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Mobilitazione popolare in difesa dei trasporti sullo Stretto!

 

L’asinu porta la pagghia, e l’asinu si la mancia”

Così recitava un antichissimo detto siciliano che, come tanti altri proverbi e modi di dire “popolari”, mantiene tutt’ora un saldissimo legame con la realtà storica, anche nel nostro tempo. Succede così che esistano storie che raccontano schiere e schiere di asini, ma anche generazioni di asini, impegnati nel portare la paglia, convincere tutti che sia la paglia migliore mai portata, e poi tenerla tutta per sé, mangiarsela o rivenderla al miglior offerente attivo nel “mercato” della paglia.

Una di queste storie trova un suo nuovo capitolo proprio in questi giorni; è una storia conflittuale e ambivalente, strumentale e mistificata: la Sicilia e lo sviluppo.

È di queste settimane la notizia del taglio o, meglio, dello “strappo” da parte di Ferrovie dello Stato sui collegamenti ferroviari da e per la Sicilia. Due soli vagoni-notte per lunghe percorrenze; il resto dei treni fermerà a Messina (da un lato) o a Villa San Giovanni (sul fronte calabrese) e i passeggeri costretti ad arrivare a piedi agli imbarchi dei pochissimi traghetti rimasti ad unire le due sponde dello Stretto. Come se non bastasse circa seicentocinquanta  lavoratori – tra diretti, d’indotto e precari – perderanno il proprio posto di lavoro vittime del “misterioso” taglio annunciato da Fs.

Ed infatti, arrivate le prime proteste da parte dei  sindacati locali di categoria, anche in questo caso assistiamo al balletto tutto italiano dello “scarica barile”: l’ex azienda di Stato si difende sostenendo di essere stata “costretta” ad operare simili tagli a causa della riduzione dei finanziamenti ministeriali (presunti quarantasei milioni di euro); Stato e ministero sostengono invece di non saperne nulla di un così consistente taglio. Nella nebulosa situazione attuale resta un’unica certezza: la continuità territoriale non è annoverabile, come qualcuno (forse un po’ ingenuamente) sostiene, tra i diritti da garantire alla popolazione siciliana bensì il risultato di un freddo calcolo economico i cui fattori – costi aziendali e costi sociali – vedono uno sbilanciamento assoluto verso gli interessi parziali dell’impresa. L’utilità sociale, che se ne dica o meno, diventa allora “rapporto” da conquistare dal basso per fare in modo che gli asini del proverbio non riescano a finire tutta la “nostra” paglia. E questi asini, oggi, portano giacca e cravatta, e si fanno chiamare Amministratore delegato, Onorevole, Ministro, Presidente, Governatore …


Qui finisce l’Italia

Questo il titolo di un recente documentario di un regista belga, Gilles Cotton, che riavvolge il nastro della memoria riproponendoci il celebre viaggio in giro per l’Italia di Pierpaolo Pasolini. Sono passati decenni da quel tour che il poeta compì raccontando bellezze e contraddizioni del bel paese: oggi, paradossalmente, avrebbe più difficoltà a compiere quel viaggio. Intanto perché Pasolini a viaggiare e scrivere sulla Tav non ce lo vediamo proprio; poi perché, da questo giugno, potremo noi stessi porre un simbolico cartello sulla sponda calabra dello Stretto: “Qui finisce l’Italia”. Se Pasolini vorrà arrivare in Sicilia, che si metta il cuore in pace: ci vorrà un po’! O c’è sempre il nuoto…

C’è il danno, già citato, non può mancare la beffa: sul sito di Fs, in una homepage con al centro la cartina italiana, c’è spazio solo per la penisola; spariscono Sicilia e Sardegna. Beh, se un messaggio voleva essere i siciliani lo hanno colto forte e chiaro.


C’è la materia, c’è il simbolo

Dobbiamo essere assolutamente consapevoli che, se Ferrovie opera questi tagli in combutta col ministero, non può che essere dovuto alla scarsa redditività delle linee siciliane. I costi elevati e la scarsa competitività di queste hanno progressivamente allontanato i siciliani dall’utilizzo del treno, sia sul piano delle linee interne (inesistenti) che su quello dei lunghi spostamenti verso il continente. Questo vale soprattutto per quei siciliani con possibilità di raggiungere agilmente gli aeroporti e che , ovviamente, hanno familiarità col mezzo, i suoi costi; e che, inoltre, debbano dirigersi più a nord di Napoli, altrimenti….

Discorso a parte merita la provincia di Messina. Qui di gran lunga maggiore è il numero di pendolari che dal capoluogo stesso piuttosto che dalle cittadine vicine si muovono quotidianamente verso la Calabria e magari oltre. Ma Ferrovie è ormai un’azienda privata e non deve certo garantire il diritto di lavoratori e studenti a muoversi liberamente sul proprio territorio “nazionale”. È poi c’è il danno che quella provincia riceverà per il drastico ridimensionamento delle traversate dei Ferriboat. Diminuzione dei traffici di persone e merci e, come già detto, la perdita del posto di lavoro per centinaia di persone stridono un po’ con i continui annunci sulla “ripresa” di cui politici e imprenditori asini ammorbano giornali e televisioni. Ma Ferrovie è ormai un’azienda privata e non è tenuta a garantire né i livelli occupazionali né tanto meno l’utilità di un pubblico servizio nel nome di un interesse generale.

C’è dunque tanto di “reale” nelle preoccupazioni di chi oggi protesta contro questi provvedimenti. Ma non può e non deve stupire che ci sia anche tanto di “simbolico”; tutto ciò infatti aumenta la sempre più comune percezione che essere siciliani e vivere in Sicilia equivalga ad essere cittadini di Serie B.


Sviluppo sì, sviluppo no.

Tantissimo storici della rivoluzione industriale e teorici della modernità hanno spesso sostenuto il ruolo propedeutico di una funzionale rete ferroviaria nello “sviluppo” di una regione. Così, per decenni, ricettari e formulette magiche utili a risolvere i problemi del Mezzogiorno, hanno sempre annoverato lo sviluppo delle infrastrutture come ingrediente fondamentale nella ricerca della modernità mancata. Ecco tornare la paglia portata dagli asini. La storia di Sicilia è costellata di politiche che “nel sacro nome del progresso” hanno drenato denaro e capitali verso un Sud che però di questi ha visto solo le maligne reminescenze. Tutti i vari programmi straordinari per lo sviluppo, la Cassa per il Mezzogiorno, gli aiuti alle aziende, hanno rappresentato nei decenni scorsi un’occasione irripetibile per politici democristiani, parassiti e speculatori, industriali che hanno preso il bottino e sono scappati in Polonia o Serbia. Ciò che di industriale è stato, alla fine, consegnato alle collettività si chiama discarica, o inceneritore, o raffineria, o … Termini Imerese. Ma intanto, giornalisti, politici e grandi intellettuali sostenevano la necessità di questa industrializzazione arrivando a convincere gli stessi siciliani, gli stessi meridionali, che questa fosse l’unica strada percorribile. Si compie così, anche nel Sud Italia, quel processo di falsa modernizzazione volta a creare economie dipendenti e subalterne, in cui generare profitti funzionali ai grandi capitali presenti e attivi all’esterno dell’area da “sviluppare”: e questi capitali si trovavano al centro-nord come nella nascente Europa finanziaria. Il “progetto occidentale di modernità” di cui parlava Walter Benjamin è così compiuto anche al Mezzogiorno; il progresso è diventato il  mantra ufficiale, i nostri territori sono ora diventati MERCE.>

L’ economia, e con essa le persone, dei territori meridionali sono stati “funzione” fondamentale per lo sviluppo complessivo italiano. Ma si sa: i tempi cambiano, le merci mutano nel loro valore…e nella loro funzione. Così, se ora una merce non serve quasi più, basta abbandonarla; o comunque marginalizzarla.

Marx scriveva che la storia si ripropone sempre due volte: la prima come tragedia (l’industrializzazione), la seconda come farsa (la mercificazione). In questo caso ne aggiungeremmo una terza: il paradosso. Governi che si dicono progressisti, politici che parlano di sviluppo contro la crisi, strenui difensori dell’unità nazionale e dei diritti liberali, impegnati poi a mettere in campo politiche di questo tenore: follie della politica.

Nelle epopee nazionaliste (a cui ben poco crediamo) i gloriosi Mille combatterono coraggiosamente per fare l’Italia. Ora basta la firma di un amministratore delegato di Ferrovie per disfarla.


La Sicilia ai non siciliani

Qualche tempo fa, uno degli imprenditori-guru di Matteo Renzi, Oscar Farinetti, dichiarò ad un giornale che, a suo avviso, l’unico “modello di sviluppo” possibile per il Sud è quello di trasformare tutto il Mezzogiorno in una grande Sharm-el-Sheik; un enorme villaggio vacanze e parco giochi, insomma. Provocazione, forse, che però, nella sua scemenza, ha un doppio merito. Essa ci indica la strada intrapresa da chi ci governa (istituzioni locali, nazionali ed europee, tutte coinvolte): consegnare la Sicilia al turismo selvaggio oltre che allo sfruttamento dei territori, delle coste e dei mari; e, secondo merito, ripropone un concetto troppo spesso silenziato: modelli di sviluppo.

Questo concetto ci è utile perché almeno evidenzia l’esistenza di una “sistematicità” di queste scelte politiche: Ferrovie agisce in coro con le politiche di disinvestimento sul Sud, con lo Sblocca Italia e le concessioni petrolifere, con la disoccupazione e la povertà siciliana. Ecco servito il modello di presunto sviluppo che chi governa sta imponendo ai siciliani. La manodopera qualificata va via (solo dopo essersi qualificata in loco) a causa di disoccupazione e precarietà, i livelli salariali si abbassano notevolmente, i capitali si dirottano sulle attività turistiche redditizie per imprenditori-avvoltoi che pagano bassissimi costi fissi ed ecco che, così, navi da crociera, aeroporti costruiti solo per convincere compagnie aeree low cost ad aprire una tratta, diventano certamente più importanti dei treni utili ai siciliani. Il profitto diventa più importante del diritto alla mobilità dei residenti. Il turismo colonizza le coste e i luoghi storico-culturali e , come quando si nasconde l’immondizia sotto il tappeto, nel frattempo si inquina con discariche ed estrazioni petrolifere che nessun siciliano vuole!

Anche il valore della paglia cambia, agli occhi degli asini, man mano che i vari stomaci si sono riempiti di ciò che hanno rubato.


Sicilia for sale ???

Una nota campagna pubblicitaria di una banca, risalente a qualche anno fa, recitava “Conti, perché non sei solo un conto!” . Ipocrisia mediatica. Ma forse, da siciliani, dovremmo farla nostra e provare concretizzarla nella lotta contro tutti i complici di una simile situazione. Non siamo merce, la Sicilia non è merce. I vertici di Fs, il governo-Renzi, il Pd di Crocetta, i politici siciliani, questo non lo hanno ancora capito e dunque ci provano: provano a continuare nella svendita delle nostre vite (chi se ne frega se in Sicilia il tasso d’emigrazione è tornato ai livelli delle “valigie di cartone”?!), nella svendita dei nostri paesaggi, nella svendita della nostre salute.

In alcune dichiarazioni “istituzionali” di adesione alla manifestazione di Messina (14 febbraio) si legge e si invoca l’investimento in “una prospettiva di vero sviluppo” da parte dei governi centrali.

Noi invece crediamo che proprio la storia dell’ idea di “sviluppo”, così come l’abbiamo conosciuta in questi decenni noi siciliani, dovrebbe quanto meno farci diffidare di un utilizzo così generalista del concetto. Sviluppo e sottosviluppo sono binari che hanno per troppo tempo costretto il vagone Sicilia ad inseguire modelli che non gli appartenevano, che la distruggevano e che la sfruttavano. Una paglia che ci hanno portato e che, a piacimento, si riprendono. All’implementazione dello sviluppo chiesto dai politici progressisti noi preferiamo opporre il concetto e la forza dell’autonomia, intesa qui non come progetto politico autonomista (stile Raffaele Lombardo e soci). Quello che intendiamo con autonomia riguarda il sociale, le persone, i gruppi, le comunità, le popolazioni. Autonomia delle vocazioni reali e dei reali bisogni. Autonomia decisionale su propri, indipendenti, modelli di vita, economia, politica.

Dicevano alcuni: che fine hanno fatto i miliardi previsti, qualche anno fa, per la costruzione del fantomatico Ponte sullo Stretto? Domanda lecita ma a cui, prima o poi, deve seguire anche un’indicazione politica di cambiamento. I soldi sì: ma chi decide come utilizzarli? È, insomma, arrivato il momento di dire che l’autonomia decisionale va ridata alle comunità che vivono i territori. Con quei soldi non solo si potrebbero potenziare i collegamenti tra le sponde dello Stretto e  anche quelli interni/regionali. Ma si potrebbero investire nella lotta contro il dissesto idrogeologico (la provincia di Messina ne sa qualcosa) piuttosto che in scuole, ospedali, formazione … ma più che il “cosa”, la partita politica si gioca oggi sul “come e chi”. Chi decide e come lo fa, una volta, la chiamavano “Politica”. E se per esempio i soldi attualmente utilizzati per il progetto Tav fossero invece destinati alle comunità territoriali che, in base alle esigenze proprie, decidessero come investirli? Non sarebbe forse questa la più bella, grandiosa e rivoluzionaria riaffermazione di Autonomia Politica e partecipazione delle popolazioni? Ognuno così deciderebbe il proprio modello di sviluppo senza che questo sia imposto da Partito democratico, Renzi, Crocetta, banchieri, speculatori, criminali.

Forse avremmo qualche turista in meno, ma almeno avremmo ridato possibilità di vita e diritti ai siciliani.

 

Perché la Sicilia è di chi la vive. Alla faccia dei nostri asini!

 


Centro Sociale ExKarcere

Centro Sociale Anomalia

PALERMO

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