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Tutti a casa!

Un voto contro il sistema e la guerra

Ciò che abbiamo pronosticato qualche giorno fa alla fine si è avverato, stra-vince il No al referendum costituzionale e il Governo prende la più grossa batosta, in termini di consenso, di tutta la sua legislatura.

Nel voto vanno lette alcune tendenze “inaspettate” da intendersi come fatti andati oltre le aspettative e su cui è importante provare a riflettere, cercando, di non far combaciare la realtà con l’immagine che vorremmo darle. 

L’affluenza. 12 milioni e mezzo per il Sì, e 14 e mezzo per il No, grosso modo il 60% degli aventi diritto. Pur non necessitando di quorum, una fetta significativa di società si è politicizzata su questa faccenda ed è andata a votare.

La composizione del voto. Analizzando il fronte del No, si tratta di almeno 2 milioni e mezzo in più dell’ultimo referendum sul lavoro. Contando il dato di percentuale del voto giovanile è facile intuire che un buon pezzo, anche se non tutto, di questo surplus siano i giovani under 35. Contano però sicuramente gli scontenti del campo “sovranista”, tra leghisti e fratelli d’Italia un buon numero dichiara di aver votato No. Inoltre, non è da escludere una partecipazione al voto variegata da quel magma sociale che solitamente non partecipa alle elezioni, e che se si politicizza lo fa “fuori” dai canoni classici della politica. 

La geografia. Il No fa percentuali importanti nelle grandi città, tutte da nord a sud, e in generale va meglio al centro e al meridione. Nei comuni sotto i diecimila abitanti è in vantaggio il Sì, oltre che nelle regioni in cui la Lega è storicamente forte.

A fronte di questi dati si può dire che sia stato sicuramente un referendum sull’operato del governo e che piegare tutte le dimensioni di conflitto e opposizione al fronte del No sia stato un boomerang di proporzioni enormi. 

Non è però ininfluente il merito del quesito che comunque è stato, giustamente, interpretato come una manovra per liberare le mani a colletti bianchi e politici corrotti di vario tipo. Delmastro in questo caso, bisogna dire che abbia aiutato a chiarificare la questione a tutti. Non parliamo poi di Rogoredo e delle proposte di scudo penale alla polizia. In definitiva, era abbastanza chiaro il tentativo di rafforzare la compagine dell’esecutivo, indebolendo un pezzo di apparato statale che da sempre gioca la  sua partita in autonomia e con i suoi propri interessi: la magistratura. L’intera partita sulla sicurezza si sta rivelando un pantano e in questo senso le percentuali di posti come Caivano (70% per il no) parlano abbastanza chiaro.

Quindi vince la sinistra? Lo zombie di Berlusconi è stato ricacciato sottoterra dal rinfocolato spirito civico costituzionalista naturalmente presente nel Dna degli italiani? La magistratura è di nuovo il primo partito in Italia? Al di là della provocazione, ci sembra che bisogna andare un pò più in là di quanto ci viene “venduto” in queste ore. 

Innanzi tutto la guerra. La situazione generale si è sommata ai fattori che elencavamo prima, quindi all’impostazione data dalla Meloni al referendum. I costi della sudditanza atlantista e americana dell’Italia si fanno sentire e incidono come voto di protesta: addirittura alcune prime pagine dei giornali oggi mettono sul piatto il “sentimento antiamericano”. Questo risultato ci parla anche di una politicizzazione di numeri significativi di persone, soprattutto giovani, che non può non farci pensare a quanto successo in autunno con le mobilitazioni contro il genocidio a Gaza. Il rischio che questo risultato venga recuperato da un quadro di partiti istituzionali a sinistra che nella sostanza non hanno nulla di diverso dalla destra c’è e bisogna farci i conti. Così come il rischio che il quadro della magistratura, del “giudiziario”, si riabiliti agli occhi della gente come possibile argine allo  sfacelo generale della politica italiana. E anche questa non è una buona cosa. 

C’è però un dato ancora più interessante e che, probabilmente in pochi vedono o vogliono vedere, ossia la realtà di una possibilità: non si vuole ricadere negli “errori” del passato, maggiore è la coscienza dell’inconsistenza della politica istituzionale e della leggerissima sfumatura che esiste tra “destra e sinistra” nel campo dei partiti, e ci si è costruiti un’idea autonoma in merito alla domanda del perché siamo arrivati a questo punto. 

C’è sicuramente un contributo in questo senso arrivato dalla manifestazione del 31 gennaio a Torino contro lo sgombero di Askatasuna, in cui migliaia di giovanissimi hanno contribuito a far si che l’aria cambiasse. Una giornata in cui la narrazione del governo è andata in crisi.

La guerra imperialista contro l’Iran e il modo spudoratamente coloniale in cui si comporta l’amministrazione Trump, hanno un effetto reale sulla nostra società e sull’Europa in generale. Indirettamente questo “no” sanziona la sudditanza del governo Meloni e il suo sovranismo di carta. 

Questo referendum ha in qualche modo rivelato un’ “intelligenza popolare” che ha avuto la capacità di cogliere questo passaggio come un’occasione per “fare male” al governo e a chi ci ha portati sull’orlo della guerra, più che per dare consenso a sinistra. A fronte dell’intelligenza dal basso manca però un modo complessivo da parte di chi vorrebbe rappresentare “l’alternativa reale”, “l’opzione dal basso”, di costruire le condizioni per offrire a questo pezzo di società la possibilità di riconoscersi in una dimensione complessiva, “di essere movimento” e di poter fare affidamento ad altre infrastrutture che dovrebbero fortificarsi nella società per escludere completamente la tensione verso la delega. 

Le piazze dei prossimi giorni e settimane saranno un termometro importante per la possibilità di un’attivazione diffusa e per chiedere le dimissioni del governo, ma è importante non cadere nel tranello di riproporre il solito ritmo, perché la musica è cambiata, e questo vale per tutti. Se si respira un vento di cambiamento allora dobbiamo soffiare più forte! A noi rimane il compito di stimolare e raccogliere questa indicazione senza spaventarsi dell’altezza della sfida o delle contraddizioni che questa fase porta con sé. 

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