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Non ho visto niente, l’arbitrarietà del carcere

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Dagli atti successivi si svelerà che a minare il “rapporto di fiducia” sia stata la vicinanza col movimento No Tav. A sostegno  della revoca proprio Minervini tronfiamente scrive:”Tale valutazione è stata formulata in quanto  questo istituto, a partire dal 2013, anno in cui sono stati ristretti i primi soggetti autori di reati contro la costruzione della Tav è stato oggetto di pesanti attacchi da parte dei movimenti antagonisti.”

Gli elementi ulteriormente portati a sostegno sono post in solidarietà agli arrestati No Tav a settembre 2015 presenti sul profilo Facebook di Angela e la partecipazione a presidi solidali durante i processi. Il pesante attacco alla libertà di espressione, pensiero e dissenso mal celate dietro la decisione del direttore ha portato Angela a procedere facendo ricorso al Tar e a raccogliere tutti gli atti connessi con la vicenda in una testimonianza dal titolo “Non ho visto niente”. Il libro è stato edito dalla casa editrice Sensibile alle Foglie.

Per proteggere e continuare ad affermare la libertà di dissenso e il diritto ad essere No tav ci ritroveremo sabato 20 maggio alle ore 10.00 davanti al carcere di Torino dove rilanceremo un presidio per il 24 maggio alle ore 11.00 davanti al Tar- Corso Stati Uniti 45  in occasione dello svolgimento dell’ udienza.

 

Qui di seguito la prefazione scritta da Nicoletta Dosio al libro Non ho visto niente, l’arbitrarietà del carcere.

Angela racconta…se racconto si può chiamare la lucida, inesorabile denuncia del carcere, istituzione dell’arbitrio totale,“ casa dell’abuso dove tutto può avvenire, ma niente è mai successo”.

Quello dove Angela, prima di essere licenziata perché indisponibile a connivenze ed omertà, ha prestato per quattro anni il proprio impegno di educatrice, è il carcere delle Vallette di Torino.

Le sue mura e le sue torri di reclusione te le trovi davanti quando, dalla Valle di Susa, arrivi alla periferia Nord; un non-luogo emblematico tra la discarica della Barricalla, la centrale Iren ed il mattatoio comunale: rifiuti e sangue, vite da usare e gettare.

Qui un tempo c’erano campi e cascine, un paesaggio rurale di cui sopravvivono qua e là ruderi e scampoli di verde polveroso, assediato da capannoni e centri commerciali. Più oltre i falansteri delle case popolari, quelle costruite in fretta e furia negli anni del boom economico e riempite a forza dei novelli schiavi FIAT e poi degli sfrattati per liberare il centro storico e renderlo disponibile a banche, boutique e studi professionali.

Dalle pagine di questa lunga testimonianza emerge una situazione che, nelle istituzioni carcerarie, non è eccezione, ma regola.

Cancelli, camminamenti, perquisizioni, violenza anche nei modi di comunicare: “…anche questo ho appreso: in carcere o si tace o si urla ed entrambe queste possibilità rimandano a significati che è bene imparare in fretta”.

E l’arbitrio quotidiano dei responsabili penitenziari e dei secondini, qualcuno dei quali può permettersi , impunito, di gridare ai detenuti “ 10, 100, 1000 Cucchi!” oppure di proporre urlando, quale “ regalo giusto per i detenuti” a Natale, “più corde e sgabelli per tutti”.

Anche se inaccettabile, tutto questo, per l’universo concentrazionario, diventa consuetudine, una normalità a cui si adeguano tutti, anche i dirigenti e i colleghi di Angela che la lasceranno sola, a combattere una giusta ma scomoda battaglia, perché “ qui funziona così, prendere o lasciare”.

L’ingiustizia quotidiana che si respira in ogni angolo di quel mondo subdolo e violento non è mascherabile dalla foglia di fico dei “progetti innovativi” che il carcere sfodera: “…..fumo gettato negli occhi di un’opinione pubblica che così può mettere a tacere la propria coscienza….”

Se qualcosa di vivo e umano sopravvive in tanta impotente ineluttabilità sono loro, i reclusi, i loro gesti di solidarietà che, pur nella inevitabile rassegnazione, li salvano dal farsi pietra, insensibile strumento di repressione.

Sono loro e solo loro, per affetto e dignità, a schierarsi dalla parte di Angela ed a chiederne il reintegro, quando vengono a sapere del suo licenziamento.

Sì, perché Angela è stata licenziata – previo divieto di accesso al carcere – così, su due piedi, con la singolare imputazione di essere NO TAV, come dimostrerebbero una maglietta da lei indossata, un saluto ad una presidiante NO TAV all’uscita dal carcere, parole di solidarietà postate su facebook. A questo proposito, davvero significativo è il carteggio-documentazione, un vero e proprio atto di accusa alla lotta NO TAV, in perfetta sintonia con il clima di caccia alle streghe che si respira nelle aule della procura e del tribunale di Torino.

Così si vive e si muore in questo mondo alla rovescia dove l’ingiustizia si fa legge, la lotta generosa per il bene comune diventa reato, la libertà di pensiero ed il senso di responsabilità verso il futuro sono puniti come crimine pericoloso.

Ma – ce lo insegna in queste pagine la caparbia, responsabile dolcezza di Angela – non è il caso di arrendersi, ma di sapere e di agire: contro il potere ingiusto, la resistenza è non solo un diritto, ma più che mai un dovere.

Come le catene della schiavitù e le camicie di forza dei manicomi, anche il carcere, luogo di repressione e di controllo sociale, non è ineluttabile; lo ricordano le voci solidali dei manifestanti davanti alle carceri : fuori i compagni dalle galere; dentro nessuno, solo macerie!

Nicoletta Dosio

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pubblicato il in Crisi Climaticadi redazioneTag correlati:

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