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Guerre, ricatti e sfruttamento: la marcia renziana verso il referendum

Crollati gli effetti dei provvedimenti cosmetici in stile 80euro, l’esecutivo non sa più che pesci pigliare e si avvita sulla carta del referendum. Lo fa sia per provare a convincere l’opinione pubblica che è necessario un “passo avanti” sulla governabilità – che nella accezione renziana si legge sostanzialmente nei termini di un maggiore autoritarismo e decisionismo sul procedimento legislativo – sia per costruire un diversivo rispetto alla popolazione sulle reali emergenze e sulle prospettive fosche che si addensano sulla società nostrana.

L’ultimo rapporto McKinsey, “Poorer than their parents? A new perspective on income inequality”, spiega infatti che il 97% delle famiglie nel periodo tra il 2005 e il 2014 hanno subito un peggioramento o non hanno migliorato di un’unghia la loro condizione economica: si parla di un problema globale, che riguarda tutte le economie del pianeta, ma che in Italia ha la sua punta massima.

Si sarebbe portati a pensare che il periodo considerato non è quello che si riferisce al periodo di Renzi a Palazzo Chigi; ma questo governo con Buona Scuola, JobsAct et similia ha dimostrato di non avere alcuna prospettiva di cambiamento rispetto ad un modello sociale finalizzato alla devastazione e al saccheggio delle vite dei suoi cittadini. Inoltre, dove anche nel rapporto si chiedono misure di sostegno al welfare e pratiche di redistribuzione economica sociale, il governo sembra continuare a muoversi al contrario.

Sembra anzi sempre più forte la tendenza ad ulteriori attacchi: in questo senso va letta ad esempio la riforma della Pubblica Amministrazione a firma Madia che dovrebbe riorganizzare questo comparto attraverso l’eliminazione degli scatti di anzianità e la messa in mobilità forzata dei lavoratori “inutili”.

Si passa infatti ad un organico funzionale che ogni anno verrà posto a verifica attraverso tagli ai dipendenti improduttivi, che verranno collocati in regime di “disponibilità” e pagati solo per i due anni successivi, al termine dei quali rimarranno semplicemente in strada. Una bomba sociale insomma, considerati i numeri del settore e l’evidente non volontà/incapacità dei sindacati confederali di mettersi di traverso a un piano del genere che potrebbe aprire ad una mobilitazione potente e non completamente “controllabile” sulla questione.

Non a caso la riforma, annunciata per settembre, potrebbe essere posticipata a febbraio per evitare che i circa 3 milioni di dipendenti della PA del nostro paese possano andare alle urne con una leggera indisposizione verso il governo. Già la contestatissima norma che obbliga gli insegnanti al trasferimento coatto ha segnato un grosso passo falso per il governo, la paura di fare lo stesso errore e perdere ulteriori pezzetti di consenso è molto forte..

Contemporaneamente rimane calda la vicenda dei migranti, con sempre più appelli a combinare ai processi di repressione e controllo pratiche di sfruttamento coatto mascherate da accoglienza. Da un lato il ministro della Giustizia Orlando, sempre con la scusa della velocizzazione e della razionalizzazione, annuncia l’eliminazione dell’appello per il richiedente asilo una volta che la sua richiesta venga bocciata da un giudice, aprendo così la strada ad una intensificazione dei rimpatri forzati e alla costruzione di un paese “gendarme” della sponda sud della Fortezza Europa. 

Dall’altro il capo del Dipartimento per le libertà civili e l’Immigrazione, Morcone, apre ad una maggiore implementazione delle politiche di workfare sul migrante. Questo nella proposta di Morcone dovrebbe essere incentivato a partecipare a lavori di pubblica utilità (con stipendi ovviamente indecenti quando esistenti) attraverso la concessione di corsia preferenziale per la regolarizzazione. La decurtazione dello stipendio servirebbe a sostenere i costi dell’accoglienza, l’incentivo al buon comportamento eviterebbe i rischi che il migrante possa mai ribellarsi contro la cooperativa che lo sfrutta sul lavoro o contro le angherie di un sistema come quello basato sul permesso di soggiorno e la Bossi-Fini.

Si potrebbe così ottenere tante nuove braccia da utilizzare nella sostituzione dei costosi lavoratori regolari, approfittando della migrazione per abbassare ulteriormente il livello medio dei diritti di tutti. Una chiusura del cerchio perfetta, dove la guerra interna contro i diritti sociali viene condotta attraverso la guerra esterna che permette la creazione di un esercito di disperati soggiogabili a piacimento.

A proposito, siamo in guerra. Non solo in Libia, come sembrerebbe nell’osservare la super esposizione mediatica del rischio terrorismo derivante dai barconi in partenza da Sirte; ma anche in Yemen ad esempio, dove sono le bombe prodotte in Sardegna e vendute dal nostro governo ai fondamentalisti wahhabiti sauditi a devastare ospedali, scuole e abitazioni della popolazione yemenita all’interno di un conflitto che vale decine e decine di milioni di euro in termini di profitti dalla vendita di armi. Oltre 6000 morti e 30000 feriti sono i numeri di un conflitto che reca con sé anche 3 milioni circa di sfollati: quanti di loro dovranno, per causa nostra, raggiungere nuovamente il Brennero, Ventimiglia, Como e diventare emergenza nazionale, nonchè succulento bottino per i professionisti dell’accoglienza?

Intanto lo scenario politico è sempre più avvitato su sé stesso, con un PD sempre più liquido e completamente avulso dalla società reale, seriamente impegnato a schiantarsi insieme con il suo ducetto verso il referendum. Ne sono simbolo le feste dell’Unità completamente blindate, sia a livello di contenuti possibili da esprimere, con l’ANPI paragonata a CasaPound e invitata alle Feste dell’Unità solo a condizione che non si esprima per il NO al referendum, sia nel senso delle forze dell’ordine che ormai sanno che ogni evento del PD è target possibile di contestazione.

Dall’altro lato, mentre Forza Italia è ancora ferma al palo, un Salvini in crisi d’identità e in calo di consensi cerca di soffiare più possibile sul fuoco girando vestito da poliziotto, dando della bambola gonfiabile alla Boldrini e pregando ogni notte affinchè avvenga qualche atto terroristico sul nostro territorio. Il Movimento 5 Stelle è invece impelagato nella palude romana, e tenta di usare la sua carta migliore, il piano della gestione mediatica, per mascherare le contraddizioni esplose nel momento in cui le tentazioni del potere si sono fatte troppo forti per non essere godute appieno.

Le possibilità si aprono dunque per una critica radicale al sistema politico e per una riproposizione della necessità di auto-organizzarsi per migliorare le proprie condizioni di vita. Sono 7 i milioni di appartamenti vuoti in Italia mentre aumentano sempre più le persone sotto sfratto o già senza casa; sono sempre più forti le pratiche di sfruttamento nella logistica, nella grande distribuzione, nell’agricoltura ma anche come abbiamo visto nel settore pubblico; in un’estate che ha visto notizie come lo schianto dei treni in Puglia, non vengono meno le motivazioni per opporsi alle Tav, ai commissariamenti dei quartieri e a tutte le pratiche di devastazione dei territori; le già citate proteste del comparto docenti possono e devono essere affiancate dalla mobilitazione studentesca contro un governo che con strumenti come l’alternanza scuola-lavoro negli istituti e il sistema dei voucher nel mondo del lavoro è sempre più all’attacco dei giovani.

Costruire il No Sociale verso il referendum deve ripartire da qui, dalle contraddizioni nei territori e dagli spazi politici che si aprono per poterle portare alla luce e caratterizzarle nel segno del conflitto. Per far passare Renzi dall’estate direttamente al suo inverno politico…

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