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Lo Stato di polizia colpisce i Vigili del fuoco di Pisa

Lo Stato di Polizia, spiegato bene. Il ministero dell’Interno ha aperto un procedimento disciplinare per i Vigili del fuoco che a Pisa si sono inginocchiati davanti alla bandiera di Gaza durante lo sciopero generale.

da Osservatorio Repressione

Il Ministero dell’Interno ha aperto un procedimento disciplinare contro dieci Vigili del fuoco colpevoli di un gesto che onora la divisa: inginocchiarsi davanti alla bandiera di Gaza, durante uno sciopero generale, per ricordare le vittime civili — soprattutto i bambini — massacrati sotto le bombe. Non è un abuso. Non è un reato. È umanità. E proprio per questo viene punita.
Il ministro Matteo Piantedosi dovrebbe vergognarsi.

Il 22 settembre, sui lungarni di Pisa, nel giorno dello sciopero proclamato dall’USB a sostegno della Global Sumud Flotilla e di Gaza, Claudio Mariotti e altri nove pompieri hanno osservato un minuto di silenzio. In ginocchio. Un gesto sobrio, nonviolento, limpido. Le immagini sono diventate virali. E lo Stato ha risposto non con rispetto, ma con repressione.

La contestazione disciplinare arriva dal Viminale e colpisce sei vigili toscani e quattro di altre regioni. L’accusa è grottesca: aver “discreditato il Corpo” perché il gesto sarebbe avvenuto in divisa. Come se la divisa fosse un bavaglio. Come se la neutralità fosse obbligo di silenzio davanti a un genocidio. Come se l’etica fosse incompatibile con il servizio pubblico.

Mariotti — 38 anni di servizio, sindacalista USB — lo spiega con una chiarezza che inchioda l’ipocrisia del potere: «Ci siamo inginocchiati per esprimere solidarietà alle vittime, in particolare ai bambini. Sulla nostra uniforme portiamo la spilla UNICEF. Il Corpo nazionale dei Vigili del fuoco è ambasciatore UNICEF, grazie a un accordo rinnovato nel 2024 dal sottosegretario Prisco. Non c’è stata alcuna azione anticostituzionale».
E infatti non c’è. C’è solo coerenza.

Punirli significa dire che la divisa serve a tacere, non a proteggere. Che il lavoratore pubblico deve obbedire anche quando l’obbedienza coincide con l’indifferenza. Che la solidarietà è ammessa solo se muta, invisibile, innocua. È il manuale dello Stato di polizia: reprimere il dissenso non quando disturba l’ordine, ma quando rompe la narrazione.

Qui il punto è politico, non disciplinare. Il Viminale colpisce dirigenti sindacali e lavoratori durante uno sciopero legittimo. Colpisce la libertà di espressione. Colpisce il diritto a manifestare un’opinione morale su un crimine di massa. E lo fa con l’arma più subdola: la sanzione amministrativa, la minaccia di sospensione, decurtazione dello stipendio, perfino — in via remota — licenziamento. La commissione disciplinare partirà il 29 gennaio. Il messaggio è già arrivato: state al vostro posto.

Ma quale “discredito”? I pompieri non hanno mai nascosto la loro presenza nelle piazze con i dispositivi di protezione individuale, come i metalmeccanici con la tuta o i sanitari con il camice. Il discredito vero è punire chi salva vite per aver ricordato vite spezzate. Il discredito è usare l’apparato disciplinare per intimidire chi non si volta dall’altra parte.

Lo USB ha annunciato battaglia e ha convocato per il 28 gennaio, a Roma, il convegno: «Contro la repressione della libertà d’espressione e la militarizzazione del Corpo». Militarizzazione: parola chiave. Perché è questo che sta accadendo. Non solo ai Vigili del fuoco, ma a tutto il lavoro pubblico. Uniformare, zittire, punire.

Questo non è rispetto delle regole. È legalismo punitivo. È l’uso della “forma” per soffocare la sostanza. È lo Stato che chiede neutralità davanti alla strage e chiama “ordine” il silenzio. È l’idea che l’umanità sia un rischio reputazionale.

No. I pompieri di Pisa non hanno discreditato il Corpo. L’hanno onorato.
Chi lo discredita è chi reprime la solidarietà, chi confonde la divisa con il bavaglio, chi trasforma l’obbedienza in virtù civica.
Questo è lo Stato di polizia, spiegato bene: punire il gesto giusto per educare tutti al silenzio.

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