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Hezbollah-Libano: scenari futuri

 

Il Libano sembra essere ricaduto nel caos: a 25 anni dalla fine della guerra civile il piccolo paese dei cedri sta pagando il prezzo più alto possibile della guerra siriana e rischia di essere inghiottito nuovamente dalle dinamiche conflittuali del grande vicino di Damasco.

La situazione politica interna è in totale stallo da oltre 6 mesi: a giugno dovevano tenersi le elezioni, che sono state rinviate a causa della situazione di guerra in Siria.

La polarizzazione e la radicalizzazione delle forze politiche libanesi è andata via via aumentando con l’inasprirsi dei combattimenti in Siria: nonostante la fine del protettorato siriano sul Libano, sancito col beneplacito occidentale durante la guerra civile 1975-1990 e finito nel 2005, le dinamiche siriane continuano a creare effetti di spill-over all’interno del paese dei cedri, la cui sovranità è oggi più che mai messa in discussione.

 

(Al tempo stesso le forze politiche anti-siriane, come il movimento 14 marzo, sembrano, più che partiti politici interessati al Libano, un insieme di proxy che giocano una partita interna per conto di potenze esterne: in questo caso Arabia Saudita (e americani).


Ascolta l’intervista a Lorenzo Carrieri:

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La decisione di Hezbollah di combattere in Siria “contro un progetto ostile”1, che ha visto anche contestazioni interne al partito stesso, ha portato la guerra siriana in Libano: oggi le varie formazioni affiliate ad Al-Qaeda che combattono in Siria e Iraq (ISIS, Al-Nusra) hanno deciso che Hezbollah è un target possibile e legittimo, poiché al servizio del regime di Bachar al-Asad. Le autobombe e i kamikaze hanno così iniziato a colpire in Libano, e lo hanno fatto direttamente nei quartieri a maggioranza sciita, dove Hezbollah ha le sue roccaforti: Dahiyeh e Bir el-Abed. Quartieri che erano considerati fino all’anno scorso i più sicuri di Beirut, controllati da mukhabarat del Partito di Dio e da check point: oggi le bombe di Al-Qaeda e affiliati sono arrivate anche qui, e Hezbollah non si sente più al sicuro. Persino uno dei capi militari del Partito di Dio, Hassan al Lakis, è stato freddato sull’uscio di casa2: Hebollah ha accusato subito il Mossad di essere dietro questo assassinio (che ha smentito), poi rivendicato da gruppuscoli sunniti in risposta all’intervento del movimento sciita in Siria.

 

Se fino ad oggi le infiltrazioni terroristiche si manifestavano soltanto nel nord del Libano, e maggiormente a Tripoli (città a maggioranza sunnita posta oggi sotto controllo dell’esercito libanese), oggigiorno anche la capitale sembra essere terreno di scontro legittimo. Dall’estate in avanti i qaedisti hanno colpito più volte, facendo seguire alla retorica radicale dei partiti anti-siriani finanziati dall’Arabia Saudita, le bombe: l’attentato maggiore è quello che ha colpito l’ambasciata iraniana a novembre, che ha fatto 25 morti e più di 150 feriti. L’ultima quella che ha colpito Dahiyeh, quartiere a maggioranza sciita, nei pressi della sede di Al Manar, la tv di Hezbollah.

La strategia qaedista sembra essere chiara: Hezbollah non deve più sentirsi sicura nemmeno nei “suoi” quartieri, nelle sue città, esso è un obiettivo legittimo. Con l’intervento al fianco di Asad il partito di Dio ha perso legittimità agli occhi di molti islamisti, filo-qaedisti ma non solo: il suo status di “resistenza islamica” che ha sconfitto Israele nel 2006 sembra essere disfatto, per cedere il passo ad una “resistenza settaria di carattere sciita”3, interessata solamente a difendere le posizioni di potere acquisite in Libano e in Siria, grazie all’Iran. Tant’è vero che per riferirsi all’Hezbollah libanese i qaedisti hanno usato il termine “partito di Satana”.

 

Quello che sta accadendo in Libano è una strategia pensata (e avallata) direttamente da coloro che finanziano il terrorismo qaedista: Seymour Hersh, giornalista del New Yorker, l’ha definita con il termine di “Redirection”4 (letteralmente ). In accordo con il grande alleato americano, la strategia sopra-citata, elaborata durante la presidenza Bush II (e ripresa in maniera minore da Obama), puntava a indebolire l’Iran e i suoi alleati, Siria ed Hezbollah, sostenendo gruppi estremisti sunniti. Tutto questo, nelle previsioni americane e saudite sarebbe servito per costringere il regime di Teheran ad una trattativa diplomatica sul nucleare in una posizione di debolezza: ma se la Siria e il regime di Asad si stanno rivelando ben più stabili e coesi di quel che poteva sembrare, anche l’Hezbollah libanese, nonostante gli attacchi interni al Libano, pare ancora reggere l’urto del doppio fronte su cui è impegnato, appunto Libano e Siria. Soltanto un intervento di Israele contro di esso potrebbe far scricchiolare il tutto.

Se l’amministrazione Obama oggi sembra molto più preoccupata di quella Bush nel finanziare estremisti qaedisti in Siria, e punti il pivot della sua foreign policy più verso il contenimento della Cina nel Pacifico che al Medio Oriente, il regno saudita, timoroso della minaccia iraniana e della perdita dello status quo continua imperterrita nella strategia di re-direction: se c’è qualcosa che l’Arabia Saudita sa fare molto bene, quella è riunire fanatici islamisti come strumento al proprio servizio (vedi afghanistan 1979, Bosnia 1990, Cecenia, Libia…). È lo stesso lavoro stanno facendo oggi in Siria e Libano: l’arresto di Majid al Majid (morto in circostanze misteriose5), capo saudita della brigata qaedista libanese “Abdullah Azzam”, ne è la riprova6.

 

Le autobombe in Libano oggi sembrano dunque segnare una nuova fase del conflitto siriano: lo scopo ultimo è costringere l’Hezbollah ad un ritiro forzoso dalla Siria poiché costretto a combattere una guerra civile interna al suo Libano. Per fare ciò i sauditi continuano a finanziare gruppi che fanno della “violenza settaria” la loro unica ragion d’essere, come lo sceicco Ahmed al-Assir di Sidone, noto per le sue posizioni salafite e anti-Hezbollah: la sua importanza politica e logistica è andata di pari passo coi finanziamenti ricevuti dalla casa dei Saud e dai clienti sauditi in Libano, il clan degli Hariri.

Israele continua invece a monitorare la situazione per i suoi interessi: un Hezbollah indebolito farebbe certo al caso suo, e quale miglior modo di indebolirlo se non togliendo di mezzo il regime di Asad e l’uso del territorio siriano come via di scambio per i suoi rifornimenti di tecnologia militare? Certamente gli analisti israeliani sono spaventati all’idea di una Siria in mano qaedista, ma non è da escludere che il continuo stato conflittuale di Damasco faccia al caso israeliano: infatti l’idea di stati arabi indeboliti e frammentati tra loro è parte del pensiero sionista e dell’ideologia espansionista di Israele per conservare ed aumentare il suo status di unica potenza regionale: il piano Yinon, dal nome del ministro degli esteri del 1982, postulava la tattica del divide-et-impera verso gli stati arabi per ottenere l’obiettivo di estendere le frontiere israeliane della Grande Israele7 8.

Ciò che preoccupa Israele è invece la capacità di strike posseduta oggi da Hezbollah: secondo alcune fonti militari israeliane, il Partito di Dio starebbe usando come copertura la guerra in Siria per spostare centinaia di sistemi missilistici a lunga-gittata nella valle della Bekaa e nel sud del Libano, il tutto con l’aiuto delle forze speciali iraniane della Quds force9. Se nessuno in Israele sostiene apertamente di preferire il regime di Assad né di essere ostile all’opposizione, ai servizi segreti israeliani interessa controllare che l’arsenale siriano non prenda la strada del Libano, e questo, nonostante lo stretto controllo israeliano, sembra già essere successo e potrebbe aprire nuovi fronti di combattimento, come nel 2006.

 

In tale situazione quali potrebbero essere le mosse di Hezbollah?

A livello di politica interna in queste settimane il presidente della repubblica libanese Michel Suleiman dovrebbe affidare il compito di formare un nuovo gabinetto di governo, vacante ormai da mesi10: moltissime sono le pressioni perché escluda dal nuovo governo il Partito di Dio. Il “Movimento 14 marzo” (e di conseguenza i sauditi, che hanno offerto 3 milioni di $ per “ammodernare” l’esercito libanese) continua imperterrito nella sua crociata contro il coinvolgimento di Hezbollah nel nuovo governo, almeno fino a quando, a detta di Sa’ad Hariri, esso non si ritiri dalla Siria. L’organizzazione sciita continua a sostenere invece che il Libano, oggi più che mai, necessiti di un “governo di unità nazionale”, dato dall’unione delle due coalizioni maggioritarie, entrambe con potere di veto, per affrontare le minacce qaediste provenienti dalla Siria e ristabilire la sicurezza e la sovranità.

A livello internazionale e regionale, Hezbollah è coperto dalle critiche di chi gli rinfaccia il coinvolgimento in una guerra non sua e di esser venuto meno al suo ruolo primario di Resistenza all’occupante israeliano in Libano. Secondo molti il Partito di Dio avrebbe anteposto i propri interessi a quelli libanesi, e le dichiarazioni di Nasrallah di considerare il suo partito come prima di ogni cosa un partito libanese e per i libanesi sembra oggi essere messa in discussione.

 

Nei calcoli politici della leadership di Hezbollah l’intervento in Siria sarebbe fondamentalmente dovuto servire a difendere il paese dal pericolo dell’infiltrazione delle forze qaediste e conservare le sue posizioni di forza all’interno dell’Asse della Resistenza, combattendo un progetto, quello della rivolta in Siria, sostenuto dagli americani e rivolto ad egemonizzare questo paese: Nasrallah e i suoi vedono dunque il coinvolgimento nel conflitto prima di tutto come un interesse nazionale libanese e come una difesa contro un progetto di egemonia americana nella regione.

C’è chi sostiene che Hezbollah stia oggi progettando rappresaglie in caso di mancato coinvolgimento all’interno del nuovo governo, chi addirittura paventa la possibilità di un “golpe” delle forze di Nasrallah per “difendere” il Libano dallo spilling-over del conflitto siriano e dai continui attacchi qaedisti. Altri invece sostengono che Hezbollah, indebolito nella sua immagine a tal punto dal suo coinvolgimento in Siria, possa decidere di “rinnovare” le sue credenziali di Resistenza attaccando il nord d’Israele11.

Quel che è certo è che Hezbollah sia l’unico attore libanese che conservi un’enorme forza militare e una legittimazione popolare ancora molto forte, non soltanto tra gli sciiti libanesi, per il suo ruolo di difesa del confine con Israele e per i suoi progetti di welfare socio-assistenziali. Esso, sostituendosi alla mancanza dello stato in molte zone del sud del Libano, ha esercitato, e continua a farlo, una particolare forma di contro-potere che ha creato quel consenso trasversale di cui gode tutt’oggi: il suo indebolimento potrebbe mettere a repentaglio la già precaria vita del Libano e portare ad una nuova guerra civile.


 

Note:

5 Ritenuto la “mente” dell’attentato all’ambasciata iraniana del novembre 2013, secondo le autorità libanesi sarebbe morto per un blocco renale dovuto ad una precedente patologia. Ma i sospetti che sia stato torturato e/o eliminato poiché sapesse troppo sui collegamenti tra Arabia Saudita e Al-Qaeda in Libano sono molto forti, soprattutto tra Hezbollah

 

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