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La dismissione neoliberista della formazione, dei saperi e dell’arte come spazio di organizzazione e lotta nella metropoli in Italia

Relazione meeting “Contropotere nella crisi” Bologna 13 – 14 Ottobre

A cura Assemblea Autonoma Palermitana

 

Si era pensato di dividere l’intervento in due parti cercando di mantenere centrale e trasversale l’analisi sulla soggettività protagonista di questa dismissione. Gli studenti e i lavoratori della formazione, universitari soprattutto, e i lavoratori dell’arte e dello spettacolo. Segmenti di quel soggetto che abbiamo imparato a descrivere come proletariato cognitivo: una definizione che ci pare precisa dal lato della composizione tecnica ma che rappresenta una scommessa/tendenza vera e propria su quella che poi è invece l’azione politica e la progettualità che ci vogliamo dare soprattutto nell’ottica di superamento della vertenza o di un’impostazione meramente vertenziale e corporativa. Un’ottica impostata invece sull’adozione di linguaggi generalizzabili che permetta una ricomposizione tra i conflitti esistenti: una ricomposizione reale sul piano del conflitto.
Veniamo quindi alle due parti dell’intervento che si svilupperà trattando il più possibile unitamente i due segmenti di soggetto appena individuati:

  • la prima di analisi sul contesto e la realtà in cui operano e che ne caratterizza la vita;

  • una seconda parte sulla progettualità di lotta che proprio in base a quel contesto pensiamo si possa intraprendere.

 

Partendo quindi dall’analisi di quella che nel titolo viene chiamata “Dismissione neo-liberista di saperi, formazione e arte”, e che altro non è che un vero e proprio ritiro strategico nel sistema di produzione della merce-sapere di un sistema di governance e valorizzazione principalmente pubblico così come lo conoscevamo fino a una decina di anni fa. Una dismissione pianificata attraverso il Bologna Process e che, a partire da quello, si è imposta con misure via via sempre più violente e prepotenti sulle vite dei lavoratori della conoscenza, per mezzo dei decreti Gelmini e delle sue applicazioni e ora per mezzo dei tagli che si prefigurano col ministro Profumo.
Una dismissione strategica, un passaggio da un paradigma di gestione pubblico a un paradigma misto pubblico-privato, un processo di innovazione capitalistica della valorizzazione e della sussunzione del lavoro cognitivo. Un’innovazione fondata su un paio di basi:

  • da una parte l’appropriazione della merce-sapere attraverso “nuovi” meccanismi di valorizzazione ed espropriazione; un sapere che come sappiamo va del resto inteso sempre di parte e che non può essere mai preso come neutro. Un’accezione del concetto di sapere che noi abbiamo Iniziato a diffondere nei territori in cui agiamo ma che resta una visione ancora da diffondere per combattere l’egemonia di un Sapere e una Cultura viste come monolitiche e necessarie a giustificare le retoriche e i discorsi tecnocratici. Un’accezione, quella di merce-sapere, che soprattutto nel campo dell’arte e della produzione dello spettacolo diviene ancor più centrale perché radicata è l’ideologia della “astratta cultura”.

  • l’altro piano di innovazione del capitalismo per lo sfruttamento del lavoro cognitivo è quello dei meccanismi governamentali. Un piano che si fonda su un paio di dimensioni: il merito e il debito due dispositivi, a un tempo retorici e materiali, che incidono pesantemente nella vita del proletariato cognitivo. Da una parte dunque i dispositivi di debito, un vero debito di esistenza che va a innervare le vite quotidiane degli studenti e dei lavoratori, e dall’altra il dispositivo di merito su cui sono basati i meccanismi di gerarchizzazione e inclusione differenziale.

In questo contesto una riflessione particolare l’abbiamo svolta su un tema di attualità: i tagli ai fondi Erasmus e in generale su tutti i fondi satellite al Bologna Process utili alla creazione di uno spazio europeo del mercato del lavoro cognitivo. Sono dei tagli che a prima vista potrebbero sembrare una battuta di arresto del Bologna Process e quindi dell’innovazione capitalista nei vari meccanismi di sussunzione e sfruttamento del lavoro cognitivo, ma che, a nostro avviso, sembrano un attestazione di “missione compiuta”. Lo spazio europeo per lo sfruttamento del lavoro cognitivo (e non solo) è già dato! I vari studenti e lavoratori che operano in questo spazio sono infatti disponibili a seguire le necessità del capitale comunque si diano in questo spazio e fondamentalmente i vari sussidi e borse di studio che aiutano a seguire lo sfruttamento capitalista non sono più necessarie ai migranti di queste terre. I migranti che vanno poi a innervare e comporre questo mercato sono infatti numerosi. A questo ragionamento si lega a doppio filo quello che abbiamo individuato come duplice declassamento della merce-sapere e delle fasce sociali cui appartengono le categorie di proletariato cognitivo.
Un declassamento che, sulla merce-sapere va a costituire poi parcellizzazione dei saperi, piani formativi scadenti e insegnamenti precari all’interno delle nostre facoltà. È evidente come ciò presupponga e nasconda (e neanche bene!) la volontà di creazione di una forza lavoro dequalificata e omologata: pronta per questo spazio europeo di sfruttamento del proletariato cognitivo. Dall’altra parte un impoverimento delle fasce sociali di riferimento per il soggetto in questione (quel ceto medio a cui appartengono classicamente universitari e lavoratori dello spettacolo) che escono dalla tutela a cui appartenevano fino a pochi anni fa e che si danno pronte a questi meccanismi di sfruttamento. Fasce sempre più proletarizzate sulla cresta dell’estinzione di quel welfare familistico che sempre più spesso rappresenta l’ultima spiaggia per le possibilità di una tutela.

Finendo questa analisi sulla composizione tecnica dei segmenti di classe si passa alla vera sulle capacità di organizzazione azione politica all’interno dei nostri territori. Un lavoro che, orientato alla ricomposizione, è basato su tre pilastri fondamentali:

  • ribaltamento dei dispositivi di gerarchizzazione e governamentalità:
    in questo senso ci pare essenziale tornare a dare centralità al ruolo che collettivi e occupazioni possono svolgere in tutti quei meccanismi che, attraverso esperienze di creazione di vita altra basta su nuove relazioni sociali e forme della riproduzione autonoma: attraverso queste si può iniziare a combattere merito, individualismo e competizione;

  • un ribaltamento strettamente legato alla riappropriazione dei saperi che chiaramente deve essere in grado di sovvertire proprio l’altro punto che abbiamo visto essere centrale nel processo d’innovazione capitalistica che stiamo attraversando (l’appropriazione della merce-sapere da parte capitalista, appunto). Una riappropriazione dei saperi, dunque che non solo è fondante dell’organizzazione e della contro-organizzazione dei nostri territori attraverso i processi di contro-soggettivazione che permette di portare avanti, ma che dà anche vita a processi di auto-produzione e auto-organizzazione di saperi mai sussumibili perché sempre vivi e immediatamente antagonisti;

  • il terzo pilastro infine, anch’esso ancorato al precedente, è quello della riappropriazione di reddito. Anche su questo, chiaramente, non si vuole produrre un discorso retorico e astratto
    di richiesta di reddito ma una riappropriazione, anche questa, immediatamente antagonista. Pensiamo alle esperienze di occupazione di studentati, che costituiscono immediatamente, oltre che una riappropriazione diretta di reddito indiretto, degli spazi di controorganizzazione e sedimentazione di contro-potere nelle nostre metropoli. Ma pensiamo anche alle occupazione di teatri in alcune città che in qualche termine rappresentano una vera e propria riappropriazione dei mezzi di produzione della particolare “merce-sapere” che sono gli spettacoli.

Detti i tre pilastri resta da analizzare il nodo della generalizzazione, la vera scommessa a cui si accennava all’inizio.

Una scommessa che crediamo possa essere portata avanti dal soggetto, classe-parte, che si è dimostrato essere una punta avanzata di movimento grazie soprattutto alla capacità di parlare un linguaggio generalizzabile attraverso il conflitto di cui si è fatto attore e promotore.

Resta una scommessa da giocare tutta in quest’anno per superare le insidie delle chiusure in lotte vertenziali e meramente corporative, anche in base ai segnali incoraggianti che ci hanno lanciato le piazze studentesche del 5 ottobre.
Il tutto attraverso la produzione di un discorso immediatamente generalizzabile capace di innestare processi ricompositivi e allontanare ogni luce dalle varie istanze di alleanze politiciste e a freddo tra rappresentanze di fasce sociale capaci di rappresentare sempre di più soltanto le organizzazioni che vi stanno dietro. Alleanze sterili che non rappresentano niente nella reale composizione di classe e che sono già state più volte superate da ricomposizioni reali basate sui conflitti e sull’autonomia delle lotte. Una ricomposizione in grado di operare sul doppio livello delle fasce sociali e delle lotte transnazionali, nell’ottica di andare a rafforzare quel polo delle lotte che si sta affacciando con sempre più forza nella realtà multipolare della geo-politica attuale, e in particolare nello spazio euro-mediterraneo in cui operiamo.

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