedere quell’andirivieni che parla di tranquilla quotidianità, della normalità di un giorno feriale qui dove tutto è eccezione, intoppo, divieto….
………………
Mentre scendevo al “passeggio”, mi ha chiamata l’ “ufficio comando” per consegnarmi telegrammi, tanti, affettuosi, da vicino e da lontano. Me li sono portati in cortile per leggerli all’aria libera, ma ho finito col rimetterli in tasca, frenata da una specie di pudore: le altre detenute guardavano quel pacco di messaggi con una meraviglia velata di tristezza. Una ragazza mi ha detto che a lei non scrive mai nessuno…..

…………….

E’ di nuovo notte. Non so valutare l’ora. Con la cena alle 17 si perde la nozione del tempo.
In questo momento sono sola nel cubicolo di due metri per quattro che divido con un’altra detenuta. In realtà lo spazio calpestabile è minimo: per una buona metà la cella è occupata da due letti a castello, a cui si aggiungono due armadietti, due sgabelli, un tavolino a muro.
L’annesso stanzino con lavabo (acqua gelida), water e bidet è ancor più angusto e funge anche da ripostiglio, cucina , dispensa.
Le finestre fungono anche da frigorifero: tra sbarre e reti si infila tutto ciò che è deperibile (d’estate la roba viene conservata nel lavandino, in contenitori di plastica immersi nell’acqua corrente).
In sezione sono cessate le grida e i richiami che durante la giornata sono l’unico modo di comunicare da cella a cella. Anche gli ordini o le chiamate delle secondine avvengono a suon di urla: nei muri delle celle esiste traccia di citofoni disattivati da tempi immemorabili e ricoperti di intonaco.
.Al chiasso è subentrato il brusio quasi domestico dell’”ora di socialità”: le detenute per un’ora possono stare nella “saletta collettiva” o scegliere di “andare in visita” in un’altra cella: una socialità sotto chiave, perché tutti gli spazi sono chiusi e d è fatto divieto di circolare da cella a cella o di passeggiare per il corridoio.
Anche la mia compagna è andata “a prendere il caffè” nella cella di fronte.
Spengo la TV che ronza tutto il giorno sulle ali di di soap-opere, show, spot pubblicitari (le banalità con cui si è costrette a convivere per riempire le ore vuote, fanno parte della pena, dell’insensatezza del carcere).
Ora posso riordinare i pensieri, gustare il dono della malinconia e del silenzio….

 

 

 

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pubblicato il in Crisi Climaticadi redazioneTag correlati:

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