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Manovra 2026 – parte due. Ancora più austerità

Riprendiamo e aggiorniamo il nostro contributo sulla Legge di Bilancio 2026 alla luce del maxiemendamento approvato nel mese di dicembre, che ha scosso in modo evidente la coalizione di governo.

Come sostenevamo già nel mese di ottobre, il governo Meloni è impegnato in una delle politiche di austerità più dure dai governi tecnici che tanto ha contestato a parole. Un’impostazione che non rappresenta una deviazione contingente, ma la linea strutturale lungo cui si sta muovendo un governo molto impegnato nel mostrarsi “responsabile”.

Questo processo, che tradisce oltre un decennio di retorica anti-austerità e di promesse elettorali di Fratelli d’Italia, è accompagnato da un crescente malcontento e disillusione sociale verso scelte politiche che incidono direttamente su salari, pensioni e welfare. Di fronte a questo scenario, la consorteria che si è installata al governo è costretta a cercare quotidianamente nuovi simboli e nuove emergenze mediatiche su cui deviare l’attenzione pubblica, mentre procede allo smantellamento delle tutele sociali. Come scrivevamo qua, che si tratti della “famiglia nel bosco” o dello sgombero di Askatasuna, l’obiettivo resta quello di spostare il dibattito su un terreno diverso da quello delle decisioni politico-economiche che stanno ridisegnando il paese.

In questo senso, il passaggio parlamentare della finanziaria non ha modificato l’impianto che avevamo già analizzato nel nostro precedente contributo, ma ne ha reso più espliciti i vincoli e le priorità. Le differenze emerse nelle ultime settimane sono poche, ma politicamente significative, e riguardano soprattutto il reperimento delle risorse, l’ulteriore irrigidimento delle regole pensionistiche e il ruolo centrale assunto dal rigore di bilancio in funzione del riarmo.

Il 23 dicembre 2025 il Senato della Repubblica ha dato il via libera al testo principale della Legge di Bilancio 2026, approvando il maxiemendamento del governo. Il disegno di legge passa ora alla Camera per l’ultimo via libera entro il 31 dicembre, in un quadro che non lascia spazio a un reale intervento parlamentare.

Il caos che si è manifestato nelle ultime settimane all’interno di un governo apparentemente coeso è il prodotto diretto di margini di manovra estremamente ridotti, che rendono impossibile realizzare gran parte delle promesse elettorali. Una condizione tanto più difficile da digerire per una forza come la Lega, che non solo non incide sulle scelte strategiche, ma continua a perdere consenso nei sondaggi.

In questo contesto, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha attraversato due mesi particolarmente complessi. Confindustria, facendo leva sulla retorica del rilancio degli investimenti e della crescita del Pil, ha preteso e ottenuto circa 3,5 miliardi di euro di incentivi e sgravi fiscali legati agli investimenti in Industria 4.0 e 5.0. Risorse che non potevano essere finanziate a debito, perché il rigore di bilancio resta il vincolo assoluto della manovra. Anzi, il fatto che questo vincolo venga sospeso solo sul fronte della spesa militare rende il rigore ancora più stringente su tutte le altre voci di spesa.

Il conflitto dentro la maggioranza non si spiega soltanto con la competizione tra partiti in vista delle prossime elezioni, in un quadro in cui l’opposizione appare politicamente marginale. Esplode soprattutto perché il percorso che ha portato ad allargare la manovra da 18,7 a 22 miliardi di euro è stato estremamente accidentato: in uno Stato già ridotto all’osso, lo spazio per nuovi tagli è minimo. Da qui il ricorso a regalini e operazioni di maquillage contabile per finanziare gli interessi di Confindustria, mentre il resto dell’impianto rimane sostanzialmente invariato.

Tra ottobre e dicembre, proprio questa esigenza ha alimentato tensioni dentro la maggioranza e prodotto una serie di scelte che chiariscono la natura della manovra. Non prudenza, ma austerità. Un rigore contabile che non risponde a un’esigenza astratta di “responsabilità”, bensì a un obiettivo preciso: consentire all’Italia di uscire dalla procedura europea per deficit eccessivo entro marzo 2026 e accedere, a partire dall’estate, ai nuovi fondi europei per la difesa (SAFE).

L’accelerazione impressa al bilancio non è casuale. L’uscita dalla procedura d’infrazione è la condizione necessaria per poter attingere a circa 14,5 miliardi di euro in crediti e cofinanziamenti europei destinati al riarmo. Formalmente si parla di “rafforzamento della capacità difensiva europea”; nella sostanza, si tratta di finanziare la spesa militare attraverso debito comune, con tassi più bassi rispetto al debito nazionale. Restano comunque soldi pubblici presi a prestito, che graveranno nel tempo sui contribuenti e sulla spesa sociale.

È in questo quadro che va letto l’ulteriore irrigidimento della manovra sul fronte previdenziale. Non solo la legge Fornero non viene superata, ma alcuni suoi meccanismi vengono rafforzati. Aumentano le finestre tra maturazione del diritto e accesso effettivo alla pensione, vengono ridotti i fondi complessivi per il sistema previdenziale e scompare ogni ipotesi di flessibilità strutturale in uscita. Quota 103 e Opzione Donna non vengono rinnovate, mentre l’Ape sociale resta confinata a una platea ristretta. Il messaggio è chiaro: trattenere più a lungo le persone al lavoro per risparmiare spesa pubblica.

A questo si aggiunge un intervento particolarmente delicato sul Tfr e sui fondi pensione. Si estende la platea delle imprese obbligate a versare il Tfr al fondo Inps e, soprattutto, si introduce il meccanismo di silenzio-assenso che indirizza automaticamente il Tfr verso la previdenza complementare privata, salvo esplicita opposizione del lavoratore. Si tratta di un passaggio che accelera la finanziarizzazione della previdenza, trasferendo masse ingenti di risparmio verso fondi gestiti da assicurazioni e intermediari finanziari. Le stime parlano di 50 miliardi di euro potenzialmente convogliati verso il sistema assicurativo, a fronte di un contributo diretto allo Stato di circa un miliardo, ottenuto attraverso l’inasprimento della tassazione su Rc auto e polizze accessorie. Il costo finale, ancora una volta, ricade sui consumatori.

Sul piano fiscale, le novità introdotte nel corso dell’iter restano in gran parte di dettaglio e non modificano l’impianto redistributivo già sbilanciato della manovra. Il taglio dell’Irpef sulla seconda aliquota beneficia in misura sproporzionata i redditi medio-alti, mentre per lavoratori dipendenti e pensionati l’impatto resta marginale. Accanto a questo compaiono misure simboliche come la tassa sui pacchi extra-UE o l’aumento della Tobin tax, che producono gettito ma non incidono sugli squilibri strutturali del sistema fiscale. Sul fronte delle imprese, invece, si consolidano sgravi e incentivi per oltre 3,5 miliardi, a conferma di una linea che privilegia la “competitività” d’impresa rispetto alla redistribuzione.

Il reperimento delle risorse passa anche attraverso tagli lineari ai ministeri e una compressione della spesa corrente, emersa chiaramente solo nel passaggio parlamentare di dicembre. Una scelta che riduce ulteriormente gli spazi di intervento pubblico in settori già sotto pressione, dalla scuola alla sanità, mentre la crescita del Fondo sanitario resta sostanzialmente allineata al Pil e non compensa l’aumento dei costi, in particolare sul fronte farmaceutico.

Nel frattempo, il Parlamento viene progressivamente svuotato del suo ruolo. Le modifiche introdotte nelle ultime settimane, concentrate in un maxiemendamento e approvate a ridosso delle festività, impediscono qualsiasi dibattito reale. La discussione parlamentare si riduce a un passaggio formale, mentre le decisioni fondamentali vengono prese altrove, sotto il vincolo stringente dei conti e delle priorità geopolitiche.

La legge di bilancio 2026 consegna così un quadro coerente: rigore sui salari, sulle pensioni e sulla spesa sociale, espansione selettiva degli incentivi alle imprese e preparazione del terreno per un aumento strutturale della spesa militare, che punta al 5% del Pil entro il 2035. Un keynesismo militare che sostituisce l’investimento pubblico produttivo con quello bellico, garantendo profitti ai grandi gruppi industriali della difesa – da Leonardo a Fincantieri – e rafforzando al contempo la dipendenza tecnologica e strategica dagli Stati Uniti, principali fornitori di sistemi d’arma.

L’Italia si indebita per comprare armi, contenendo il deficit attraverso l’austerità sociale. È questo il vero equilibrio della manovra: conti in ordine per armarsi.

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