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Kurdistan: dietro le barricate (3). Le strade di Cizre, città che non si piega

Ce lo aveva detto Mehmet, un compagno dell’Hdp della città, durante un’intervista nella sede del partito crivellata di proiettili: “Durante il coprifuoco di settembre il governo è venuto per uccidere. Molte persone sono partite durante le violenze e le esecuzioni sommarie: obiettivo del governo è svuotare la città in vista delle elezioni, smembrare e intimidire l’elettorato, ma questo è impossibile: la gente voterà a qualunque costo”. In effetti, il primo novembre, l’affluenza a Cizre è stata alta e l’Hdp ha ottenuto, in tutta la provincia di Sirnak, in cui si trova Cizre, l’83.7% dei voti. È stata, assieme ad Hakkari, Van e Diyarbakir, la provincia che maggiormente ha contribuito al rinnovato successo dell’Hdp, se si considera che, per la seconda volta nella storia turca dopo il 7 giugno, un partito esplicitamente filo-curdo è rappresentato in parlamento rappresentando un elettore su dieci di tutta la Turchia.

Questo risultato è costato caro. Dopo la sconfitta di giugno, in cui gli ultranazionalisti avevano impedito a Erdogan, con il loro 16%, di avere la maggioranza assoluta, il presidente ha attaccato prima i partigiani curdi del Pkk sulle montagne, poi le popolazioni dei quartieri autogestiti: voleva impedire che l’Hdp superasse nuovamente la soglia di sbarramento. Cizre ha rappresentato l’apice di questo attacco. Tra il 4 e il 12 settembre l’intera città è stata posta sotto coprifuoco e assedio, con cecchini pronti a sparare su chiunque si affacciasse fuori dalla propria casa. Alla fine ventuno persone hanno perso la vita, molte delle quali morte dissanguate in strada a causa dell’impossibilità, per i familiari e i vicini di casa, di soccorrerle – oppure colpite mentre tentavano di avvicinarsi ai corpi agonizzanti per trarli in salvo. Molta impressione ha destato l’episodio di una madre che non ha potuto curare la figlia morente, e poi ha dovuto conservare il corpicino nel frigorifero per sette giorni, fino alla fine del coprifuoco.

Durante quei terribili otto giorni la città è stata isolata anche dal punto di vista dei medicinali e del cibo. Una delegazione di trenta parlamentari dell’Hdp, guidata dal candidato premier Salahittin Demirtas, è stata bloccata ai confini della città dall’esercito. Soltanto con la sospensione del coprifuoco, il 12 settembre, le comunicazioni sono state formalmente riaperte, benché né i treni né gli autobus viaggiassero da o per Cizre, ragion per cui una delegazione internazionale di avvocati ha potuto fare ingresso soltanto dopo una lunga marcia di trenta chilometri a piedi. L’assedio di Cizre è stato squisitamente politico. L’Hdp ha sostenuto che la popolazione è stata punita per aver dato oltre l’80% dei consensi al partito il 7 giugno; ma c’è di più: “Cizre è una città storica e una capitale culturale fin dall’antichità. Un luogo simbolico per i curdi che l’hanno sempre abitata, ma anche per lo stato turco”.

Cizre paga anche una storia decennale di resistenze e di lotta: è una città indomabile, che negli anni ha vissuto distruzioni e massacri. Non appena arrivati, ci accolgono alcuni ragazzi del posto che, dopo aver fatto rifornimento di tabacco e alcolici, ci conducono in una casa che hanno occupato, dopo che è stata abbandonata per tutti gli attacchi patiti negli ultimi mesi. “Siamo compagni” dice uno di loro. “Io amo leggere Ocalan, ma anche Marx e Murray Bookchin”. Tra chi è appassionato di sport e chi di cinema, tra chi è marxista e chi fervente musulmano, i loro dialoghi sconfinano facilmente tra lo scherzo e le discussioni accese sul calcio internazionale e sulla situazione politica, sull’ateismo e sulla religione, arrivando ad accostare come punti di riferimento Stalin, Gramsci e il libertario Murray Bookchin.

Il mattino seguente ci portano a vedere i quartieri autodifesi: ovunque le strade sono barricate con sacchi di sabbia, creando uno scenario da Prima Guerra Mondiale. Non mancano anche a qui, come a Silvan, le trincee, e dietro le barricate campeggiano i drappi colorati dell’Hdp o quelli con il volto di Ocalan. Ci mostrano una mina: se le forze speciali arriveranno, qualcuno la farà saltare. È ciò che è successo in queste ore altrove, dove il governo ha attaccato i quartieri autodifesi, come a Yuselkova, nella vicina provincia di Hakkari, sul confine con l’Iran. Un nugolo di bambini ci viene incontro seguito da un ragazzo con il passamontagna, armato. Vuole sapere chi siamo, cosa facciamo lì; scambia alcune battute con i nostri amici. Gli chiediamo perché presidia le barricate, qual è il significato di questa autodifesa per lui. “Durante il coprifuoco le forze speciali hanno ucciso dei bambini. Siamo qui per proteggere la gente. Se non ci fossimo stati noi avrebbero ucciso 160-200 persone. Sono venuti per ammazzarci”.

La rivendicazione che questo compagno si sente di mandare al mondo è semplice: “Anche i curdi devono essere liberi”. Sui muri le scritte in rosso riecheggiano i nomi delle tante sigle della resistenza: Pkk, Hpg, Ypg, Ydg-H. Due nomi svettano su tutti: quello di una città, Kobane (siamo a un quarto d’ora in auto dal confine siriano e dal Rojava) e quello di una persona, “Apo” Abdullah Ocalan, ritratto in alcuni murales accanto ai martiri del Pkk della prima ora, benché lui sia vivo e vegeto, sebbene detenuto in isolamento nella prigione di Imrali. La città intera si identifica con il movimento fondato dal “Sorok”, il “comandante” come lo chiamano in molti. In effetti, condurre un’operazione contro il Pkk e contro la popolazione civile, qui, sembra la stessa cosa: tutti amano il partito armato e ciò che rappresenta.

Impressionante è il numero dei bambini che sono per strada: sembrano spostarsi come veri e propri stormi da una via all’altra. Uno di loro corre verso di noi in preda a un’enorme eccitazione e, ridendo, chiede di essere fotografato di fianco a una scritta: “Mektep Boykot”. Chiediamo a una ragazza cosa significhi: “Boycott Schools”, dice. Una famiglia ci accoglie nella casa i cui muri sono stati gravemente danneggiati dalle armi pesanti delle forze speciali, e ci offre per l’occasione un pranzo curdo a base di fusilli (perfettamente cotti al dente, cosa rara all’estero). Il nipotino dell’anziana cuoca mette sette cucchiaini di zucchero in una tazzina di tè. Quando si accorge di essere osservato, scoppia e ridere e nasconde il volto tra le mani.

Poco lontano incontriamo il comandante delle Unità di Protezione Popolare del quartiere. Gli chiediamo com’è adesso la situazione, a due mesi dal massacro. “Sorvegliamo i quartieri 24 ore su 24, concentrandoci in modo ancor più spasmodico sulle ore notturne. Facciamo turni, in tantissimi cercano di contribuire”. Qual è la composizione sociale delle Unità, in questa città? “Si tratta prevalentemente di persone giovani, ma facciamo in modo che ogni volta non manchi anche qualcuno che possieda una certa esperienza, assieme a loro”. Si rifiuta di dare un parere individuale sulla situazione politica: “Sono un soldato”, dice.

Quali sono le principali difficoltà che l’autodifesa incontra sul terreno? “Prima lo stato bombardava soltanto i curdi che si rifugiavano a combattere in montagna, ora colpisce la popolazione civile nelle città. Rispondere qui è più difficile, ma stiamo imparando, e Kobane, il Rojava ci hanno insegnato molto”. È la strategia dell’Akp, dice, ad aver portato la guerra nelle città. “Cizre è una città piuttosto grande, quindi noi ci stiamo concentrando soprattutto nell’autodifesa di alcuni quartieri. Stiamo migliorando, e con il tempo miglioreremo ancora”. L’amministrazione della giustizia nelle zone autogestite, dice, è autonoma. “I curdi non credono alla giustizia turca, e a Cizre hanno la propria giustizia”. Il parlamento cittadino eletto dalle comuni, o assemblee di quartiere, ha nominato diverse commissioni, tra cui quella che deve occuparsi della giustizia. “Preferisco, però, non entrare nel dettaglio su questo argomento”, aggiunge.

Il partito si prepara alle elezioni con una grande assemblea, mentre una giovane coppia si sposa e festeggia nelle strade brulicanti di vita, tanto che è difficile immaginare che sono passati soltanto due mesi dal coprifuoco più violento del Bakur alla fine dell’estate. “Volevano distruggerci, ma non ci sono riusciti neanche stavolta” dice il compagno del partito, dietro la sua scrivania, che lascia sguarnita in continuazione per occuparsi di mille cose in giro per la città. Due giorni dopo, alle elezioni, l’esercito ha occupato l’area giuridica dei seggi, le forze speciali hanno arrestato diverse persone che si recavano al voto, portandole via sui loro Land Rover. Le elezioni hanno visto nuovamente il trionfo dell’Hdp in città, ma si sono trasformate in un riot, con scontri e lacrimogeni per le vie principali.

“Vogliamo vivere, studiare e crescere a nostro modo. Lo stato non ci dà alcun futuro. Ci dicono: siete turchi e dovete vivere da turchi. Non abbiamo avuto alcuna alternativa se non l’autogoverno. Abbiamo fatto una dichiarazione, ora abbiamo diverse commissioni per l’educazione, la giustizia, l’economia. Non torneremo indietro”. Il compagno che ci parla ha poco tempo, un nuovo impegno lo attende, la gente continua a chiamarlo di qua e di là. Cizre ha centomila abitanti, ma la pressione politica che subisce potrebbe aver stremato una città di un milione. Ciononostante, i ragazzi che ci accompagnano non hanno perso il desiderio di una vita come piacerebbe a loro: ci mostrano le loro motociclette o le loro foto nelle discoteche tra shottini di vodka e loro coetanee, durante i week end fuori città. C’è spazio per questo accanto a Ocalan, all’autodifesa e alle assemblee di quartiere. “Non vogliamo essere gli assenti della storia” ci saluta il compagno dell’Hdp prima di congedarsi: “prima o poi dovranno capirlo”.

 

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