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Il potere cieco dell’algoritmo?

Lungo tutto il corso della storia gli sviluppi della tecnica (anche la stessa scrittura) hanno sempre influenzato il cervello degli esseri umani: a partire delle reazioni biochimiche a livello neuronale fino al rapporto con la propria interiorità e con il mondo circostante. Tuttavia, in questa fase riguardo alle tecnologie informatiche, agli algoritmi, ai social network etc:

1. Dice bene Ippolita (anche nel loro ultimo libro “Anime Elettriche”) siamo materia prima. Una materia prima che è merce (nella società capitalistica tutto è merce), però un merce Specialissima. Infatti, siamo una merce che svolge contemporaneamente del lavoro. Il surplus di valore che si crea lavorando una materia prima, utilizzando dei mezzi e degli operai, in questo caso viene prodotto dalla combinazione delle nostre soggettività connesse dai mezzi informatici attraverso (e con) i quali interagiamo nelle più svariate forme. Questo processo non avrà fine finché ci saranno degli esseri umani vivi (o esistono altri scenari?).

2. Macchine come un tornio, una pressa o una macchina da scrivere hanno lo scopo principale di produrre una merce in combinazione con un lavoratore. Invece, noi utilizziamo i mezzi informatici per comunicare, comprare, rappresentarci pubblicamente, etc etc.., ma non sono questi i principali scopi di questi mezzi. Sono solo la punta dell’iceberg. Il principale scopo di questi mezzi è spingerci ad interagire sempre di più, nelle forme più interessanti e produttive per le compagnie che offrono questi servizi, registrare i nostri dati, studiarli, venderli etc etc.. Quando svolgiamo qualunque attività in combinazione con mezzi informatici noi stiamo producendo sotto forma di merce la nostra stessa soggettività, la nostra vita interiore e relazionale, senza nemmeno accorgercene. Dietro al nostro disinvolto utilizzo della rete c’è un estensione di hardware e software in combinazione con informatici, data analyst, broker (e molto altro…), che non riusciamo neanche ad immaginare.

3. Se produciamo la nostra soggettività come merce, allora c’è alienazione a questo livello. Poichè una merce è prodotta per essere venduta, essa avrà le caratteristiche corrispondenti ai fini ed ai desideri del compratore. Questo è sempre stato valido anche per le nostre capacità: avendo la necessità di venderci sul mercato del lavoro, da sempre seguiamo dei processi di formazione per avere delle caratteristiche vendibili (fisiche o mentali o entrambe). Tuttavia, i servizi web, le app degli smartphone, etc etc.. sono progettati (con grande quantità di studi all’avanguardia) per spingerci ad interagire continuamente, rapidamente, su più piattaforme contemporaneamente, utilizzando i codici e le forme previste/pre-impostate da chi ha costruito le interfacce, ovviamente al fine di produrre più profitto per chi le controlla. Quindi addestrandoci (richiamo l’articolo) a mostrarci ed interagire come i “social” ci vogliono (ma non uniformi perché la differenza è una cosa positiva, perché produce più varietà nei dati).

4. Il problema è sempre chi controlla questi mezzi. Li usiamo tutti quanti, ma non riusciamo ad avere un quadro complessivo di quale sia la nostra effettiva interazione con loro. La distanza tra il livello tecnico di questi mezzi e le competenze della stragrande maggioranza degli utenti/operai/merce è abissale. Eppure sono ubiqui e determinanti per quasi ogni aspetto della nostra vita. Da un lato è necessario produrre della consapevolezza diffusa su cosa sono, come funzionano, quali sono i rischi, possibli alternative, etc etc. Dall’altro per porsi l’obbiettivo di controllarli, trasformarli, distruggerli creandone dei nuovi e diversi, bisogna porsi il problema dell’organizzazione, intesa come distribuzione di attività differenti in base a differenti capacità per conseguire un obbiettivo comune. L’organizzazione d’altronde è uno dei mezzi che il capitalismo utilizza per raggiungere i suoi scopi.
5. Esistono un sacco di possibilità anche di contro utilizzo di questi mezzi. Alcune le abbiamo viste all’opera e sono state ampiamente discusse e celebrate. Ne esistono altre più nascoste? Magari contro-utilizzi spontanei?

Il potere cieco dell’algoritmo*

L’esperienza dice che le tecnologie digitali permettono ai singoli una maggiore emancipazione ed autonomia di azione. Proprio su questo si basa il successo dei giganti dell’high tech e dell’ecosistema che gli sta intorno. Le tecnologie digitali aprono a possibilità di trasformazione enormi ma l’informatica commerciale ci ha reso soggetti al servizio delle «Mega-macchine».

Ci sentiamo liberi mentre i servizi del web sociale si prendono cura delle nostre vite, aumentando le nostre possibilità di lavoro, salute, interazione emotiva e sessuale. In qualche modo, siamo immersi in questa situazione: volevamo maggiore capacità di determinare le nostre scelte e azioni ma abbiamo fatalmente ampliato i processi di delega a terzi. Pensavamo di avere in tasca il rasoio di Occam che ci avrebbe permesso di porre fine alla catena di mediatori tra noi e i nostri bisogni ma alla fine abbiamo moltiplicato le organizzazioni che ci offrono servizi – gli «enti sovrasensibili», per rimanere nella metafora medievale.

Per delega (tecnica), il riferimento è all’uso di uno strumento che facilita o sostituisce un’azione che altrimenti potremmo fare in prima persona. La delega tecnica è tutt’uno con la tecnica e il suo uso; ci potenzia, permette di essere più efficaci, libera tempo ed energie, e ovviamente non è affatto un male fintanto che abbiamo padronanza degli strumenti usati!

La delega tecnica nell’informatica commerciale ci mette però nella condizione di avere pochissimo potere sullo strumento usato, che resta saldamente nelle mani di chi lo fornisce.
Nell’ebbrezza della rivoluzione digitale abbiamo confuso figure, piani e ruoli. Perdendo l’orientamento siamo preda di dinamiche di delega via via maggiori, all’inseguimento della prestazione più efficiente, della performance vincente, dell’elemento funzionale.

Ogni delega tecnica implica inoltre una delega cognitiva, ossia permette di spostare la nostra attenzione su altro, il che innesca una trasformazione in noi stessi che è, a un tempo, neuronale e percettiva.
E mentre le piattaforme digitali lavorano per disintermediare – basando proprio su questo il loro margine di guadagno – noi tutti stiamo di fatto demandando sempre più a questi nuovi «corpi intermedi» parti crescenti di noi stessi in quanto esseri cognitivi.

I padroni digitali sfruttano gli utenti come fonte di biodiversità: siamo materia prima, non (solo) operai. Ogni particolarità individuale è preziosa e renderà più completa la mappatura. L’informatica del dominio è fondata sulla servitù volontaria. La pervasività dei sistemi interattivi di connessione permanente apre a scenari di addestramento di massa. Addestramento per adattamento.

La delega tecnica è sempre delega cognitiva ma ciò cui assistiamo, quando abbiamo a che fare con l’Internet commerciale, è qualcosa di diverso. Firmando i termini di servizio (i ToS), cediamo molte cose che sono nostre o ci riguardano da vicino: contatti, foto, informazioni, proprietà intellettuale, e altro ancora. Diamo molto per usare manufatti digitali che non possiamo fare nostri e, nella maggioranza dei casi, non sappiamo come funzionano.

Il problema è che la delega tecnica può essere controproducente: se mi abituo a uno strumento, esso comincerà a modificarmi e a modellarmi. Dopo un po’ si sarà talmente radicato nelle mie abitudini che arriverò a pensare di non poterne fare più a meno perché il suo uso mi sarà diventato del tutto irriflesso. Dinamica dell’adattamento.
Ma c’è di più: gli studi accurati su cui si basano permettono loro di essere facilmente usabili da persone che non hanno nessuna consapevolezza del mezzo e del suo ambiente. Di fatto, gli strumenti social dell’informatica commerciale sono progettati secondo logiche di «gamificazione» affinché possono essere usati più volte possibile. Per questo parliamo di assuefazione.

Abbassare il carico cognitivo per generare energia creativa è una bella cosa ma se l’obiettivo insito nell’alleggerimento è creare nuovi stili di consumo allora non si crea spazio per l’imprevisto, la creatività, la resistenza, la liberazione. Siamo cyborg mutanti, ma il «come» mutare non ci è concesso. Il cambiamento antropotecnico è in una sola direzione: arricchire i signori dell’high tech.

Siamo da sempre nella trasformazione, lungo i millenni ci reinventiamo ad ogni passo. Quindi facciamoci furbi, mettiamo a punto i modi per cambiare gli strumenti tecnici di uso quotidiano in processi di liberazione invece che in procedure di asservimento. Oggi, questo sapere di noi ci mette nella condizione di scegliere se farla finita con questi abiti di spossessamento. Riprendiamoci in mano le nostre vite.

* Di Marco Liberatore (Gruppo Ippolita), articolo pubblicato su Il Manifesto, 31.1.2017

 

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