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Bulgaria: cade il governo dopo le proteste. Quali scenari?

Giovedì il primo ministro della Bulgaria Rosen Zhelyazkov ha annunciato le sue dimissioni. La caduta del governo segue settimane di intense proteste descritte dai media bulgari come le più grandi e partecipate da decenni a questa parte.

Le proteste sono scoppiate a partire da alcune contestate norme sulla legge di bilancio. La legge prevedeva un aumento dei contributi previdenziali e delle imposte sui dividendi per finanziare una maggiore spesa statale destinata alla polizia, ai servizi di sicurezza e alla magistratura, organi che molti bulgari considerano corrotti e inaffidabili. Inoltre la manovra è stata bollata dalle piazze come fortemente clientelare, infatti prevedeva di tassare il settore privato per finanziare un aumento degli stipendi dei dipendenti pubblici, considerati dal governo un’importante riserva di voti.

Le manifestazioni hanno coinvolto decine di città. A Sofia, la capitale, il primo dicembre sono scese in piazza oltre cinquantamila persone e si sono verificati duri scontri con le forze dell’ordine. Martedì due dicembre il governo ha fatto marcia indietro ritirando la legge, ma le proteste ormai avevano assunto un carattere più generale chiedendone esplicitamente le dimissioni.

Il malcontento della popolazione bulgara arriva da lontano. Il paese è uno dei più poveri dell’Unione Europea ed è drammaticamente segnato dalla corruzione, dal clientelismo e dall’intreccio geopolitico di cui è vittima da decenni. In tre anni vi sono state sette elezioni parlamentari: le ultime due, quelle di giugno ed ottobre 2024, sono state caratterizzate da un’affluenza incredibilmente bassa, tra il 40 ed il 30%. Astensione che testimonia la totale disillusione dei bulgari nei confronti del sistema politico nel suo complesso.

Entrambe le elezioni hanno consegnato la maggioranza relativa dei voti al partito GERB (Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria) di orientamento conservatore e liberale riportando il paese nelle mani della compagine politica di Boyko Borissov che ha governato il paese per quindici anni prima di perdere le elezioni nel 2021. Il governo di Borissov era stato al centro di altre importanti proteste nel 2019 a causa della corruzione e del suo autoritarismo. Dal voto dell’ottobre del 2024 è poi emerso l’attuale governo di minoranza composto da GERB, dal Partito socialista bulgaro e dal partito nazionalista che ha espresso come premier Zhelyazkov. Il governo di Zhelyazkov godeva inoltre del sostegno esterno del Movimento per i Diritti e le Libertà, guidato da un potente uomo d’affari e deputato Delyan Peevski. Peevski è stato uno dei principali obiettivi della protesta: il suo partito è considerato una tipica organizzazione oligarchico-clientelista, circondata da una rete di aziende ed entità che operano al confine tra politica e corporazioni, sia nelle amministrazioni locali che a livello centrale.

L’enorme instabilità e frammentazione del quadro politico bulgaro dunque viene da lontano e sebbene alcuni commentatori occidentali stiano tentando di rappresentare lo scontro come un conflitto tra forze euro-atlantiche e forze filo-russe in realtà il quadro è molto più complesso. GERB, il partito a maggioranza relativa, è una formazione moderatamente europeista e tradizionalmente legata agli USA, che però in passato ha fatto di buon grado accordi con il Cremlino, una specie di Forza Italia. Mentre gli altri due partiti di governo, quello socialista e quello nazionalista come spiega The Barricade, seppure su fronti opposti e con visioni profondamente diverse si oppongono al rischio di un coinvolgimento nella guerra in Ucraina.

La coalizione delle due principali forze d’opposizione cioè “Continuare il Cambiamento” e “Bulgaria Democratica” che ha governato il paese tra il 2021 ed il 2022 ha posizioni fortemente atlantiste ed europeiste e spinge per una modernizzazione capitalista e neoliberista della Bulgaria. Questi partiti vengono narrati dai nostri media come gli organizzatori della protesta, ma la situazione pare non così scontata. Da ciò che viene riportato dai giornali bulgari in realtà le piazze sono composite e trasversali, attraversate soprattutto da giovani della Generazione Z, ma sostenute da circa il 70% della popolazione. Vi è effettivamente una parte dei manifestanti di idee liberali che vedono in una maggiore integrazione europea ed in una occidentalizzazione la soluzione alle drammatiche condizioni del paese. Ma vi è anche una grande massa di persone che non condivide necessariamente questa impostazione e scende in piazza contro le difficili condizioni di vita e la corruzione. Insomma sembra che a pesare siano più le questioni interne al paese che il suo collocamento geopolitico, almeno per la grande massa dei manifestanti. Tanto che alcuni commentatori sostengono che le manifestazioni sono rivolte contro l’intero sistema politico ed istituzionale e contro gli oligarchi che supportano le differenti fazioni della politica bulgara, non solo contro il governo dimissionario. Questa carica anti-sistemica potrebbe aprire a scenari imprevisti.

Quanto si va dicendo è testimoniato dalle posizioni dell’opinione pubblica bulgara rispetto all’adozione dell’euro come moneta. Infatti da gennaio in teoria la Bulgaria sarebbe dovuta entrare a tutti gli effetti nell’Eurozona, ma, al momento, con la caduta del governo pare che l’ipotesi sia quella di rinviare l’ingresso. Ebbene, circa la metà dei bulgari si oppone all’adozione dell’euro, temendo che possa violare la sovranità della Bulgaria e che porti i commercianti a sfruttare il passaggio dal lev all’euro per aumentare i prezzi.

Dunque lo scenario è molto complesso ed in movimento, mentre sullo sfondo si consuma lo scontro tra Unione Europea e Stati Uniti sulla guerra in Ucraina, tensione che potrebbe intervenire all’interno di queste dinamiche. In parte sembrano valere anche per la Bulgaria le riflessioni che Volodymyr Ishchenko ha espresso in questa intervista sulla rivolta di Maidan: “la classe operaia ha una capacità molto limitata di organizzarsi, di articolare gli interessi di classe e di fornire almeno una leadership nazionale. Di conseguenza, queste rivoluzioni riproducono proprio la crisi politica e sociale a cui dovrebbero rispondere.” Sarà da vedere se in un contesto di tale degrado degli assetti istituzionali potranno emergere forze in grado almeno in parte di rappresentare questi interessi e non lasciare la Bulgaria preda della corruzione degli oligarchi e del giogo imperialista.

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