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Colpisci e metti in riga: Deutsche Bank e dintorni

rk

Ascolta la diretta con rk a Radio Blackout:

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Una guerra economica”, così il presidente della commissione economica del Parlamento Tedesco, in un’intervista al Welt Am Sonntag ha definito la multa comminata dal Dipartimento della Giustizia statunitense (si parte da 14 miliardi di $ ma le trattative sono in corso) alla Deutsche Bank. E non è certamente l’unica voce “antiamericana” che si è levata dal mondo politico e imprenditoriale teutonico, evidentemente non solo su questa singola questione, se qualche giorno fa la cancelliera Merkel a proposito del contestato trattato commerciale transatlantico (Ttip) ha dovuto mettere in guardia i suoi industriali da atteggiamenti “filo-russi”: “ci deve far riflettere il fatto che se si trattasse di un trattato commerciale con la Russia avremmo probabilmente la metà delle critiche” (https://www.bundesregierung.de/Content/DE/Artikel/2016/10/2016-10-06-merkel-tag-der-deutschen-industrie.html). Già, ci sarebbe da chiedersi perché…

Tornando alla DB, nessuno è tanto ingenuo da pensare che i suoi problemi finanziari nascono con la multa della solerte giustizia yankee. Sottocapitalizzazione per leva eccessiva, esposizione sui derivati, scarsa profittabilità in un contesto di tassi di interesse quasi a zero e soprattutto di stagnazione economica globale da cui non si vede via d’uscita: ce n’è quanto basta, pare. Del resto il crollo dei valori azionari riguarda l’intero comparto bancario europeo (ne sanno qualcosa le banche italiche) tutt’altro che in buona salute, e dura da mesi. Tanto meno c’è da stupirsi se chi vive di speculazione da speculazione viene colpita. Ma qui in tutta evidenza c’è qualcosa di più grosso che si sbaglierebbe a tralasciare per malcelata schadenfreude.

Si guardi a questa impressionante sequenza di episodi nei rapporti Berlino/Washington degli ultimi anni: datagate (affare Snowden) che rivela il sistematico spionaggio nei confronti dell’alleato tedesco a tutti i livelli (compresa l’intercettazione del telefonino personale di Merkel); regime change filo-Usa in Ucraina con conseguenti sanzioni alla Russia imposte alla Ue; screzi sul raddoppio dell’oleodotto russo-tedesco North Stream che bypassa Ucraina e Polonia; dieselgate con multa miliardaria, chiaramente politica, alla Volkswagen; ondata di profughi siriani in gran parte pilotata da Usa e Turchia (allora ancora in sintonia) atta a indebolire il compatto consenso per Merkel; forti dissensi sul Ttip (tanto che per molti politici tedeschi sarebbe oramai fallito); malumori tedeschi sull’atteggiamento provocatorio della Nato verso Mosca nei paesi est-europei; scontro sui favori fiscali a Apple, Google, ecc. Senza dimenticare la politica monetaria della Federal Reserve -emettere moneta per rinviare il redde rationem dell’indebitamento- che ha dapprima scaricato i danni maggiori della crisi globale sull’euro (Chicken game: ancora sull’eurocrisi) e poi trovato una spalla nella Bce di Draghi proprio contro l’approccio tedesco. (Con buona pace per tutti quelli, davvero quasi tutti, che riducono la crisi a mera questione di austerity imposta da Berlino…).

L’intervento a gamba tesa su Deutsche Bank non è dunque un caso. Data la sua importanza “sistemica”, la partita si va facendo pesante. Siamo probabilmente a un nuovo passaggio, più mirato, dell’attacco statunitense alla riottosa Germania (e all’Europa) di cui si tratta di decifrare bene i contorni.

Washington minaccia a chiare lettere la crisi del colosso bancario tedesco con un duplice obiettivo. Sul piano economico, la crisi dentro gli States – al di là delle rassicurazioni che i media ci propinano a supporto dell’elezione del clan clintoniano pro-Wall Street – è talmente profonda che probabilmente si ripresenterà in qualche forma la necessità dell’ennesimo salvataggio (pro finanza) a spese dell’Europa. Cos’altro significa l’invito del Wall Street Journal rivolto a Merkel perché salvi la DB (e le banche italiane: http://www.marketwatch.com/story/5-reasons-merkel-needs-to-rescue-deutsche-bank-right-now-2016-09-28) se non a riversare altri soldi pubblici a puntello della finanza occidentale e in primis statunitense? Il che si affianca alle pressioni sempre più forti per una politica di deficit spending che attinga al surplus commerciale tedesco. Rilanciare la “crescita” con l’indebitamento (degli altri): grandiosa ricetta a stelle e strisce per la “ripresa”! Che trova all’interno della Ue più di una sponda (vedi Renzi che cerca, maldestramente, di giocare la carta “anti-austerity” mentre consegna Mps a JP Morgan, e nonostante questo riceve le bacchettate dal Financial Times). A maggior ragione, l’operazione statunitense si rende urgente dopo la Brexit, che non solo ha messo fuori gioco la longa manus che boicottava i tentativi di autonomizzazione della Ue, ma rischia di rilanciare un’Europa ristretta e proprio per questo potenzialmente più concorrenziale.

Sul piano geopolitico, la messa in riga di Berlino attraverso il suo indebolimento ha un target strategico per gli Usa: si tratta di compattare il fronte occidentale anti-Russia (e in prospettiva anti-Cina) tranciando di netto, e il prima possibile, ogni velleità “alternativa” quale, timidamente ma pericolosamente, sembrava emergere dalla proiezione tedesca verso Oriente e dal non completo allineamento sugli interventi in Libia e Siria. E in effetti l’evoluzione dello scenario siriano sarà un immediato banco di prova del riuscito compattamento visti i chiari di luna, tendenti al limite del diretto scontro militare, tra Washington e Mosca. L’eventuale vittoria elettorale di Kill-ary Clinton non potrà che acuire queste tensioni richiamando perentoriamente all’ordine alleati e vassalli.

Se sarà così, difficile per Merkel non adeguarsi. Sia per il costo delle ritorsioni statunitensi; sia per l’impreparazione della classe dirigente tedesca a uno shift strategico che peraltro è al momento lontano anche dal sentire del grosso della popolazione; sia infine per l’immane pressione degli apparati mediatico, militare e di intelligence, strettamente intrecciati e subordinati a quelli d’oltre Atlantico. A ciò si aggiunge la mancanza di effettive sponde in Europa (basta vedere come lo squallido Hollande, novello noveaux philosophe, si è prontamente allineato alla crociata anti-Putin dei neocons-liberal statunitensi).

Ciò non toglie che il disagio sta crescendo all’interno della società tedesca, ora che sta scoppiando la “bolla” costruita intorno all’illusione di essere immuni dalla crisi globale – come le recenti sconfitte elettorali della Cdu e la mobilitazione anti-Ttip evidenziano (La lunga estate dello scontento).

Si tratta, ovvio, di due versanti sociali e politici per ora opposti ma che la reazione anti-globalizzazione e le ricadute sempre più gravose dell’allineamento transatlantico potrebbero domani far riavvicinare in forme inedite, preludio di sconvolgimenti più profondi con cui una prospettiva anticapitalistica non potrà fare a meno di confrontarsi. Ma non parlare di questo alla sinistra liberal…

Il filo del discorso…

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