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Femminismo, differenza e conflitto

Geneaologia e prospettive (in dialogo con Mario Tronti)

 

Segnaliamo da Commonware questo intervento di Simona de Simona al convegno La politica contra la historia (Madrid 3-5 maggio 2017).

1) Introduzione: per un dispositivo di lettura generazionale

Nel mio contributo intendo proporre una riflessione sul femminismo a partire dal confronto con il pensiero politico di Mario Tronti. Un pensiero che, come noto, si articola in un lungo arco di tempo e in relazione a trasformazioni sociali e politiche molto complesse. Non pretendo dunque di attraversare in modo esaustivo il pensiero di Tronti e, tanto meno, di ridurre ad un’unica prospettiva il femminismo. Vorrei però provare a interrogarmi su possa significare per noi oggi pensare il femminismo a partire da una concezione della politica incentrata sulla categoria del conflitto. Non entrerò, dunque, tanto nel merito del giudizio che Mario Tronti dà del femminismo – che, come sappiamo, è un giudizio articolato: da un lato il riconoscimento del “gesto della differenza” come gesto radicale, dall’altro l’idea di un completo rovesciamento della funzione politica di quella rottura, il fallimento completo della rivoluzione femminista. Non è in questo senso che mi interessa approfondire il confronto tra l’autore e un vasto e articolato modo di pensare e agire la politica che chiamiamo femminismo. Come ho detto prima, invece, mi interessa avanzare un interrogativo su cosa sia il femminismo oggi a partire da una prospettiva di conflitto. Si tratta dunque, di un esperimento di lettura quello che propongo a partire da alcune considerazioni preliminari (e direi personali) sull’autore.

La prima considerazione riguarda un’idea della scrittura come dono che Zadie Smith (una scrittrice inglese) ha suggerito a proposito di David Foster Wallace (in particolare al suo libro Interviste con uomini schifosi) sostenendo che “in una cultura che priva quotidianamente della capacità di usare l’immaginazione, il linguaggio e il pensiero autonomo, la complessità diventa un dono”. In questo senso, per prima cosa, la scrittura di Mario Tronti è un dono: qualcosa che ci strappa fuori dal torpore in cui l’addomesticamento della lingua ci trattiene. Ciò che voglio richiamare con questo richiamo non è tanto una riflessione sulla scrittura, ma una osservazione sulla condizione della lettura che è anche una considerazione sullo stato soggettivo della ricezione di un opera, di un pensiero. Di un pensiero non riceviamo mai soltanto i contenuti – il pensiero altrimenti non avrebbe storia – ma anche qualcosa di più, qualcosa di irrazionale mi verrebbe da dire muovendomi all’interno dello stesso orizzonte trontiano che ammette questa dimensione di irrazionalità nella trasmissione della tradizione rivoluzionaria.

Toni Negri e Alberto Asor Rosa, riferendosi a Operai e Capitale in occasione di un convegno tenutosi a Roma nel 2007hanno entrambi sostenuto che il libro contenesse, a suo modo, una lezione di etica, un esempio di pensiero rigoroso capace di mobilitare la soggettività dall’interno. Estenderei questa considerazione all’insieme del pensiero trontiano, al di là dei singoli contenuti, attribuendogli una coerenza di postura riconducile all’idea che la politica sia uno spazio di radicalità (nel senso arendtiano dell’andare alle radici delle cose e non di semplice posizionamento). Per chi come me, per ragioni generazionali, è stato interamente socializzato dentro uno spazio pubblico – e dentro percorsi di formazione e di conoscenza – che hanno ristretto lo spazio del possibile, le possibilità di sperimentare (che hanno impoverito nel senso di Romano Alquati l’esperienza possibile), la scrittura radicale apre al desiderio di un’esperienza politica ricca.

Connetterei questo desidero a un problema di “generazione” nel senso che Julia Kristeva attribuisce al termine. Cioè un problema di orizzonte e leggibilità dell’esperienza: di vita e di pensiero, appunto. Nel romanzo Caro Michele, Natalia Ginzburg, descrive il protagonista scrivendo di lui che egli ama l’intelligenza più della tristezza. Questo oggi mi sembra qualcosa da prendere sul serio: amare l’intelligenza più della tristezza, o meglio, contro la tristezza.

A questo proposito, Tronti ci dà due indicazioni precise e preziose, condensate in due formule esplosive contenute nell’articolo Lenin in Inghilterracomparso sul primo numero di “Classe Operaia” nel 1964: la primaimpone di ricercare un punto di vista di parte (cito: “quello che occorre di nuovo, daccapo, è una ferrea logica di parte”, in Operai e Capitale, p. 90); la seconda di farlo individuando un percorso proprio (cito: “Non esistono modelli. La storia delle esperienze passate ci serve per liberarcene, in Operai e Capitale, p. 92). Nella combinazione tra questi due elementi si definisce, più in generale, il rapporto con la tradizione rivoluzionaria: continuità nella scelta di parte, discontinuità delle forme storicamente situate.

 

2) Femminismo come prospettiva conflittuale

La concezione della politica come conflitto si basa sulla costruzione di un punto di vista di parte. Secondo Mario Tronti, il femminismo è stato un progetto politico radicale (in questo simile all’operaismo) proprio perché affermando la “differenza sessuale” ha prodotto un punto di vista epistemico-politico in grado di porsi in modo conflittuale in relazione al tutto. L’esperienza a cui Tronti si riferisce è quella del femminismo radicale degli anni Settanta (con le varie declinazioni geografiche) segnata, come ha riassunto in modo incisivo Alisa Del Re nel corso di una conferenza di qualche anno fa, da una separazione delle vite a partire dai bisogni. A partire dal quotidiano, da bisogni condivisi e socialmente rimossi, le donne risalivano la storia fino a individuare il nocciolo della loro oppressione. Di fronte ad essa si univano tra loro contro il resto, tutto il resto. Oggi non possiamo ripetere quel gesto. Come afferma Adrienne Cecile Rich (poetessa e femminista americana), “ogni ordinario pronome diventa un problema politico” (Notes toward a Politics of Location, 1984). Dire “noi”, designare/delimitare un soggetto politico costituisce il primo problema per definire una prospettiva femminista attuale: sono note le critiche efficaci e ineludibili che hanno disinnescato la “macchina da guerra” della differenza sessuale. Le “donne” oggi non sono un soggetto di parte e tanto meno un soggetto conflittuale: sono – quando va bene – l’oggetto di politiche culturali che rispondo a logiche di consumo differenziato e – quando va peggio – la clava con cui si aggiustano in senso razzista e securitario le politiche dello Stato. Su questo, credo, non ci sia davvero più da discutere: il “donnismo” è ideologia del potere e del nemico. Da quando, a partire dalla fine degli anni Settanta – come ha mostrato benissimo Silvia Federici in un articolo dal titolo Andare a Pechino – il femminismo è stato non solo reintegrato nell’agenda neoliberale, ma è divenuto uno dei terreni principali di ristrutturazione dei rapporti tra stato e capitale su scala globale, quel femminismo va riconosciuto per quello che è, un nemico. La produzione di istituzioni femminilizzate – cioè il ricorso alla “questione femminile” per dinamizzare le dinamiche della rappresentanza politica dentro il contesto di crisi strutturale della democrazia – deve porre in modo netto a ragionare su una prospettiva contro-istituzionale (Federici e Nicole Cox, parlavano di un “contro-piano dalle cucine”). Non credo, però, che con ciò si debba giungere alla conclusione di un esaurimento del femminismo: il donnismo è una cosa, il femminismo è tutt’altra altra cosa. Per richiamare ancora Edrienne Rich: il primo definisce lo spazio della cosiddetta “questione femminile”; il secondo lo spazio aperto da coloro che, in quanto donne, pongono questioni [«We are not “the woman question” asked by somebody else; we are the women who ask the questions». A. Rich, Notes toward a Politics of Location (1984), p. 216]. Il primo, dunque, è uno spazio di passività, definisce un oggetto della politica; il secondo quello dell’attività, che definisce un soggetto della politica. La domanda, allora, è questa: esiste oggi uno spazio di soggettivazione politica che possa o debba dirsi femminista? Se si, quali sono le sue caratteristiche?

Vorrei rispondere in modo generale e poi provare ad argomentare meglio. Direi che si pongono due compiti: il primo è passare dalla differenza alle differenze (come suggerisce Teresa De Lauretis, “il soggetto femminile nel femminismo non è il soggetto della differenza, ma quello delle differenze tra donne”); il secondo saper articolare queste differenze in modo che sia dia conflitto. Le differenze non contano meno del conflitto e il conflitto senza le differenze indica una strada non più percorribile. La congiunzione di questi due elementi sta al cuore delle preoccupazioni – e anche delle discussioni e delle polemiche – del femminismo teorico contemporaneo: si pensi, per fare un solo esempio, al dibattito tra Nancy Fraser e Judith Butler. Fraser, come noto, da una prospettiva decisamente critica, rinfaccia al femminismo una deriva culturalista (“merely cultural”) che si traduce in una politica del riconoscimento sganciata da un progetto di politica economica. Una deriva che Fraser propone di correggere mediante la proposta di una concezione bidimensionale della giustizia in grado di articolare piano simbolico-culturale e piano economico. Butler, che da parte sua definisce la posizione di Fraser come rappresentativa di un più vasto “neoconservatorismo di sinistra” (di derivazione storica antica), insiste, invece, sul carattere unitario della regolazione sociale della sessualità e del funzionamento dell’economia affermando una lettura materialistica – più che culturalistica – della produzione di sessualità. In forme certamente meno elaborate, questo tipo di diatriba si ritrova – più o meno dichiarata – anche nei movimenti sociali.

Resta pur vero tuttavia, che, anche adottando una teoria unitaria alla Butler, nel momento in cui il femminismo cerca di tradursi in politica, i problemi non scompaiono. Le differenze, per dirla in modo assai grezzo, non si intersecano in modo spontaneo e naturalmente conflittuale. Tanto dal punto di vista teorico, quanto da quello politico, nel momento in cui si avverte l’esigenza di tenere in conto delle differenze, bisogna però anche trovare il modo di oltrepassare la tassonomia, l’elenco degli assi dello sfruttamento e della dominazione: la classe, il genere, la razza, l’orientamento sessuale e così via. Questo è forse il problema principale del femminismo contemporaneo: la “questione dell’intersezionalità” (uso questo termine, anche se molti ne hanno sottolineato i limiti – ma qui lo uso per esigenze di brevità), cioè del modo in cui diversi dispositivi di sfruttamento si intersecano tra loro definendo le posizioni effettive – storicamente concrete – dei soggetti, ma anche in che modo definire una linea di conflitto a partire da una costitutiva moltiplicazione delle forme dello sfruttamento. Il punto è che non ci sono differenze che contano più di altre, ma che, a partire da una epistemologia della “consustanzialità” (per richiamare una categoria forte elaborata da Danièle Kergoat), è necessario individuare un punto (o più punti) a partire dal quale articolare politicamente le differenze, trasformarle nella possibilità di costituire un “noi”, cioè una parte, un soggetto di parte. Le differenze che si presentano come pre-date al conflitto e richiedono un riconoscimento che venga prima della lotta non sono costitutive di soggettività politica: in questo il femminismo radicale resta una lezione fondamentale. Allo stesso modo, il punto di vista di parte non può essere raggiunto per consenso democratico, nella conciliazione o nella sintesi delle differenze: non è una delle tante procedure linguistiche di cui la democrazia è ossessionata. Secondo il femminismo, il punto di vista di parte si costituisce a partire dall’esperienza, ovvero, come afferma De Lauretis, dal “processo per mezzo del quale si costituisce la soggettività, per tutti gli esseri sociali” (De Lauretis, Sui generis, p. 100).

 

3) Il punto di vista della riproduzione: una traccia genealogica

Per le femministe operaiste quell’esperienza andava individuata nel lavoro domestico, inteso come “produzione di valore d’uso per il valore” (secondo la formula di Leopoldina Fortunati in L’arcano della riproduzione. Casalinghe, prostitute, operai e capitale), cioè riproduzione del lavoro vivo, della forza-lavoro. La traccia del femminismo operaista resta per noi indispensabile nella misura in cui individua nella sfera della riproduzione un ambito di politicizzazione possibile e per noi oggi, potenzialmente massificabile: la sfera della riproduzione è quella della casa, della salute, dei saperi e così via.Questo ambito – quello della riproduzione come terreno di valorizzazione allargata e diretta (estrazione di valore, accumulazione per spossessamento o come si voglia a seconda delle categorie usate) – ci permette da un lato di riconoscere diverse forme di sfruttamento, ma dall’altro di trasformare politicamente le relazioni di riproduzione: questa la lezione del femminismo operaista, ma anche del femminismo africano-americano dove – a differenza che per il femminismo bianco – la sfera domestica è sempre stata luogo di trasmissione di saperi e forme di lotta anti-razzista. Torniamo qui all’idea della contro-strategia dalla cucina: ambito della riproduzione come ambito strategico per la costituzione di un soggetto di parte. C’è sì, dunque una politica della relazione, ma finalizzata al conflitto e non in alternativa ad esso.

 

4) Violenza e riproduzione: linee di fuga nella crisi. Lo spazio aperto da NiUnaMenos

Questa traccia politica è oggi declinata in modo interessante dal movimento transnazionale NiUnaMenos. Questo movimento, che come ha suggerito Veronica Gago (attivista argentina, autrice di La razon neoliberal. Economias barrocas y pragmatica popular, 2015), ha dato espressione a una nuova conflittualità sociale riuscendo a intersecare in modo davvero molto interessante il tema della violenza e quello dello sfruttamento. Declinando in modo sistemico la questione della violenza di genere – e chiamando finalmente in causa lo Stato e le istituzioni come controparti – ha consentito la generalizzazione del tema della violenza dell’assetto neoliberale declinandolo, ad esempio, in chiave territoriale. Come dice Veronica Gago, “queste mobilitazioni di massa mostrano il tentativo di connettere la specificità della violenza sulle donne con altre forme di violenza, dando conto di un nuovo tipo di guerra nei territori”. C’è in questo l’intuizione – o la conferma – che la violenza sulle popolazioni (ovviamente con gradazioni di intensità molto diverse a seconda delle aree geografiche e anche questo andrebbe tematizzato) caratterizzi la nuova accumulazione originaria del capitale, cioè quella sfacciata e aggressiva accumulazione di ricchezza di una piccola parte contro la maggioranza.

Il tema della violenza di genere, centrale nella costituzione della rete NiUnaMenos, diventa fondamentale per rompere la narrazione vittimaria – il dispositivo della vittima che chiama in causa le istituzioni come entità difensive e garanti di diritto – e affermare, al contrario un contro-potere e un diritto di auto-difesa. Questo è un tema importantissimo, che lega il movimento NiUnaMenos alle lotte antirazziste negli Stati Uniti (e recentemente molto forti anche in Francia) perché – come ha suggerito ad esempio Angela Davis, ma anche Tithi Bhattacharya – porta l’attenzione sul ruolo delle istituzioni (cioè dello Stato) come “funzionarie globali” dell’economia neoliberale. Pensiamo alla violenza di cui lo Stato è in grado di farsi carico oggi ad esempio nella governance delle migrazioni. La questione politica della violenza sulle vite è stata coraggiosamente aperta dal movimento NiUnaMenos e credo che vada tenuta aperta e approfondita.

Il secondo aspetto interessante della rete NiUnaMenos è stato quello di connettere il tema della violenza con quello dello sfruttamento – della moltiplicazione delle forme dello sfruttamento dopo l’esplosione della forma salariata dello sfruttamento – e proporre la questione dello sciopero (chiamando lo sciopero globale dell’8 marzo). Diciamo dunque, che se la questione della violenza di genere – aperta a una declinazione scalare, complessivamente sociale, per così dire – chiama in causa il ruolo dello Stato dentro il cosiddetto processo di rescaling, il tema dello sciopero intercetta esplicitamente il piano dell’economia neoliberale. In questo modo, come ha sottolineato ancora Veronica Gago, nel movimento NiUnaMenos si è espressa una forma di rifiuto – il rifiuto di una posizione di subalternità inscalfibile, immodificabile rispetto alle logiche neoliberali. Non so se questo movimento sarà capace di continuare e inasprire il conflitto, ma mi sembra già importate che il patto tra donne, stato e capitalismo sia stato rotto in nome (o in cerca) di un nuovo posizionamento conflittuale. Non credo che abbiamo altre alternative che andare avanti, alimentando, come suggerisce proprio Mario Tronti, “quanto ha in sé la forza di crescere e di svilupparsi” (La linea di condotta).

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