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Cronaca di un attacco al Venezuela, un paese scisso fino allo sconcerto

Riceviamo e pubblichiamo volentieri…

di Yadira Márquez, pubblicato in castigliano in Zona de Estrategia il 06/01/2026
Traduzione da
OtrasItalias

Sono circa le tre del mattino di sabato 3 gennaio quando gli abitanti di Caracas si svegliano con un botto spaventoso: bombe e missili cadono su diversi punti della città. Tre esplosioni distruggono parte dell’aeroporto di La Carlota, che si trova in una popolata zona orientale della città. L’onda espansiva fa tremare case ed edifici in un raggio di diversi chilometri. Il Fuerte Tuna, area meridionale dove si concentra il potere militare (il ministero della difesa, la sede delle forze armate) insieme alla residenza di Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores, viene brutalmente attaccato da circa dieci elicotteri militari statunitensi. Cadono delle bombe e le istallazioni bruciano. Le famiglie dei militari residenti nella zona fuggono. Buona parte della città rimane senza energia elettrica né internet. Allo stesso tempo vengono bombardate altre istallazioni militari e di comunicazione in altri punti del paese.

La gente viene presa dal panico e pian piano cresce lo sconcerto. Per la maggioranza dei venezuelani, nonostante l’invasione sia stata annunciata da mesi da Donald Trump, essere bombardati da navi militari yankee era una distopia, qualcosa di completamente irreale oppure un delirio del governo.

Nel frattempo, mentre diversi punti di Caracas, dello stato Vargas, Aragua e Miranda bruciano e la gente che ci abita nei dintorni scende atterrita in strada, i media ufficiali rimangono in silenzio. Nelle reti del chavismo circola un richiamo alla calma, discorsi che parlano di piccoli attacchi, e persino del fatto che si tratti di velivoli venezuelani, cioè, la solita storia: sminuire o coprire ciò che sta accadendo, anche se il governo rischia di cadere. In Venezolana de Televisión (il canale televisivo di Stato), una reporter appostata in una strada vuota parlava di normalità e di situazione sotto controllo.

La gente si butta a capofitto sui social per ottenere qualche informazione, per capire cosa stia succedendo, per gestire l’angoscia. Circolano video delle esplosioni, degli attacchi, degli incendi. Osserviamo enormi elicotteri attraversare il cielo della città nel buio. Immagini sconnesse, sciolte, senza un filo che possa generare un senso. Quelle due ore diventano eterne per la dimensione di violenza e terrore che semina.

Solo dopo le quattro del mattino vengono rese note le dichiarazioni di Donald Trump, che annuncia che le forze di sicurezza nordamericane hanno sequestrato il presidente Maduro e Cilia Flores per portarli negli Stati Uniti ed essere processati per reati quali narcotraffico, detenzione di armi da guerra e qualsiasi altra cosa.

Quasi dopo due ore di bombardamenti appare il Ministro della Difesa, da solo, in un video registrato, denunciando un’aggressione imperiale. Nessuna spiegazione di cosa sia successo, di perché sia fallita la difesa e nemmeno nessun riconoscimento della sua responsabilità in quella breccia. Il canale dello Stato annuncia che è stato decretato lo “Stato di aggressione esterna”, il che implica eccezionalità e restrizioni delle garanzie costituzionali, nuovamente senza alcun tipo di dettaglio o spiegazione. C’è un silenzio ermetico che accresce il turbamento e l’incertezza prima, e il sospetto poi.

Nel suo breve discorso successivo, un commosso Donald Trump parla del successo della ”operazione”. “E’ stata perfetta”, “l’ho vista in diretta come fosse un film”, “se solo aveste visto la velocità, la violenza”, “soltanto noi potevamo farlo”, dice con un’eccitazione quasi oscena. E’ il potere che si crogiola in se stesso, celebrando la propria barbarie, narcisista, delirante.

Due giorni dopo l’invasione, nel Venezuela c’è un clima di incredulità per quanto successo, di commozione per l’aggressione e per la superbia di cui essa è intrisa, ma anche di incertezza per ciò che verrà. I media, controllati dal governo, mescolano documentari di animali con letture di comunicati ufficiali pieni di slogan e niente più. Non troviamo informazioni nemmeno in altri media pubblici come Telesur, che era stata creata per combattere l’accerchiamento mediatico. I pochi e brevi interventi ufficiali, dopo i discorsi anti-imperialisti di rito, richiamano alla calma e alla normalità. Non ci sono informazioni. Non ci sono dati, non ci sono cifre su morti e feriti, non c’è un registro delle zone distrutte, non c’è un’analisi su ciò che è successo e di come è successo. Perché, spiegare come abbiano fatto a superare il sistema di difesa senza danni visibili nel proprio equipaggiamento o al personale militare statunitense, o meglio, spiegare perché i sistemi di difesa non si sono attivati, anche se l’invasione era annunciata da mesi, risulta abbastanza compromettente per coloro che controllano i media e detengono il potere.

La vicepresidente Delcy Rodríguez viene nominata presidente, “incaricata” in virtù della manovra illegale della Corte suprema di giustizia, che dichiara l’assenza temporanea del presidente (e non la sua assenza definitiva), aggirando così l’obbligo di convocare elezioni entro trenta giorni. Nel suo intervento di sabato pomeriggio, rilancia i soliti slogan anti-imperialisti di rito, ma domenica propone al governo degli Stati Uniti di costruire un’agenda di collaborazione e dice che la sua priorità è creare una relazione armoniosa con essi.

Dal canto suo, le dichiarazioni di Marco Rubio fanno sì che tutte le narrative create per giustificare l’aggressione si sgretolino. Non c’è alcun riferimento a come intendono smantellare il “cartel de los soles”, non si parla di elezioni, di diritti umani, né si parla del destino degli oltre 800 prigionieri politici rinchiusi in condizioni disumane.

Tra la gravità dei fatti e il vuoto di informazione, noi venezuelane rimaniamo intrappolate nell’incertezza e nella necessità di trovare un senso. Gli oppositori seguaci di María Corina Machado fanno dei salti mortali retorici per provare a spiegare come mai, nonostante siano tutti loro sostenitori dell’invasione, siano stati tagliati fuori dalle trattative. I seguaci del governo cercano di conciliare l’indignazione per l’aggressione imperiale con i richiami alla normalità. E’ un paese scisso fino allo sconcerto.

Noi che non abbiamo affinità né con l’opposizione classista e antidemocratica (e il suo ingenuo racconto di salvazione) né con l’impopolare governo che si sta incrinando, scegliamo di mettere insieme i frammenti di informazione trovati qua e là. L’assenza di un racconto coerente che faccia filare degli avvenimenti così atroci con i richiami alla calma e alla normalità provoca un vuoto di senso. La gente non sa bene come descrivere ciò che sente, c’è uno stato generale di commozione e allo stesso tempo di passività generale.

E’ difficile non pensare a delle trattative volte a consegnare Maduro (o a non resistere al sequestro, che è quasi la stessa cosa). In particolare, dopo che i portavoce del governo statunitense hanno dichiarato che quanto avvenuto era stato preparato per mesi con partecipazione interna. E, ancor meno, dopo che Marco Rubio ha dichiarato che lui stesso aveva partecipato a delle conversazioni con Delcy Rodríguez, che si è sempre dimostrata “pronta a collaborare”. Sappiamo che il principale interesse del governo statunitense (oltre a quello geopolitico) è la ricchezza petrolifera venezuelana. Donald Trump ha già annunciato che investirà per il ripristino dell’infrastruttura petrolifera e far sì che generi ricchezza per il paese — il suo? Ha anche aggiunto che avrà bisogno al potere di coloro che possano garantire un minimo di governabilità e stabilità.

Rimane nel frattempo la sensazione che non sapremo mai esattamente come sia stata pianificata ed eseguita l’aggressione. Ma l’incertezza verso il futuro immediato è troppo grande per fermarci a pensare a ciò. Le domande su quello che può succedere si moltiplicano. In questo scenario, l’idea che il governo bolivariano possa diventare il nuovo amministratore delle compagnie petrolifere dei gringos ci appare un’immagine alquanto bizzarra, il più triste finale di ciò che una volta fu un sogno rivoluzionario.

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