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Fallisce golpe in Turchia: Erdogan torna in sella?

In uno scenario sempre più frastagliato Erdogan appare via smartphone. Non è sotto arresto: minaccia i golpisti invitando il popolo turco a scendere per le strade in difesa della democrazia (sic). Allude anche a una regia precisa dietro al golpe: Fethullah Gülen, l’ideologo del movimento islamista Hizmet, prima vicino all’AKP nel progetto comune di ammorbidire il laicismo kemalista dello Stato, poi costretto all’esilio negli Stati Uniti dallo stesso Erdogan. Attorno a Fethullah Gülen si coagulerebbero molte simpatie anche interne all’esercito.

Con il passare delle ore l’iniziativa golpista appare meno salda. Diverse componenti dei militari si sfilano, tra queste la Marina. I partiti dell’arco costituzionale a uno a uno iniziano a schierarsi contro i militari golpisti: per primo Kılıçdaroğl, capo dell’opposizione e dello storico Partito Popolare Repubblicano, fondato da Kemal Ataturk. Anche l‘HDP, il partito vicino alle istanze curde, si pronuncia contro qualsiasi ipotesi di golpe. I militari non sembrano raccogliere l’avallo del potere politico nonostante nei comunicati diramati dalle tv occupate si candidino a restaurare i due pilastri della moderna repubblica turca: la laicità dello Stato e l’indivisibilità del suolo nazionale. Una ricetta analoga ai tre precedenti colpi di Stato cosiddetti costituzionali, l’ultimo dei quali nel 1980. Secondo la costituzione kemalista spetta infatti all’esercito la difesa dei principi fondativi della repubblica, anche deponendo, per poi restaurarlo, il potere politico.

Non è ancora chiaro quali fazioni dell’esercito siano coinvolte nel golpe. Mentre Erdogan fugge in aereo (prima verso Ankara, poi verso Istanbul e infine in direzione della Germania che rifiuta di farlo atterrare) divisioni golpiste dell’esercito si scontrano con le forze di sicurezza ad Ankara e ad Istanbul. In migliaia a Istanbul scendono in piazza contro i militari sfidando il coprifuoco e l’imposizione della legge marziale. Scontri a fuoco per le strade. Si parla di morti e feriti.

Le prime comunicazioni della diplomazia occidentale lasciano trapelare un’iniziale ambiguità statunitense: John Kerry parla di pace e continuità con la Turchia, una continuità sospetta che sembra strizzare l’occhio al tentativo golpista. L’ondivago atteggiamento di Erdogan nei confronti della NATO ha certo destato non pochi malumori nell’alleanza occidentale. Le recenti dichiarazioni in favore del ristabilimento di normali relazioni con Damasco e il riavvicinamento a Mosca con l’attacco ad alcune postazioni di Daesh nelle recenti settimane, devono aver allarmato non solo i sauditi. Eppure in tarda serata Kerry e Obama, vedendo precipitare la situazione a sfavore dei militari golpisti, si schierano apertamente in favore del regime ‘democraticamente eletto’ di Erdogan.

Che la destabilizzazione del quadro mediorientale richieda colpi di mano in uno scacchiere complesso e bloccato è un’eventualità nell’evolversi degli equilibri interimperialisti che si giocano nella zona. Eppure questo tentato golpe non sembra essere la mossa vincente per nessuno. Intanto mentre il quadro è ancora in evoluzione la folla invade la tv di Stato, circolano le immagini di militari golpisti condotti in arresto dalle forze di sicurezza, si allungano le code ai bancomat e in tanti civili fanno scorte di acqua e viveri.  

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