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Introduzione a “Karl Marx’s Ecosocialism”

Riprendiamo da Antropocene.org l’introduzione del libro di Kohei Saito che sistematizza la componente ecologica del pensiero di Marx. Buona lettura!

In un’epoca come la nostra, in cui affrontiamo catastrofi ecologiche senza precedenti che non possono essere adeguatamente fronteggiate senza una solida struttura teorica, il testo di Kohei Saito (pubblicato 5 anni fa da Monthly Review), attraverso il riferimento a materiali inediti, descrive come Marx abbia analizzato in un modo del tutto nuovo il processo di metabolismo tra natura e società. Il libro di Kohei Saito è tuttora inedito in Italia.


KARL MARX’S ECOSOCIALISM. Capitalism, Nature, and the Unfinished Critique of Political Economy, di Kohei Saito, Monthly Review Press, 2017.

 
Introduzione

Per molto tempo, l’espressione “ecologia di Marx” è stata considerata un ossimoro. Non solo i critici di Marx, ma anche molti autoproclamatisi marxisti ritenevano che Marx presupponesse come legge naturale della storia uno sviluppo economico e tecnologico illimitato e propagandasse l’assoluto dominio della natura, aspetti che contrastano entrambi con qualsiasi seria considerazione teorica e pratica di questioni ecologiche come la scarsità delle risorse naturali e il sovraccarico ai danni delle ecosfere. A partire dagli anni ’70, quando le gravi minacce ambientali alla civiltà umana sono diventate gradualmente, ma indiscutibilmente, più evidenti nelle società occidentali, Marx è stato ripetutamente criticato in recenti studi sull’ambiente come anche da parte dell’emergente movimento ambientalista per la sua ingenua accettazione della comune concezione ottocentesca che sosteneva il completo dominio umano sulla natura. Secondo i critici, tale convinzione inevitabilmente lo ha portato a trascurare il carattere distruttivo immanente all’industria moderna e alla tecnologia che caratterizza la produzione e il consumo di massa. In questo senso, John Passmore si è spinto fino ad affermare che «niente potrebbe essere più dannoso dal punto di vista ecologico della dottrina hegeliano-marxiana». [1]

Negli anni successivi, la critica contro il “prometeismo” o iperindustrialismo di Marx, in base al quale lo sviluppo tecnologico illimitato del capitalismo avrebbe permesso all’uomo di manipolare arbitrariamente la natura esterna, è diventato uno stereotipo popolare. [2] Di conseguenza, non era raro sentire riproporre lo stesso tipo di critica, secondo cui la teoria di Marx, specialmente nei suoi aspetti ecologici, era fatalmente errata dalla prospettiva odierna. Il suo materialismo storico, si diceva, elogiava acriticamente il progresso della tecnologia e delle forze produttive nel capitalismo e prevedeva, sulla base di questa premessa, che il socialismo avrebbe risolto ogni aspetto negativo dell’industria moderna semplicemente realizzando il pieno potenziale delle forze produttive attraverso una radicale appropriazione sociale dei mezzi di produzione monopolizzati dalla classe capitalista. Marx veniva descritto come un utopista tecnologico che non era riuscito a cogliere la «dialettica dell’Illuminismo», che alla fine avrebbe portato alla vendetta della natura quando si fosse realizzato il massimo produttivismo. [3]

Questa particolare critica, comune nel mondo anglosassone, è ampiamente condivisa in Germania, la patria di Marx. Anche recentemente, Thomas Petersen e Malte Faber hanno riproposto la medesima critica assai condivisa contro il produttivismo di Marx, pur senza ricorrere a una puntuale analisi testuale. Secondo questi studiosi tedeschi, Marx era «troppo ottimista nel supporre che qualsiasi processo produttivo potesse essere organizzato in modo tale da non far ricorso a materiali dannosi per l’ambiente… Questa fiducia nel progresso era certamente dovuto al suo grande rispetto per la borghesia capitalistica, già documentato nel Manifesto del Partito Comunista». [4] Rolf P. Sieferle, un altro studioso tedesco, ha respinto anche la possibilità di un’ecologia in Marx, in quanto quest’ultimo credeva erroneamente, sulla base della sua comprensione storica del capitalismo, che in futuro «ci si sarebbe liberati dei limiti imposti alla crescita dai fattori naturali». Condividendo la tendenza modernista dominante dell’epoca e l’idea di dominio sulla natura, il presunto prometeismo di Marx soccomberebbe all’antropocentrismo. [5] Hans Immler, meglio conosciuto come autore di Nature in Economic Theories (Natur in der ökonomischen Theorie), considerata una delle prime opere di ecologia politica in Germania, ha recentemente consolidato la sua confutazione di quello che lui considera l’inaccettabile produttivismo di Marx. Secondo Immler, il punto di vista non ecologista di Marx si fonda sulla sua teoria antropocentrica del valore, che assolutizza il lavoro umano come unica fonte del valore e rifiuta il contributo della natura nella produzione dello stesso. Egli sostiene che «a causa della sua concentrazione unilaterale sul valore e sull’analisi del valore e per la sua fondamentale trascuratezza della sfera fisica e naturale (valori d’uso, natura, sensualità)», la critica di Marx «è incapace di affrontare e analizzare … quegli sviluppi della pratica sociale che non solo si traducono nelle minacce più fondamentali per la vita, ma che, come nel caso della politica ecologica, rappresentano anche impulsi decisivi verso una trasformazione della realtà socio-economica». [6] Sia Sieferle che Immler sono d’accordo con altri critici di Marx nell’affermare che il fondatore del materialismo storico fosse decisamente antiecologico nella sua fede negli effetti positivi di una crescita tecnologica ed economica illimitata, una visione che non può più essere accettata nel XXI secolo. Immler così conclude: «Pertanto, dimenticatevi di Marx». [7]

Lo stato attuale del dibattito tedesco sull’ecologia di Marx dà sicuramente l’impressione di essere superato ai lettori inglesi, che hanno più familiarità con lo sviluppo dell’ecologia marxista avviato, negli ultimi quindici anni, da due importanti opere, Marx and Nature di Paul Burkett e Marx’s Ecology di John Bellamy Foster. [8] Il loro attento riesame dei testi di Marx ha mostrato in modo convincente vari aspetti ecologici non colti o dimenticati della sua critica dell’economia politica, aprendo una strada per emancipare la teoria di Marx dallo stereotipo prometeico dominante negli anni ’80 e ’90. Oggi molti studiosi e attivisti marxisti non considerano un’esagerazione l’affermazione di Burkett secondo cui la critica di Marx del capitalismo e la sua visione del socialismo possono essere «molto utili» per una riflessione critica sulle crisi ecologiche mondiali in corso. [9]

Come ci spiega Foster, presentandoci i recenti sviluppi del pensiero socialista sull’ambiente, nella sua introduzione alla nuova edizione di Marx and Nature di Burkett, la costellazione del discorso intorno all’ecologia di Marx è cambiata in modo significativo grazie a una serie di pubblicazioni di marxisti che si ispirano a Foster e Burkett. Queste analizzano le crisi ambientali come una contraddizione del capitalismo che viene spiegata facendo ricorso all’approccio della «frattura metabolica»: «Un decennio e mezzo fa il contributo di Marx e del marxismo alla comprensione dell’ecologia era visto in termini quasi del tutto negativi, anche da parte di molti sedicenti ecosocialisti. Oggi la comprensione del problema ecologico in Marx è oggetto di studio nelle università di tutto il mondo ed è fonte di ispirazione per i movimenti ecologisti in tutto il mondo». [10] Varie ricerche sono state dedicate ad attuali questioni ecologiche come l’ecofemminismo (Ariel Salleh), il cambiamento climatico (Del Weston, Brett Clark e Richard York), l’imperialismo ecologico (Brett Clark) e l’ecologia marina (Rebecca Clausen e Stefano Longo). [11] Il concetto di frattura metabolica è diventato quindi influente al di fuori di una ristretta cerchia della sinistra radicale. In particolare, la critica di Naomi Klein al riscaldamento globale determinato dal capitalismo in This Changes Everything si rifà in modo esplicito all’approccio di Foster, pur non essendo la studiosa di orientamento marxista. [12] L’importanza dell’“ecologia di Marx” è oggi assolutamente riconosciuta sia a livello teorico che pratico, al punto che le accuse rivolte a Marx di prometeismo sono ormai generalmente considerate errate.

Tuttavia, nonostante o proprio a causa della crescente egemonica influenza della tradizione marxista “classica”, rappresentata da «ecosocialisti della seconda generazione» come Foster e Burkett, sul movimento ambientalista, rimane una persistente riserva ad accettare l’ecologia di Marx tra i cosiddetti ecosocialisti della prima generazione, come Ted Benton, André Gorz, Michael Löwy, James O’Connor e Alain Lipietz. [13] Recentemente, gli ecosocialisti della prima generazione hanno trovato nuovi adepti, che in vari modi cercano di sminuire i contributi ecologici di Marx. Riconoscendo solo in misura limitata la validità dell’analisi ecologica di Marx, questi pensatori finiscono sempre per sostenere che la sua analisi fosse fatalmente viziata dalla sua incapacità di essere pienamente ecologica e che le sue discussioni ottocentesche del problema ecologico siano oggi di scarsa importanza. [14] Per esempio, essi affermano che Marx non fosse «un qualche genere di divinità», poiché non aveva previsto adeguatamente il cambiamento climatico odierno dovuto all’uso massiccio di energia fossile. Daniel Tanuro sostiene che l’epoca di Marx è ormai così lontana in termini tecnologici e di scienze naturali che la sua teoria non è adeguata per un’analisi sistematica delle odierne questioni ambientali, soprattutto perché Marx non ha prestato sufficiente attenzione alla specificità dei combustibili fossili rispetto ad altre forme di energia rinnovabile. [15] Jason W. Moore, da parte sua, cambiando la sua precedente valutazione della teoria della frattura metabolica, ora rivolge la sua critica a Foster, sostenendo che nell’approccio della frattura metabolica di Foster è assente una teoria del valore. Secondo lo studioso, Foster non riesce a comprendere la trasformazione storica dinamica dell’intero ecosistema – che Moore chiama «oikeios» – determinata dal processo di accumulazione capitalistica. Per lui, l’analisi di Foster non offre altro che «una teoria statistica e astorica dei limiti naturali», per cui è inevitabile che la teoria della frattura metabolica abbia implicazioni «apocalittiche». [16] I critici della teoria della frattura metabolica lamentano che “l’ecologia di Marx” in quanto tale può al massimo evidenziare il fatto banale che il capitalismo faccia male all’ambiente.

Per confutare questi persistenti fraintendimenti dell’ecologia di Marx e per dimostrarne il più ampio significato teorico, questo libro si propone di effettuare una ricostruzione più sistematica e completa della critica ecologica del capitalismo di Marx. Sebbene Foster e Burkett abbiano esaminato con attenzione diversi testi di Marx allo scopo di dimostrare la forza della sua teoria ecologica, le loro analisi danno a volte la falsa impressione che Marx non abbia trattato l’argomento in modo sistematico ma solo in modo sporadico e marginale. Da un lato, quindi è necessario rivelare il carattere sistematico immanente all’ecologia di Marx, che è in evidente continuità con la sua critica dell’economia politica. Questo è il compito principale della Parte I di questo libro. Dall’altro, presento nella II Parte un esame più completo dell’ecologia di Marx rispetto alla letteratura precedente, esaminando i suoi quaderni di scienze naturali che verranno pubblicati per la prima volta nella nuova Marx-Engels-Gesamtausgabe, nota come MEGA2. Questi quaderni consentiranno agli studiosi di tracciare in modo più chiaro e preciso l’emergere e lo sviluppo della critica ecologica di Marx al capitalismo, svelando vari aspetti sconosciuti del suo progetto sorprendentemente ampio del Capitale. I quaderni mostrano con quanta serietà e impegno Marx studiasse il ricco campo della teoria ecologica del XIX secolo e come abbia integrato nuove intuizioni [suggerite da questi studi] nella sua stessa analisi scrupolosa della società capitalistica. In questo processo, Marx si allontanò consapevolmente da ogni forma di ingenuo prometeismo, giungendo a considerare le crisi ecologiche come la contraddizione fondamentale del modo di produzione capitalistico. Il concetto chiave in questo contesto è quello di «metabolismo» (Stoffwechsel), che ci porta ad un’interpretazione sistematica dell’ecologia di Marx.

L’importanza di una lettura sistematica diventa più chiara se diamo un’occhiata all’interpretazione tipica degli ecosocialisti della prima generazione. Per esempio, ritenendo che il lavoro di Marx possa essere usato nel migliore dei casi come fonte di citazioni che potrebbero adattarsi all’odierna preoccupazione ambientale, Hubert Laitko, un marxista tedesco, sostiene che l’ecologia di Marx «manca di un carattere e rigore sistematico, e può forse dare qualche stimolo a lavori teorici, ma non più di tanto». [17] Ovviamente, è vero che Marx non era affatto un «profeta», e quindi i suoi testi non possono essere applicati e identificati letteralmente e direttamente con la situazione odierna. Tuttavia, questo aspetto piuttosto banale non giustifica il giudizio di Laitko. Se il Capitale di Marx può essere utilizzato solo a scopo di mera citazione, allora perché riferirsi a Marx per condurre un’indagine ecologica sul capitalismo contemporaneo? In effetti, questa era l’implicazione nascosta quando gli ecosocialisti della prima ora sottolineavano un difetto fatale dell’ecologia di Marx, ed è proprio per questo che si deve essere cauti quando molti ecosocialisti sembrano attribuire valore a questa «preziosa eredità per l’ecologia politica, senza di fatto fornire alcuna ragione positiva per ritornare a Marx. Alain Lipietz sostiene senza mezzi termini che «la struttura generale, l’impalcatura intellettuale del paradigma marxista, insieme alle soluzioni chiave che suggerisce, deve essere abbandonata; potenzialmente, ogni aspetto del pensiero marxista deve essere riesaminato a fondo per poter essere veramente utile». [18] Allo stesso modo, André Gorz, un’altra importante figura tra gli ecosocialisti della prima generazione, si spinge oltre e ammette esplicitamente che «il socialismo è morto». [19] Se la struttura generale del pensiero di Marx, come la sua teoria della lotta di classe, del valore e del socialismo, devono essere abbandonate perché «il socialismo è morto», diventa estremamente difficile immaginare perché coloro che si preoccupano seriamente delle attuali crisi ecologiche dovrebbero perdere tempo a leggere i testi “obsoleti” di Marx, quando sono necessarie azioni urgenti a livello mondiale. Rifiutando i pilastri della critica di Marx dell’economia politica, gli ecologisti della prima generazione negano l’intero significato della teorizzazione di Marx sul modo di produzione capitalistico.

Per non incorrere in questa valutazione negativa dell’eredità intellettuale di Marx, in questo libro dimostrerò che la critica ecologica di Marx possiede un carattere sistematico e costituisce un momento essenziale nella totalità del suo progetto del Capitale. E, non solo il pensiero di Marx è attento all’ecologia: la mia è una tesi ancora più forte. Sostengo che non è possibile comprendere tutta la portata della sua critica dell’economia politica se si ignora la sua dimensione ecologica. Per fondare questa affermazione, esplorerò la teoria del “valore” e della “reificazione” (Versachlichung) di Marx, perché queste categorie chiave rivelano come egli si occupasse effettivamente dell’intera natura, del mondo “materiale”, come luogo di resistenza contro il capitale, dove le contraddizioni del capitalismo si manifestano più chiaramente. In questo senso, l’ecologia di Marx non solo costituisce un elemento immanente al suo sistema economico e alla sua visione emancipatrice del socialismo, ma ci fornisce anche una delle impalcature metodologiche più utili per indagare le crisi ecologiche come contraddizione centrale dell’attuale sistema storico di produzione e riproduzione sociale. La “preziosa eredità” della teoria di Marx può essere pienamente apprezzata solo con la sua ecologia.

Certo, è importante ammettere che all’inizio Marx non fosse necessariamente “ecologico”, ma talvolta appariva “produttivista”. Solo dopo un lungo, laborioso e sofisticato processo di sviluppo della sua economia politica, durante il quale approfondì vari campi delle scienze naturali, Marx divenne pienamente consapevole della necessità di affrontare il problema del disastro ambientale come un limite imposto al processo di valorizzazione del capitale.

Eppure, è fondamentale riconoscere che un motivo ecologico fondamentale è già presente nei quaderni di Marx del 1844 (noti come Manoscritti economico-filosofici del 1844). Nel capitolo 1, mostro come Marx nel 1844 sta già affrontando il rapporto tra l’umanità e la natura come tema centrale della sua famosa teoria dell’alienazione. Marx vede la ragione dell’emergere della moderna vita alienata in una radicale dissoluzione dell’unità originaria tra uomo e natura. In altre parole, il capitalismo è fondamentalmente caratterizzato dall’alienazione della natura e da un distorto rapporto tra uomo e natura. Di conseguenza, egli concepisce l’idea emancipatrice di “umanesimo = naturalismo” come un progetto per ristabilire l’unità tra umanità e natura contro l’alienazione capitalistica.

Tuttavia, ne L’ideologia tedesca Marx riconosce l’inadeguatezza del suo progetto precedente, che oppone semplicemente un’“idea” filosofica alla realtà alienata. Come risultato della presa di distanza dallo schema filosofico di Ludwig Feuerbach, Marx arriva a esaminare il rapporto tra uomo e natura utilizzando il concetto fisiologico di “metabolismo” per criticare il degrado dell’ambiente naturale come manifestazione delle contraddizioni del capitalismo. Nel capitolo 2, ripercorro la formazione del concetto di metabolismo nella teoria di Marx. Marx lo utilizza per la prima volta nei trascurati Quaderni londinesi e lo elabora ancora meglio nei Grundrisse e nel Capitale. Il concetto di metabolismo gli permette non solo di comprendere le condizioni naturali universali trans-storiche della produzione umana, ma anche di indagare le loro radicali trasformazioni storiche radicali in seguito allo sviluppo del sistema di produzione moderno e alla crescita delle forze produttive. In altre parole, Marx esamina come le dinamiche storicamente specifiche della produzione capitalistica, mediate da categorie economiche reificate, costituiscano particolari modalità di prassi sociale dell’uomo nei confronti della natura, ossia l’imbrigliamento della natura ai bisogni della massima accumulazione di capitale – e come varie disarmonie e discrepanze nella natura debbano emergere da questa deformazione capitalistica del metabolismo universale della natura. Il contributo fondamentale di Marx nel campo dell’ecologia risiede nel suo esame dettagliato del rapporto tra uomo e natura nel capitalismo.

Per descrivere il carattere non ecologico dello specifico rapporto moderno dell’uomo con l’ambiente, nel capitolo 3 fornisco una ricostruzione sistematica dell’ecologia di Marx attraverso la sua teoria della “reificazione”, così come sviluppata nel Capitale. Mi concentro sulle dimensioni “materiali” (stofflich) del mondo come componenti essenziali della sua critica dell’economia politica, che viene spesso sottovalutata nelle discussioni precedenti sul Capitale. Il Capitale di Marx sviluppa sistematicamente le categorie formali pure del modo di produzione capitalistico, come “merce”, “valore” e “capitale”, rivelando il carattere specifico dei rapporti sociali di produzione capitalisticamente costituiti, che operano come forze economiche indipendenti dal controllo umano. In questo senso, in Germania, la «nuova lettura di Marx» (neue Marx-Lektüre), avviata da Helmut Reichelt e Hans-Georg Backhaus, e ora proposta con maggiore profondità e rigore da Michael Heinrich, Ingo Elbe e Werner Bonefeld, ha reinterpretato in modo convincente la critica di Marx dell’economia politica classica come una critica rivolta contro una comprensione feticistica (cioè astorica) delle categorie economiche, che identifica le caratteristiche della società capitalistica con le leggi economiche universali e trans-storiche della natura. [20] Marx, al contrario, comprende quelle categorie economiche come «forme sociali specifiche» e rivela i rapporti sociali sottostanti che conferiscono una validità oggettiva a questo mondo capovolto in cui le cose economiche dominano gli esseri umani. [21] La critica di Marx non può essere ridotta, tuttavia, ad una semplice ricostruzione categoriale della totalità storicamente costituita della società capitalistica, perché un approccio di questo tipo non può spiegare adeguatamente perché egli abbia studiato così intensamente le scienze naturali. In effetti, la «nuova lettura di Marx» tace su questo tema.

Al contrario, in questo libro sottolineo che il metodo pratico e critico del materialismo di Marx in realtà va oltre questo tipo di analisi della “forma” e si occupa dell’interrelazione tra le forme economiche e il mondo materiale concreto, che è strettamente correlata alle dimensioni ecologiche. Nella misura in cui l’analisi di Marx considera la distruzione della natura da parte del capitalismo come una manifestazione della discrepanza derivante dalla trasformazione capitalistica formale della natura, diventa possibile, dopo aver esaminato le categorie economiche formali in stretto rapporto con dimensioni fisiche e materiali della natura, rivelare sistematicamente la critica di Marx al capitalismo. Quindi sostengo che “materiale” (Stoff) sia una categoria centrale nel progetto critico di Marx. Non si tratta di un punto secondario. Se non si comprende correttamente il carattere sistematico dell’ecologia di Marx nel Capitale, le sue osservazioni sulla natura e sulla sua distruzione da parte del capitalismo appaiono solo sporadiche e devianti, senza offrire una critica completa dell’odierna distruzione dell’ambiente da parte del capitalismo. Tuttavia, se è possibile concepire correttamente il ruolo del “materiale” nel suo rapporto con le “forme” economiche, l’ecologia di Marx si rivela non solo una componente immanente al suo sistema, ma anche un utile fondamento metodologico per analizzare l’attuale crisi ecologica mondiale.

In questo contesto, è importante aggiungere che, anche se intendo presentare un’interpretazione sistematica dell’ecologia di Marx rispetto agli ecosocialisti della prima generazione, Marx non fu in grado di completare il proprio sistema di economia politica durante la sua vita. Il secondo e terzo libro del Capitale furono curati da Friedrich Engels dopo la morte di Marx e pubblicati rispettivamente nel 1885 e nel 1894. Poiché il sistema di Marx è rimasto incompiuto, la sua completa ricostruzione è un compito impegnativo, che potrebbe essere un’impresa impossibile. Tuttavia, ciò implica che ogni tentativo di ricostruzione potrebbe inevitabilmente rivelarsi vano e improduttivo. Negli ultimi anni l’edizione storica e criticamente completa delle opere di Marx ed Engels continua a pubblicare un gran numero di nuovi materiali rimasti sconosciuti anche a più di cento anni dalla morte di Marx. Essi contengono passi capaci di fornirci parecchie informazioni che documentano i suoi lunghi sforzi per portare a termine il progetto del Capitale. In particolare, tutti gli otto manoscritti originali del secondo libro del Capitale sono stati pubblicati nella seconda sezione della MEGA2 nel 2012, così che ora, invece di leggere un miscuglio di manoscritti messi insieme da Engels, possiamo vedere più chiaramente come la teoria di Marx sulla circolazione del capitale fosse stata sviluppata fino all’ultimo momento della sua vita. È disponibile anche il manoscritto originale del terzo libro e un attento confronto rivela importanti differenze tra Marx ed Engels. [22]

Inoltre, l’importanza del progetto MEGA va oltre il chiarimento delle idee di Marx rispetto a quelle di Engels. La quarta sezione delle nuove opere complete pubblicherà gli estratti, i promemoria e i commenti di Marx contenuti nei suoi quaderni personali. Questi materiali sono di grande importanza per il presente progetto. Nella misura in cui Marx non fu in grado di elaborare ciò che aveva pubblicato durante la sua vita e la sua opera principale, Il Capitale, è rimasta incompiuta, gli estratti dei suoi quaderni diventano ancora più importanti. Questi sono spesso l’unica fonte che ci permette di tracciare lo sviluppo teorico di Marx dopo il 1868, dal momento che non pubblicò molto dopo l’uscita del primo libro del Capitale. È interessante notare che negli ultimi quindici anni della sua vita Marx produsse un terzo dei suoi quaderni. Inoltre, la metà di questi si occupa di scienze naturali, come biologia, chimica, botanica, geologia e mineralogia, la cui portata è sorprendentemente ampia. [23] Tuttavia, nonostante gli sforzi esaustivi, Marx non fu in grado di integrare la maggior parte delle sue ultime ricerche nel campo delle scienze naturali nella sua critica dell’economia politica, per cui l’importanza di questo lavoro è stata trascurata per più di un secolo. Tuttavia, analizzando attentamente questi quaderni in relazione al Capitale, essi si rivelano una preziosa fonte originale che consente agli studiosi di vedere l’ecologia di Marx come una parte fondamentale della sua critica dell’economia politica. Ritengo che Marx avrebbe sottolineato con maggiore forza il problema della crisi ecologica come contraddizione centrale del modo di produzione capitalistico se avesse potuto completare il secondo e terzo libro del Capitale. [24]

È deplorevole che gli studiosi marxisti abbiano trascurato i quaderni di Marx per così tanto tempo. Questo è accaduto sin dall’inizio, quando David Riazanov (1870-1938), l’eminente filologo marxista e direttore dell’Istituto Marx-Engels di Mosca, stabilì il piano di pubblicazione della vecchia Marx-Engels Gesamtausgabe (MEGA1). Sicuramente riconobbe che «i circa duecentocinquanta quaderni di estratti che si sono conservati … costituiscono certamente una fonte molto importante per lo studio del marxismo in generale e per un bilancio critico delle singole opere di Marx in particolare». [25] Nonostante questa affermazione, il suo progetto prevedeva solo una pubblicazione parziale dei quaderni di Marx senza una sezione indipendente per gli estratti. In altre parole, Riazanov non riconosceva molto valore ai quaderni; riteneva effettivamente che la maggior parte di essi fosse una «semplice» copiatura di passi di libri e articoli e che quindi potessero essere utili solo per i «biografi di Marx». [26]

Nel 1930, Benedikt Kautsky criticò la decisione di Riazanov di pubblicare parzialmente i quaderni, sostenendo che «gli estratti degli estratti non sarebbero serviti a nulla». [27] Inoltre, Paul Weller, un collega di Riazanov all’Istituto Marx-Engels e altro editore di grande talento della MEGA, in seguito suggerì di creare un’ulteriore sezione indipendente della MEGA1 in quindici volumi, per i quaderni di studio di Marx ed Engels. Questo suggerimento purtroppo non fu realizzato a causa del terrore staliniano e dell’interruzione del primo progetto della MEGA. Riazanov fu arrestato nel 1937 e giustiziato l’anno successivo, mentre Paul Weller, che era sopravvissuto al grande terrore e aveva persino terminato di curare l’edizione dei Grundrisse, morì in guerra subito dopo l’apertura del fronte orientale. Molto più tardi, l’intuizione di Weller, secondo cui i quaderni di Marx documentavano con precisione il suo processo di ricerca, si è rivelata giusta, pertanto il comitato editoriale del secondo progetto MEGA ha deciso di seguire il suo suggerimento e di pubblicare interamente gli estratti di Marx ed Engels, ora in trentadue volumi.

Così, Hans-Peter Harstick, che negli anni ‘70 ha curato i quaderni etnologici di Marx, aveva ragione quando, durante una conferenza tenutasi nel marzo 1992 ad Aix-en-Provence, sottolineava l’importanza della quarta sezione della MEGA: «Il gruppo di fonti costituito da estratti, note bibliografiche e commenti marginali costituisce una base materiale del mondo intellettuale e delle opere di Marx ed Engels, e per la ricerca e il lavoro editoriale di Marx ed Engels esso è la chiave che apre le porte del laboratorio intellettuale di entrambi gli autori e offre così l’accesso al contesto storico dell’epoca di Marx ed Engels durante la ricostruzione congeniale dei redattori». [28] Tutti i ricercatori che si sono occupati in precedenza della MEGA concordano con l’affermazione di Harstick. Martin Hundt, un altro redattore della MEGA, ha osservato che la quarta sezione è «molto interessante» perché i quaderni che presentano cambiamenti nell’ordine delle frasi originali, abbreviazioni e linee marginali offrono una serie di indizi su ciò a cui Marx era interessato e su ciò che stava cercando di criticare o imparare. [29] Tuttavia, se c’è un punto debole nell’attuale ricerca sulle opere di Marx, vent’anni dopo le osservazioni di Harstick, è la costante tendenza a trascurare i suoi quaderni. [30] È urgente cambiare questa situazione, al fine di dimostrare al pubblico l’importanza inestimabile di proseguire il progetto MEGA. [31]

Attraverso la ricostruzione del processo di lavoro di Marx documentato nei suoi quaderni di scienze naturali, sarà ora possibile vedere come l’ecologia abbia costantemente acquisito un’importanza sempre maggiore nel suo progetto. Lungo la strada, egli abbandonò consapevolmente la sua precedente valutazione ottimistica del potenziale emancipatorio del capitalismo. Come già notato, il materialismo storico di Marx è stato ripetutamente criticato per i suoi ingenui presupposti tecnocratici. Una lettura attenta dei suoi quaderni, tuttavia, rivela che Marx in realtà non concepisse una visione utopica del futuro socialista basata sull’aumento infinito delle forze produttive e sulla libera manipolazione della natura. Al contrario, riconobbe seriamente i limiti naturali, trattando il complesso e intenso rapporto tra capitale e natura come una contraddizione centrale del capitalismo. Infatti, durante la preparazione della teoria della rendita fondiaria nel Capitale, lesse avidamente vari libri di scienze naturali, in particolare la Chimica agraria di Justus von Liebig, che gli fornì una nuova base scientifica per la sua critica della «legge dei rendimenti decrescenti» di Ricardo. Nel Capitale Marx giunse così a prevedere una regolazione consapevole e sostenibile del metabolismo fra uomo e natura come compito essenziale del socialismo; argomento di cui parlo nel capitolo 4.

In questo contesto, è essenziale sottolineare che i quaderni di Marx devono essere analizzati in stretta connessione con la formazione della sua critica dell’economia politica piuttosto che come un grandioso progetto materialista di spiegazione dell’universo. In altre parole, il significato dei quaderni non può essere ridotto alla sua ricerca di una visione scientifica del mondo. La letteratura precedente spesso sostiene che, attraverso le nuove scoperte delle scienze naturali, Marx seguisse la tradizione classica della filosofia della natura di Hegel e Schelling, cercando di individuare le leggi universali che spiegano materialisticamente tutti i fenomeni all’interno della totalità del mondo. [32] Al contrario, io esamino la ricerca di Marx nel campo delle scienze naturali indipendentemente da qualsiasi visione totalizzante del mondo, e piuttosto in stretta relazione con il suo progetto incompiuto di economia politica. [33] Per adempiere a questo compito, l’ecologia di Marx è ancora più importante, perché è proprio nella sua critica ecologica del capitalismo che egli impiegò le nuove scoperte delle scienze naturali per analizzare le modificazioni distruttive apportate al mondo materiale da parte della logica reificata del capitale.

Come affermo nel capitolo 5, la ricezione da parte di Marx della teoria di Liebig nel 1865-66 lo portò ad abbandonare consapevolmente ogni riduzionistico modello prometeico di sviluppo sociale e a fondare una teoria critica convergente con la sua visione di uno sviluppo umano sostenibile. Rispetto ai Quaderni londinesi degli anni ’50, in cui l’ottimismo di Marx trascurava il problema dell’esaurimento del suolo nell’agricoltura moderna, i suoi quaderni del 1865-66 dimostrano chiaramente come la lettura di vari scienziati ed economisti, come Justus von Liebig, James F. W. Johnston e Léonce de Lavergne lo avesse aiutato a sviluppare una critica più sofisticata dell’agricoltura moderna. Di conseguenza, Marx iniziò ad analizzare le contraddizioni della produzione capitalistica come un’alterazione globale del metabolismo naturale e sociale. La critica di Marx a Ricardo, come si vede specialmente nella Questione irlandese, mostra più chiaramente come il suo ricorso alle scienze naturali non gli servisse semplicemente a fondare la sua teoria della rendita fondiaria, ma aveva anche lo scopo di preparare le basi per la sua analisi dell’imperialismo ecologico.

Eppure Marx nella sua critica del capitalismo non assolutizzò il ruolo della Chimica agraria di Liebig, nonostante l’evidente importanza della teoria del metabolismo di Liebig. Nel capitolo 6 spiego perché, nel 1868, cioè subito dopo la pubblicazione del primo libro del Capitale (1867), Marx si dedicasse, e con maggiore impegno, allo studio di altri testi di scienze naturali. In particolare, in questo periodo lesse una serie di libri molto critici nei confronti della teoria di Liebig sull’esaurimento del suolo. Dopo qualche tempo, Marx ridimensionò la sua valutazione della teoria di Liebig e sostenne ancora più appassionatamente la necessità per una società post-capitalista di realizzare un rapporto razionale con la natura. La figura importante in questo contesto è quella di un agronomo tedesco, Carl Fraas, che fu critico nei confronti di Leibig. Nella ricerca storica di Fraas, Marx trovò addirittura una «tendenza socialista inconscia». Anche se Marx non fu in grado di integrare pienamente il suo nuovo apprezzamento di Fraas nel Capitale, i suoi estratti da Fraas documentano quale significato crescente le scienze naturali acquisissero per il suo progetto economico. In questo senso, l’anno 1868 segna l’inizio di un nuovo periodo per la sua critica dell’economia politica, che ha ora una portata molto più ampia di prima. Sfortunatamente, ciò ha reso ulteriormente difficile il completamento della sua critica.

Nonostante sia rimasta incompiuta, l’economia politica di Marx ci consente di comprendere la crisi ecologica come una contraddizione del capitalismo, poiché descrive la dinamica immanente al sistema capitalistico, secondo cui la spinta illimitata del capitale alla valorizzazione erode le sue stesse condizioni materiali e finisce per confrontarsi con i limiti della natura. A questo proposito è importante capire che fare riferimento ai limiti della natura non significa che la natura eserciterebbe automaticamente la sua “vendetta” contro il capitalismo, ponendo fine al regime del capitale. Al contrario, è effettivamente possibile per il capitalismo trarre profitto dall’estrazione spietata a tempo indeterminato delle ricchezze naturali, distruggendo l’ambiente naturale fino al punto da rendere gran parte della terra inadatta alla vita umana. [34] Nella teoria del metabolismo di Marx, la natura possiede comunque un’importante posizione nella resistenza contro il capitale, perché quest’ultimo non può arbitrariamente sussumere la natura in vista della sua massima valorizzazione. Infatti, cercando di sussumere la natura, il capitale non può fare a meno di distruggere, a livello sempre crescente, le condizioni materiali fondamentali per il libero sviluppo umano. Marx vide in questa distruzione irrazionale dell’ambiente e nella relativa esperienza di alienazione creata dal capitale un’opportunità per costruire una nuova soggettività rivoluzionaria che avrebbe consapevolmente mirato a una radicale trasformazione del modo di produzione tanto da consentire uno sviluppo umano libero e sostenibile. In questo senso, l’ecologia di Marx non è né deterministica né apocalittica. Piuttosto, la sua teoria del metabolismo sottolinea l’importanza strategica di limitare il potere reificato del capitale e di trasformare il rapporto uomo-natura in modo da garantire un metabolismo sociale più sostenibile. Sta qui il punto d’intersezione tra il progetto “rosso” e quello “verde” nel XXI secolo, sul quale la teoria di Marx ha ancora molto da offrire.


Note

[1] John Passmore, Man’s Responsibility for Nature: Ecological Problems and Western Traditions, New York, Scribner, 1974, p. 185.

[2] Anthony Giddens, A Contemporary Critique of Historical Materialism, vol. 1: Power, Property and the State, Berkeley, University of California Press, 1981, p. 60. Sebbene totalmente trascurato da Giddens e altri, è degno di nota il fatto che esiste in realtà una ricca tradizione marxista classica che, negli anni ’60 e ’70, ha integrato il pensiero ecologico nella sua critica al capitalismo. Tra gli studiosi di questa tradizione troviamo Shigeto Tsuru, Paul Sweezy, Herbert Marcuse, Raymond Williams, and István Mészáros. Per maggiori dettagli, si veda John Bellamy Foster and Paul Burkett, Marx and the Earth: An Anti-Critique, Leiden, Brill, 2016, p. 2.

[3] Una visione stereotipata si può trovare, ad esempio, nel riassunto di Alexander Gillespie: «Il marxismo tradizionale implicava la realizzazione del “produttivismo” e come può essere applicato per soddisfare i bisogni di tutti, e non solo delle classi dirigenti. Questa tendenza è continuata fino alle moderne dottrine del socialismo. Pertanto, si sostiene ancora che la piena mobilitazione delle moderne forze produttive è necessaria prima che il socialismo possa essere creato. Questa percezione suggerisce che “c’è poca crescita” e gli eventuali limiti che si verificano rappresentano questioni politiche e sociali, non ecologiche». Alexander Gillespie, The Illusion of Progress: Unsustainable Development in International Law and Policy, New York, Earthscan Publications, 2001, p. 16, corsivo nell’originale.

[4] Thomas Petersen e Malte Faber, Karl Marx und die Philosophie der Wirtschaft, Freiburg, Karl Alber, 2014, p. 139.

[5] Rolf P. Sieferle, Karl Marx zur Einführung, Hamburg, Junius, 2011, p. 215.

[6] Hans Immler e Wolfdietrich Schmied-Kowarzik, Marx und die Naturfrage: Ein Wissenschaftsstreit, Kassel, Kassel University Press, 2011, p. 36.

[7] Ibid., 12.

[8] Paul Burkett, Marx and Nature: A Red and Green Perspective, New York, Palgrave, 1999; John Bellamy Foster, Marx’s Ecology: Materialism and Nature, New York, Monthly Review Press, 2000.

[9] Paul Burkett, Marx’s Vision of Sustainable Human Development, «Monthly Review» 57/5, Ottobre 2005, pp. 34-62, 34.

[10] John Bellamy Foster, Paul Burkett’s Marx and Nature Fifteen Years After, «Monthly Review» 66/7, Dicembre 2014, pp. 56-62, 56. Si veda anche John Bellamy Foster, The Ecological Revolution: Making Peace with the Planet, New York, Monthly Review Press p. 268, Note alle pag. 11-15, 2009; John Bellamy Foster, Brett Clark e Richard York, The Ecological Rift: Capitalism’s War on the Earth, New York, Monthly Review Press, 2010.

[11] Ariel Salleh, Ecofeminism as Politics: Nature, Marx and the Postmodern, Londra, Zed, 1997; Del Weston, The Political Economy of Global Warming: The Terminal Crisis, Londra, Routledge, 2014; Stefano B. Longo, Rebecca Clausen e Brett Clark, The Tragedy of the Commodity: Oceans, Fisheries, and Aquaculture, New Brunswick, N.J., Rutgers University Press, 2015; Brett Clark e Ricard York, Carbon Metabolism: Global Capitalism, Climate Change, and Biospheric Rift, «Theory and Society» 34/4, Luglio 2005, pp. 391-428; Rebecca Clausen and Brett Clark, The Metabolic Rift and Marin Ecology, «Organization & Environment» 18/4, Dicembre 2005, pp. 422-44; Stefano B. Longo, Mediterranean Rift, «Critical Sociology» 38/3, Maggio 2012, pp. 417-36; John Bellamy Foster e Brett Clark, Ecological Imperialism: The Curse of Capitalism, in Leo Panitch e Colin Leys (a cura di), Socialist Register 2004: The New Imperial Challenge, New York, Monthly Review Press, 2004, pp. 186-201.

[12] Naomi Klein, This Changes Everything: Capitalism vs. the Climate, New York, Simon and Schuster, 2014, p. 177.

[13] Le principali opere degli “ecosocialisti della prima generazione” che hanno contribuito a fare del produttivismo di Marx uno stereotipo sono Ted Benton, Marxism and Natural Limits, «New Left Review» 178, Nov.-Dic. 1989, pp. 51-86; André Gorz, Capitalism, Socialism, Ecology, Londrea, Verso, 1994; Michael Löwy, For a Critical Marxism, «Against the Current» 12/5, Nov.-Dic. 1998, pp. 33-34; James O’Connor, Natural Causes: Essays in Ecological Marxism, New York, Guilford, 1998; Alain Lipietz, Political Ecology and the Future of Marxism, «Capitalism Nature Socialism» 11/1, Marzo 2000, pp. 69-85. Per una critica generale, si veda anche J. B. Foster, Paul Burkett’s Marx and Nature Fifteen Years After, op. cit., pp. 57-58.

[14] Joel Kovel, The Enemy of Nature: The End of Capitalism or the End of the World?, Londra, Zed Books, 2002, p. 232; Salvatore Engel-Di Mauro, Ecology, Soils, and the Left: An Eco-Social Approach, New York, Palgrave, 2014, pp. 136-42.

[15] Daniel Tanuro, Green Capitalism: Why It Can’t Work, Londra, Fernwood Publishing, 2013, pp. 138-39. Foster e Burkett hanno recentemente fornito una convincente “anticritica”. Si veda Foster e Burkett, Marx and the Earth, pp. 15-25.

[16] Jason W. Moore, Capitalism in the Web of Life. Ecology and the Accumulation of Capital, Londra, Verso, 2015, p. 80; Toward a Singular Metabolism. Epistemic Rifts and Environment-Making in the Capitalist World-Ecology, «New Geographies» 6, 2014, pp. 10-19, 13.

[17] Hubert Laitko, Marx’ theoretisches Erbe und die Idee der nachhaltigen Entwicklung, in Beiträge zur Marx-Engels-Forschung Neue Folge, 2006, Karl Marx und die Naturwissenschaften im 19 Jahrhundert, Amburgo, Argument Verlag, 2006, pp. 63-81, 65.

[18] Lipietz, Political Ecology and the Future of Marxism, op. cit., p. 74.

[19] A. Gorz, Capitalism, Socialism, Ecology, op. cit., vii.

[20] Helmut Reichelt, Zur logischen Struktur des Kapitalbegriffs bei Karl Marx, Friburgo, Europäische Verragsanstalt, 1970; Hans-Georg Backhaus, Dialektik der Wertform: Untersuchungen zur marxschen Ökonomie, Friburgo, Ca ira, 1997; Michael Heinrich, Wissenschaft vom Wert: Die Marxsche Kritik der politischen Ökonomie, Münster, Verlag Westfälisches Dampfboot, 1999; Ingo Elbe, Marx im Westen: Die neue Marx-Lektüre in der Bundesrepublik seit, 1965, Berlin, Akademie Verlag, 2010; Werner Bonefeld, Critical Theory and the Critique of Political Economy: On Subversion and Negative Reason, New York, Bloomsbury, 2014.

[21] Helmut Brentel, Soziale Form und ökonomisches Objekt: Studien zum Gegenstands, Note alle pp. 15-17, 269 e Methodenverständnis der Kritik der politischen Ökonomie, Opladen, Westdeutscher Verlag, 1989, p. 13; Ingo Elbe, Soziale Form und Geschichte. Der Gegenstand des Kapital aus der Perspektive neuerer Marx-Lektüren, «Deutsche Zeitschrift für Philosophie» 58/2, Aprile 2010, pp. 221-40, 228.

[22] Sebbene non sia disponibile in inglese, Teinosuke Otani nei suoi quattro volumi Marx’s Theory of Interest-Bearing Capital, Tokyo, Sakurai Shoten, 2016, ha condotto un confronto sorprendentemente attento tra la Sezione 5 del manoscritto originale di Marx e la Parte 5 dell’edizione curata da Engels sul Capitale produttivo d’interesse. Traduco qui alcuni esempi delle sue scoperte dal suo recente discorso dopo aver ricevuto un Distinguished Achievement Award of World Political Economy of the 21st Century from the World Association for Political Economy: « Tra l’altro, nei capitoli 25 e 27 dell’edizione Engels, alcune frasi sono state ripetutamente citate come spunto per la comprensione del compito e della struttura teorica della sezione 5 del manoscritto originale di Marx. Tuttavia, Engels ne modificò alcune in modo significativo, cambiandone anche il significato originario. Per ora sarebbero sufficienti due esempi. In primo luogo, all’inizio della Sezione 5, Credito e capitale fittizio, Marx scrive: «Non rientra nell’ambito del nostro piano fornire un’analisi del sistema creditizio e degli strumenti che esso crea, come denaro di credito, ecc.». Engels ha cambiato il termine «analisi» con «analisi dettagliata». Scrivendo «il nostro piano», Marx si riferisce all’intero piano del Capitale come a un’«analisi generale del capitale», quindi intende che un’«analisi del sistema creditizio» esula dall’ambito del Capitale. Ma Engels, aggiungendo l’aggettivo «dettagliato», ha cambiato il significato in modo tale che un’«analisi del sistema creditizio» sia effettivamente inclusa nel Capitale, sebbene non dettagliata. In effetti, molti hanno più volte fatto riferimento a questa frase per sostenere che Marx tratta il problema del sistema creditizio nella Parte 5. In secondo luogo, verso la fine del capitolo 27, Marx scrive di ciò che analizzerà: «Passiamo ora a considerare il capitale fruttifero in quanto tale». E aggiunge fra parentesi: «Gli effetti su questo del sistema creditizio e della forma che esso assume». Engels cambiò la parte «Passiamo ora a considerare il capitale fruttifero in quanto tale» con «Nel capitolo successivo discuteremo del credito in rapporto al capitale fruttifero in quanto tale». Qual è qui l’oggetto dell’analisi? Secondo Marx, è «fruttifero in quanto tale», ma secondo Engels è «credito». Inoltre, Marx ha messo tra parentesi «Gli effetti su questo sistema creditizio e della forma che esso assume», ma Engels lo ha cambiato in «Entrambi effetto del credito sul capitale fruttifero e la forma che il credito assume a questo riguardo». Vale a dire, Marx intendeva analizzare il «capitale fruttifero», ma Engels cambiò l’oggetto dell’analisi in «credito». Con la modifica di Engels, l’affermazione di Marx è stata completamente ribaltata dall’analisi del «capitale fruttifero in quanto tale» nella sua relazione con il sistema creditizio all’analisi del «credito», cioè il sistema creditizio nella sua relazione con il capitale fruttifero. Anche questa frase è stata spesso citata come un luogo in cui Marx afferma esplicitamente che i passi seguenti trattano del sistema creditizio. Perché Engels ha apportato tali modifiche che ne modificano i significati? L’unico motivo possibile è che era erroneamente convinto che il capitolo 25 e i capitoli seguenti trattassero del credito o del sistema creditizio, modificando le frasi secondo questa idea.

[23] Richard Sperl, Der Beitrag von Anneliese Griese zur historisch-kritischen Edition der naturwissenschaftlichen Manuskripte von Marx und Engels, in Beiträge zur Marx-Engels-Forschung: Neue Folge 2006, Amburgo, Argument Verlag, 2006, pp. 10-25, 15. È vero che il peggioramento della sua salute ha impedito a Marx di scrivere Il capitale, e quindi ha trascorso più tempo a leggere libri. Tuttavia, questo fatto da solo non spiega perché abbia letto così tanti libri di scienze naturali.

[24] Burkett e Foster fanno riferimento ai quaderni di Marx per sottolineare il suo serio impegno nei confronti dell’ecologia. Tuttavia, non si dedicano direttamente ad essi. Di conseguenza, la loro cronologia e la loro connessione interna non sono distinguibili. Si veda Paul Burkett e John Bellamy Foster, The Podolinsky Myth: An Obituary Introduction to “Human Labour and Unity of Force” by Sergei Podolinsky, «Historical Materialism» 16/1, 2008 pp. 115-61.

[25] Cit. in Richard Sperl, Edition auf dem hohen Niveau: Zu den Grundsätzen der Marx-Engels-Gesamtausgabe, Amburgo, Argument Verlag, 2000, pp. 68-69.

[26] David Riazanov, Neueste Mitteilungen über den literarischen Nachlaß von Karl Marx und Friedrich Engels, «Archiv für die Geschichte des Sozialismus und der Arbeiterbewegung», 11, 1925, pp. 385-400, 392, 399.

[27] Benedikt Kautsky, Die Marx-Engels-Gesamtausgabe, «Die Gesellschaft» 7/2, 1930, pp. 260-70, 261-62.

[28] Karl Marx e Friedrich Engels, Gesamtausgabe, Sezione IV, vol. 32, Berlin, De Gruyter, 1976), p. 21, corsivo nell’originale. Quando cito dal Marx-Engels-Gesamtausgabe, userò l’acronimo MEGA2 seguito dai numeri di sezione e volume e poi dal numero di pagina (es. MEGA2 IV/32, p. 21 in questo caso).

[29] Martin Hundt, Der Fortgang der MEGA und einige aktuelle Debatten um Marx’ Werk, «Z. Zeitschrift Marxistische Erneuerung» 85, Marzo 2011, pp. 105-21, 116.

[30] Solo l’introduzione di Annelise Griese a MEGA2 volumi IV/26 e IV/31 e quella di Carl-Erich Vollgraf a MEGA2 volume II/4.3 esaminano in dettaglio i quaderni di scienze naturali di Marx. Di altra letteratura sui quaderni di Marx in generale ce n’è poca: Fred E. Schrader, Revolution und Restauration: Die Vorbereiten zum Capital von Karl Marx in seinen Studienheften 1850-1858, Hildesheim, Gerstenberg, 1980; Kevin Anderson, Marx at the Margins: Nationalism, Ethnicity, and Non-Western Societies, 2° ed. riv., Chicago, University of Chicago Press, 2016; Kolja Lindner, Marx’s Eurocentrism. Postcolonialism Studies and Marx Scholarship, «Radical Philosophy» 161, Maggio-Giugno 2010, pp. 27-41.

[31] Per quanto riguarda l’ecologia, Foster e Burkett non vedono nessuna differenza significativa tra Marx ed Engels. Tuttavia, mi concentrerò solo sull’ecologia di Marx senza prendere in considerazione quella di Engels.

[32] Si veda anche Hans Jörg Sandkühler, Wissenschaftliches Weltbild als naturalisierte Philosophie. Der Theorietypus Marx und die epistemologische Bedeutung der Naturwissenschaften im Marxschen Werk Teil 1, in AG Marx-Engels-Forschung, Naturwissenschaften und Produktivkräfte bei Marx und Engels. Marx Engels-Forschung heute 3, Francoforte sul Meno, IMSF, 1991, pp. 11-23, 22; Manfred Kliem, Karl Marx: Dokumente seines Lebens 1818 bis 1883, Lipsia, Reclam, 1970, p. 482.

[33] Carl-Erich Vollgraf, Marx auf Flucht vor dem Kapital?, in Beiträge zur Marx-Engels-Forschung, Neue Folge, 1994, Quellen und Grenzen von Marx’ Wissenschaftsverständnis, Amburgo, Argument, 1994, pp. 89-93, 92.

[34] Paul Burkett, Marxism and Ecological Economics: Toward a Red and Green Political Economy, Chicago, Haymarket Books, 2009, p. 136.



Kohei Saito


Traduzione di Alessandro CocuzzaRedazione di Antropocene.org

Fonte: Karl Marx’s Ecosocialism. Capital, Nature, and the Unfinished Critique of Political Economy, Kohei Saito, Monthly Review Press, 2017, pp. 8 – 20.

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