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Corollario globale all’attacco in Venezuela

Dopo il rapimento in grande stile del Presidente del Venezuela Nicolas Maduro si sono scatenate molte reazioni a livello globale, che si sostanziano principalmente in una generica indignazione di facciata per l’ennesima violazione del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti.

Il seguente articolo va letto insieme a questo e questo e prova ad offrire alcune suggestioni su come va inserito l’attacco al Venezuela all’interno degli scenari globali.

In particolare in Europa la narrativa che va per la maggiore è quella delle grandi potenze che si spartiscono il mondo: l’attacco al Venezuela sarebbe il frutto di uno scambio politico con la Russia di Putin “autorizzata” a prendersi l’Ucraina, qualcuno si spinge a dire persino con la Cina che in cambio avrebbe Taiwan. Al momento non esistono fatti che supportino questa narrativa, se mai l’attacco al Venezuela dimostra, così come già fu con l’Iran, che la Cina e la Russia al di là delle proteste formali sono in grado di fare ben poco per contrastare la proiezione imperialista statunitense all’interno del quadro globale e difendere i loro alleati nel progetto “alternativo” dei Brics.

Tra le anime liberali ci si straccia le vesti per il ritorno della politica di potenza impersonato da Trump. Ma l’intervento statunitense in Venezuela assomiglia in maniera inquietante ad altre operazioni di matrice neocons che hanno accompagnato il mandato dei suoi predecessori. Si chiama la strategia del caos controllato: così come durante la presidenza di Obama l’obiettivo degli Stati Uniti in Siria non era quello di costruire una nuova forma statuale duratura, ma piuttosto garantirsi l’accesso diretto ed il controllo sulle materie prime, così in Venezuela l’interesse esplicitato di Trump non è quello di installare un governo organico agli States, ma che le aziende USA prendano il controllo del petrolio e delle risorse strategiche. Il governo di facciata può essere determinato dalle potenziali guerre civili, o dagli appetiti delle potenze regionali, ma ciò che conta per l’imperialismo statunitense è il controllo sulle catene del valore. Ciò che è inaccettabile per Trump ed i suoi consiglieri è che si formino e prosperino circuiti alternativi dello scambio e della valorizzazione che prescindono dal comando della finanza USA.

Questa operazione la dice lunga sulla poca lungimiranza di chi parla senza sufficiente cautela di declino americano, di multipolarismo incipiente ecc… Indubbiamente gli Stati Uniti vivono una crisi su differenti livelli, dal soft power, agli assetti sociali interni, fino ad arrivare alla competizione globale. Ma hanno ancora diverse frecce al loro arco per ristrutturare le gerarchie globali del valore. Come dimostrano il Libano, l’Iran, la Nigeria, ed il Venezuela ora la capacità ordinativa militare ed economica degli Stati Uniti è ancora forte e senza delle controparti reali. Sebbene in seno ad ognuna di queste operazioni nascano nuove potenziali contraddizioni per l’impero, l’effetto principale è quello di una riaffermazione del dominio globale, almeno per il momento.  E’ evidente che la rinnovata aggressività statunitense è dettata dall’avanzamento economico e tecnologico cinese. In particolare sul piano dell’energia e delle materie prime gli Stati Uniti hanno l’esigenza di riaffermare il proprio primato globale colpendo nemici e rimettendo al loro posto gli alleati. Non a caso dopo il Venezuela si inizia a parlare di Groenlandia. Nonostante ciò la sproporzione dal punto di vista della potenza tattico-militare tra gli Stati Uniti ed i loro competitors rimane abissale.

Questa potenza, checchè se ne dica, è prima di comando economico che militare. La capacità degli Stati Uniti di possedere tutt’ora le principali leve finanziare e l’apice delle filiere tecnologico-militari è ciò che permette a Trump di portare avanti la sua agenda senza significativi costi. Quella di paesi come il Venezuela, la Bolivia ed altri è la classica profezia che si autoavvera. Progetti alternativi al capitalismo statunitense si scontrano inevitabilmente con il controllo che questo è in grado di esercitare sulle catene del valore. Decenni di sanzioni, blocchi commerciali, isolamento internazionale, complotti politici e finanziari generano crisi economiche e sociali che alimentano a loro volta la narrativa del “There is no alternative”. Intanto, quasi inevitabilmente, specialmente per le economie meno strutturate la crisi coincide con l’adozione di misure da stato d’emergenza atte a tenere in piedi il progetto politico “alternativo” e/o la burocrazia politica che nel frattempo si è generata. La ricerca di alleanze tra gli altri paesi ostili al dominio imperialista statunitense garantisce per un certo periodo la sopravvivenza, ma non lo sviluppo di un’effettiva autonomia strategica in termini economico-politici. Infine gli Stati Uniti utilizzano le finestre di opportunità (o le creano) per imporre nuovamente il proprio controllo. Ancora una volta la Cina e la Russia protestano vivacemente, ma soccombono politicamente. Addirittura con gli emissari cinesi che appena pochi minuti prima avevano lasciato Caracas.

Va detto che nonostante il rapimento da film hollywoodiano di un Capo di Stato la partita sulla spartizione delle risorse venezuelane è ancora aperta e non è chiaro come le aziende USA dovrebbero prenderne possesso. Allo stesso tempo di fronte ad una azione militare di questa portata tanto il dollaro come moneta di scambio internazionale, quanto il debito estero statunitense riacquistano credibilità e questi sono tra i principali nodi che fanno tremare i polsi nei corridoi della Casa Bianca.

Sul piano delle masse del paese soggetto all’attenzione statunitense poi il dilemma che si produce è sempre lo stesso: unirsi alle rivolte contro le condizioni di vita imposte dalla crisi economica o sostenere la sovranità e l’autodeterminazione del proprio paese? Il pendolo oscilla a volte di là a volte di qua, a seconda della forza delle organizzazioni popolari, della consistenza dei blocchi sociali che sostengono il governo, della coesione sociale residua, della solidarietà internazionale. Questo produce gli scenari stranianti e paradossali a cui stiamo assistendo: a vincere non sono né le forze della borghesia locale, sedotte ed abbandonate da un progetto imperialista che ha mire ben  diverse dallo sviluppo del Venezuela, né quelle del proletariato, forse organizzato, ma non sufficientemente determinato per ingaggiare una guerra anticoloniale (almeno da ciò che si percepisce al momento).  Non c’è altra via dunque?

Qualche parziale risposta, come dicevamo qui, ce l’ha offerta il movimento contro il genocidio che è riuscito a sviluppare una tattica globale di intervento sulle catene del valore complici nel massacro dei palestinesi di Gaza. Certo questa tattica non si è trasformata in una strategia vera e propria e non ha mai assunto le forme di una contesa sul potere, ma ha comunque generato contraddizioni, confusione, rapporti di forza nuovi a livelli di profondità inediti che hanno avuto un peso effettivo sull’andamento della storia. Ciò è potuto accadere anche perché l’abisso delle politiche genocidiarie di Israele per un momento ha cancellato distinguo e neneismi che di fronte alla portata dei fenomeni storici sono al più facezie. Ma è successo anche perché era evidente che né la Russia, né la Cina, né nessun altro “polo” avrebbe fatto di più di qualche dichiarazione per il popolo palestinese e quindi toccava a tutti noi farlo. La posta in palio di questa fase, e la controparte ne è più consapevole di noi, è la nascita di nuove forme dell’organizzazione di classe per sè. L’illusione multipolarista è il veicolo che sta trascinando per un tratto le carrozze della lotta di classe al loro appuntamento. Il repertorio democratico-liberale è un ostacolo gettato sui binari della storia, lasciamolo andare, è il momento di costruire per la nostra parte. Forse vedremo ruggire ancora la locomotiva.

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