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Ma quale terra promessa? L’agricoltura offensiva coloniale in Cisgiordania

Durante queste settimane di occupazione per la Palestina, nelle Università si sono susseguiti una serie di dibattiti, seminari e confronti che hanno avuto la questione palestinese come perno principale attorno a cui avvolgere diverse istanze, prospettive ed approcci.

Quello che hanno creato e creano tuttora le occupazioni di sostegno alle lotte di liberazione, sono stati momenti di confronto utili per approfondire ed allargare sguardi. Mettere in discussione equilibri, muovere coscienze critiche: fa parte del bagaglio resistente che si alimenta, si fortifica agendo contro il coinvolgimento in dinamiche predominanti e oppressive che tentano di sopire le coscienze e sfruttare le menti.

Come Ecologia Politica Torino pensiamo che sia necessario ritagliarsi gli spazi per discutere di saperi e contro-saperi, narrazioni e contro-narrazioni riferite agli scenari globali in cui siamo immersi. Queste giornate di occupazione sono state un’occasione in più per riflettere collettivamente.

Il secondo tema che abbiamo affrontato è stato quello dell’agricoltura, dell’appropriazione della terra e dei campi e quindi delle modalità di riproduzione fondamentali da parte di Israele. Il controllo del cibo, come quello dell’energia è, ancora una volta, l’arma per sottomettere e annientare un popolo. Al Campus Einaudi di Torino, poco prima dell’avvio delle Intifade, abbiamo affrontato la questione con il professore Mauro Van Acken e Fareed Taamallah, attivista, contadino  e giornalista per Middle East Eye. 

Un ulteriore momento di approfondimento è nato dal passaggio, al Politecnico di Torino occupato, di una compagna palestinese, Yasmeen El-Hasan, coordinatrice internazionale dell’Unione dei Comitati di Lavoro Agricolo (UAWC) a Ramallah. Incontrarla per noi è stato un momento prezioso, uno scambio di determinazione ancora più convinta delle motivazioni che ci portavano a rimanere in quelle aule e in quell’ateneo. Proprio il Politecnico, infatti, sarà la sede della nuova magistrale “Agritech and engeneering”, settore in cui -non a caso- Israele è pioniere. La natura, intesa come i modi e le possibilità di riproduzione, è un campo di battaglia che, il primo da difendere da una voragine di controllo e biopotere che rischiano di annientare, con e attraverso la natura stessa, le nostre potenzialità di resistenza. 

Buona lettura!

La dimensione laboratoriale dello Stato di Israele è centrale all’interno della questione agricola nei territori occupati, che emerge sotto la forma di nazionalismo ambientale e colonialismo insediativo. Se da un lato punta a nascondersi dietro la narrativa sionista miope e violenta di spirito pionieristico e di addommesticamento della terra, dall’altro rappresenta a pieno il laboratorio globale di ipermodernità dell’agrobusiness e high tech delle grandi potenze coloniali.

Attraverso il mito della Terra Promessa, il sionismo si fa portavoce dell’idea occidentale di modernizzazione e riabilitazione dei territori “vuoti”, una narrativa  appartenente all’orientalismo ambientale direzionato in una prospettiva evoluzionista, ignorante della lettura storica di un paesaggio complesso. 

Il tema dell’agricoltura è quindi il punto di partenza per comprendere come la politica coloniale, sin dalla nascita del Sionismo, si sia vestita sotto una forma di politica della natura di esproprio, insediamento e dominio delle risorse e delle conoscenze.

Il fellah – contadino – apice dell’investimento simbolico nelle lotta alla liberazione, entra in contrasto con le ideologie di modernizzazione che caratterizzano il nord globale, e che devalorizzano le pratiche rurali, inquadrandole all’interno di una cornice vuota di idealizzazione nostalgica.

AGRICOLTURA OFFENSIVA

Dal 1948, l’immaginario del paesaggio abbandonato e primitivo ha posto le basi per lo sfruttamento delle terre di conquista, attraverso l’ideologia dell’addomesticamento, funzionale al radicamento alla “terra promessa”. Questo atto politico si concretizza attraverso il modello laboratoriale dell’agricoltura offensiva: insostenibile non solo per i costi e l’inquinamento ambientale, ma che – all’interno di un contesto coloniale – pone le sue fondamenta sull’espropriazione delle risorse, l’integrazione di un’economia di mercato e di manodopera dipendente, e l’esternalizzazione dei costi ambientali nei territori palestinesi.

L’accaparramento di acqua e di terra per la produzione agricola affligge la produzione di cibo all’interno dei territori occupati, che pagano i costi ambientali della produttività israeliana altamente insostenibile. Il territorio è immaginato sempre più in forme esclusive in nome della modernizzazione, in antitesi alla vita sociale e ambientale dei palestinesi che hanno costruito saperi solidi all’interno di ecosistemi aridi e semiaridi storicamente percepiti come fragili e vuoti. Questo ambiente, svuotato delle sue conoscenze e relazioni di coevoluzione con le comunità locali, diventa terreno di sperimentazione della modernità incentrato su: risparmio della manodopera, intensificazione della produzione agricola attraverso nuove tecnologie, sostituzione delle sementi.

Il paesaggio sotto l’occupazione sionista diventa difficile da immaginare: il sottosuolo, il territorio e l’aria diventano dimensioni disgiunte e sconnesse a livello giuridico e politico. Questa disgiunzione non è dunque solo sul piano orizzontale – tramite l’esproprio delle terre, i territori palestinesi coltivati appaiono macchie di isole divise e incomplete che un tempo si alimentavano e si contaminavano di conoscenza e saperi locali tra l’agricoltura di montagna e di costa. La dissociazione è anche verticale: chi ha terra in Cisgiordania non può controllare l’acqua di captazione nel sottosuolo poiché c’è un limite di 1oom3 di cemento, o l’aria attraverso lo schieramento di elicotteri, radio, visioni satellitari. La quotidianità è caratterizzata da una disconnessione di spazi sotto il controllo dello stato coloniale.

Nell’area C – quella che dopo gli Accordi di Oslo del 1993 è sotto il pieno controllo del Governo di Israele in materia civile e di sicurezza – vengono imposti ordini militari di controllo del cibo: nel 1982 fu vietata la coltivazione degli alberi da frutto, successivamente di melanzane e pomodori, poi latte(*1), cipolle, tabacco, pesticidi organici e così via, in questa schizofrenica follia di controllo volta a creare un’economia palestinese dipendente da quella israeliana anche in termini di beni di sussistenza.

NAZIONALISMO AMBIENTALE E COLONIALISMO VERDE

La politica sionista di colonizzazione d’insediamento passa attraverso l’ideologia della naturalizzazione del paesaggio, portando la narrazione del selvatico  e sottraendo al territorio la storia agricola e culturale dei luoghi. “Make the desert bloom” è il motto che svuota le conoscenze e la presenza palestinese in un ecosistema invece complesso di saperi e risorse.

Emerge il paradigma coloniale europeo che ripete la dinamica: nascondere e cancellare le popolazioni locali con una lettura evoluzionista e – dunque – con l’ottica di superiorità culturale.

Il colonialismo verde è parte integrale del movimento sionista. Emerge in particolare attraverso: (I) la policy of planting e (II) la criminalizzazione dei saperi locali.

Le politiche arboree (I) sono al centro degli interessi dello stato di Israele per ridisegnare lo spazio e il paesaggio, così in grado di dare una nuova struttura egemonica al territorio sotto il pieno controllo della narrazione ambientale. Uno degli elementi base è quello di nascondere i villaggi palestinesi distrutti nel 1948 e sostituiti con le pinete, così come le politiche forestali di costruzione di boschi o aree verdi nelle terre agricole sottratte al popolo palestinese. Il pino  diventa quindi il simbolo nazionale di Israele, risultando così la controfigura dell’ulivo palestinese, un elemento in cui riconoscersi come comunità immaginata che pone le sue basi sulla rimozione, distruzione, devastazione. Con l’obiettivo politico di dominio, viene quindi ricostruito e ricomposto un paesaggio privo di storia e prospettiva territoriale, per rimuovere memorie e popolazione locale. Si crea inoltre un conflitto semiotico nella narrazione israeliana: da un lato si pone in opposizione ai simboli della popolazione palestinese, dall’altro sfrutta gli stessi simboli (quali arance di Jaffa, humus, falafel) appropriandosene e sradicandoli dal loro contesto.

Nel secondo caso (II), la criminalizzazione delle conoscenze ecologiche locali rappresenta a pieno il concetto di colonialismo verde – dunque l’uso della conservazione e protezione ambientale per mascherare finalità coloniali e di sradicamento della popolazione indigena. Nel 1977 infatti ai palestinesi fu vietata dal Ministero dell’Agricoltura Israeliano la raccolta  della Za’atar (Majorana syriaca). Per secoli, le popolazioni locali hanno raccolto questa pianta senza mettere in pericolo la sua conservazione perché non comporta la distruzione dell’apparato radicale ma solo dei rami superficiali e le foglie. Infatti non esiste nessuna evidenza per la quale considerare la M. syriaca come protetta, non è inserita in lista rossa. Il legame interdipendente di politica e scienza, così come l’apparente neutralità della conservazione ambientale, gioca un ruolo fondamentale di greenwashing, che legittima l’oppressione sotto una presunta oggettività scientifica di protezione ambientale.

AGRICOLTURA DIFENSIVA

All’interno dei territori occupati sotto la minaccia costante del colone, l’agricoltura palestinese si declina come difensiva per due principali ragioni: (I) applica i saperi ecologici locali per fare fronte all’esproprio delle risorse e (II) sperimenta nuove tecniche agricole per contrastare le leggi giuridiche dello stato sionista. 

Nel primo caso (I), è importante tenere in considerazione che l’agricoltura palestinese si pone in relazione con le risorse ambientali con l’ottica della preservazione della fertilità del suolo, dell’autonomia dei mezzi di produzione attraverso sementi autoctone, delle forme di cooperazione e scambio di manodopera con l’obiettivo di abbassare le dipendenze esterne che verterebbero su un mercato israeliano (acquisto di fertilizzanti, sementi alloctone). Le tecniche e i saperi ecologici locali sono in continua coevoluzione con il territorio proprio per la definizione di essere in relazione con l’ambiente e i limiti ambientali o imposti dal controllo militare sionista.

Nel secondo caso (II), si sono specializzate tecniche per aggirare le leggi sioniste: coltivare piante d’ulivo all’interno dei campi coltivati a ortaggi – come le melanzane di Battir. Dal momento che le colture non sono giuridicamente conosciute come segno di coltivazione e proprietà, la presenza invece degli alberi di ulivo permette di difendersi all’esproprio militare dei terreni. Infatti l’articolo 78 del codice militare israeliano riprende una legge del catasto ottomana che afferma che – nel caso in cui in un campo ci sia un albero da frutto o d’ulivo di più di 8 anni – si può fare appello alla Corte Militare. L’ulivo rappresenta così la difesa giuridica per definire il controllo legittimo sul proprio territorio, andando così ad evolvere il paesaggio in una nuova forma di agricoltura difensiva.

Nel processo di esproprio delle risorse, la coltivazione stessa dunque si afferma un atto politico e sovversivo di resilienza e autonomia. La nozione di fellah (contadino) diventa icona di lotta per la liberazione e il cibo baladii (locale) è riaffermazione di identità e spazio in mancanza di un territorio omogeneo e continuo. L’agricoltura – confinata in isole di instabilità coloniale – diventa lo strumento più forte di radicamento e di rivendicazione di un sistema di produzione in contrapposizione all’agrobusiness del mercato israeliano. 

Il cibo baladii non è qui tradotto come cibo biologico, di cui spesso la definizione diventa fuorviante ed esclusiva di una narrazione suprematista che invisibilizza il contadino e le reali pratiche e saperi locali. Baladìì ha invece una forte identità simbolica di consolidamento del locale dove sono le pratiche e i saperi agricoli a essere gli attori principali.

Le tecniche agroecologiche si fondano sulle coltivazioni verticali intese come compresenza di ortaggi, erbe domestiche e per il foraggio, frutteti e ulivi per ottimizzare al massimo le porzioni di suolo basandosi sul principio della permacultura, consociazione di piante, circolarità e rotazione delle colture, riproducibilità delle sementi. I saperi vengono così incorporati, tramandati spesso per via orale attraverso proverbi popolari o l’etimologia dei termini. Per esempio, la distinzione tra la semenza ba’al (di acqua piovana) rispetto a quella muhaggan (del mercato) trattiene all’interno del significato della parola una metodologia di coltivazione che si fa carico anche di un contesto politico di controllo della risorsa acqua dominata da Israele che confisca le sorgenti e impedisce la raccolta dell’acqua in cisterne. La conservazione dei semi autoctoni che dunque non necessitano apporto idrico esterno da un lato sono una forza di autonomia al mercato israeliano, dall’altro mantengono e approfondiscono le conoscenze e i saperi locali, radicandosi sempre di più nel paesaggio di resilienza.

L’agricoltura palestinese, devalorizzata e sdradicata dai propri confini, si traduce in modello di agroecologia rivendicato oggi a livello globale a fronte delle contraddizioni tra società e ambiente che pongono poca attenzione sulla pratiche e i saperi locali.

In foto Yasmeen El-Hasan di UAWC

Di seguito riportiamo la lettera scritta dall’Unione dei Comitati del Lavoro Agricolo in Palestina (UAWC) in solidarietà alle intifada studentesche.

“Ai movimenti studenteschi e giovanili: L’Unione dei Comitati del Lavoro Agricolo in Palestina (Union of Agricultural Work Committees – UAWC) esprime la sua più profonda solidarietà a voi, giovani rivoluzionari che state cambiando il mondo. Vi scriviamo dalla Palestina per dirvi che le vostre azioni stanno risuonando oltre gli oceani. In voi vediamo gli echi della nostra lotta, della nostra resistenza e della nostra speranza. Le vostre coraggiose proteste, l’occupazione delle università e la lotta contro i sistemi di oppressione non sono solo gesti simbolici, ma sono cambiamenti sismici nella lotta per la liberazione collettiva. Con una determinazione inflessibile e un’azione di principio, avete acceso una fiamma di speranza che illumina il cammino verso un futuro giusto, non solo per la Palestina ma per tutti coloro che lottano per la libertà. Noi, fellaheen (agricoltori e contadini) palestinesi, vi ringraziamo perché rimaniamo saldi sulla nostra terra, affrontando lotte quotidiane contro il colonialismo e l’imperialismo dei coloni. A Gaza, i nostri terreni agricoli, i sistemi idrici e le infrastrutture per l’autosufficienza sono stati distrutti dall’occupazione israeliana. In Cisgiordania, stiamo affrontando livelli senza precedenti di violenza da parte dei coloni israeliani, furti di terra e restrizioni imposte dall’occupazione israeliana all’accesso alla nostra terra. In tutta la Palestina storica, la nostra terra attende il nostro ritorno e la nostra cura. Sosteniamo la vostra resistenza contro le vostre università e tutti gli attori complici dell’occupazione coloniale israeliana della Palestina. Il vostro impegno determinato, la vostra solidarietà e la vostra lotta comune ci assicurano che il movimento di liberazione non conosce confini e non fa che crescere. Sappiate che quando alzate la voce, non siete sole. Con profondo rispetto, l’UAWC è al fianco degli Studenti e Studentesse per la giustizia in Palestina (SJP), del Movimento Giovanile Palestinese (PYM) e di tutti i movimenti globali per la giustizia. Dalla Cal Poly Humboldt alla GWU, dalla Columbia alla UT Austin, dalla McGill a Valencia a Tokyo, la nostra lotta è una e la nostra liberazione è collettiva. Grazie per essere al nostro fianco. Mano nella mano, nello spirito e nella lotta, anche noi siamo al vostro fianco. Con fervore rivoluzionario e solidarietà incrollabile,

Unione dei Comitati di lavoro agricolo, Palestina30 aprile 2024″

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1. durante l’intifada studentesca a Torino, abbiamo proiettato come Ecologia Politica “Wanted18”. Il film d’animazione racconta una storia vera accaduta durante la Prima Intifada nel 1988: la caccia dell’esercito israeliano alle 18 mucche del villaggio palestinese di Beit Sahour, la cui produzione autonoma di latte venne dichiarata “minaccia alla sicurezza nazionale di Israele”

Qui è possibile leggere il primo contributo di Ecologia Politica “L’energia come epicentro di colonizzazione, accaparramento e discriminazioni”.

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