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Mediaclash, pratiche di resistenza e teoria dei media

Nell’introduzione a Lo sguardo e l’evento. I media, la memoria, il cinema Marco Dinoi, professore di Teorie e Tecniche del Linguaggio cinematografico presso l’Università degli Studi di Siena, prematuramente scomparso pochi mesi prima dell’uscita del libro, afferma che «l’immagine dell’evento 11 settembre può essere intesa come un passaggio al limite di alcune dinamiche interne al sistema dei media»1 e che lo scopo dell’analisi è quello di individuare «le forme significanti con cui i media “vestono” l’evento, di volta in volta per amplificarne la portata cognitiva, per attutirla o comunque per gestirla»2.

Da queste affermazioni possiamo ricavare due principi generali. Il primo è alquanto banale, ma vale la pena ricordarlo: i media non riportano la realtà ma la gestiscono attraverso meccanismi narrativi e culturali che possono essere opacizzati e resi visibili.

Il secondo principio che possiamo ricavare è che soltanto di fronte ad eventi capaci di provocare una magnitudo di grande intensità possono affiorare le dinamiche interne al sistema dei media, i suoi limiti e le forzature possibili. Nel panorama mediale le linee di fuga dal dispositivo appaiono in prossimità e per effetto di sommovimenti eccezionali.

La manifestazione No Tav di domenica 3 luglio, che ha visto un acceso confronto tra le Forze dell’Ordine e circa 70.000 cittadini giunti in Val di Susa per mostrare solidarietà agli abitanti da più di dieci anni impegnati a contrastare il progetto della linea ferroviaria ad alta velocità, è stata salutata da alcuni commentatori come un evento di portata storica. Nella giornata di ieri un tweet di @infofreeflow diceva «#notav nervi #saldi – La Val di Susa oggi sta facendo la Storia. Questa sarà una data che ricorderemo a lungo».

Commentando l’evento su Carmilla, Giuseppe Genna scrive queste parole:

«Il crollo delle maschere e la diffusione transnazionale delle notizie stanno testimoniando che si compie una facile profezia in Italia, al di là di ingiustificati entusiasmi primaverili: la gente si è rotta i coglioni e, se si rompe i coglioni, non è che si confronta con il televisore – va direttamente dall’unico possibile rappresentante che lo Stato di Cose può schierare di fronte ai cittadini oggi, cioè il Poliziotto. Questo atto è testimoniato. Inizia di un totale inizio una lunghissima battaglia, che è in realtà una guerra, anzi: più guerre. Si incendiano zone sovrapposte del vivere civile: le lotte per l’ambiente, per la dignità della vita, per i diritti inalienabili di un’etica universale, per l’uguaglianza, per l’abbattimento dei filtri all’informazione diffusa.
Ogni inizio segna una fine. Oggi terminano in Italia gli anni Ottanta e Novanta e Zero Zero – compiendo quella trasformazione che ha in piazza Alimonda a Genova il cominciamento autentico e sanguinario di questo inizio».

Se è vero, e chi scrive pensa che lo sia, che la giornata di ieri ha rappresentato l’atto testimoniato che pone fine ad un ciclo storico e ne apre uno successivo, a chi si occupa di media spetta il compito di capire quali dinamiche interne al sistema sono affiorate in questa occasione.

Il primo dato che si può cogliere è, a mio parere, che nel sistema mediale sia in corso un mediaclash3: un confronto, scontro, conflitto tra media. Scontro che vede contrapporsi le articolazioni mediali mainstream alle articolazioni mediali “partecipate”, che hanno nella Rete i propri strumenti privilegiati. Si tratta, tuttavia, di un conflitto dal valore “flessibile”, positivo, addirittura auspicato e salutato con entusiasmo quando può essere relegato nella cornice orientalista delle twitter, facebook, 2.0 revolutions; denegato, rimosso, diffamato quando invece esplode nel proprio cortile.

Con questo non si vuole affermare che le Rete sia più democratica dei media tradizionali, come ha dimostrato la vicenda dell’hastag #notav; piuttosto, i media partecipativi messi a disposizione in Rete hanno dimostrato la capacità di contrapporre, in tempo reale, alle forme significanti messe in campo dai media mainstream per gestire l’evento, una narrazione potenzialmente in grado di creare immaginario4.

Nella mattinata di domenica @Wu_Ming_Foundt segnala in un tweet che «#notav “stranamente” non è nei trending topics: al primo posto c’è #sticazzi, al secondo #saldi” e prontamente propone “nei prossimi tweet oltre a #notav scrivete anche: nervi #saldi».

L’autorevolezza della fonte e la semplicità dell’idea fanno il resto: in poco tempo l’hashtag #saldi viene dirottato e si trasforma in un canale alternativo di notizie sulla manifestazione che compare nei trending topics di Twitter. C’è chi cercava vestiti ed ha trovato un manganello, come recitava uno dei molti tweet della giornata.

Tuttavia le conseguenze di questa “manovra” non si fermano qui. In breve tempo viene sollevato il sospetto che Twitter, conscio del fatto che l’hashtag #notav sarebbe entrato nei trending topics di domenica, abbia agito per fare filtro. Se questo sospetto non venisse smentito da spiegazioni di natura tecnica, relative perciò al funzionamento dell’infrastruttura ingegneristica del servizio, e la censura fosse pertanto dimostrata, se ne potrebbero trarre alcune conclusioni: innanzitutto che la Rete non è indipendente dai Poteri e ne subisce l’azione (di nuovo, affermazione banale ma non scontata), in secondo luogo che agli utenti sono concessi spazi di manovra che dimostrano come questi ultimi siano in grado di capire e piegare a proprio vantaggio alcuni meccanismi dell’infrastruttura in maniera istintiva, anche senza approfondite conoscenze tecniche. Come se l’hacking fosse non più o soltanto ingegneristico, bensì comunicativo.

Un altro aspetto che ha caratterizzato il mediaclash a cui si è assistito domenica riguarda le immagini. Se è l’11 settembre ed il G8 di Genova sono stati eventi caratterizzati da un’ampia produzione di immagini, che ha segnato l’emergere nel panorama mediale delle tecnologie di ripresa portatili e il sogno/incubo di uno sguardo diffuso ed orizzontale capace di rendere conto di ogni aspetto del reale (il modello reality show), domenica la situazione appariva differente. I mediattivisti hanno prediletto network e servizi basati principalmente sulla parola (Twitter) e sulla voce (le dirette radio) e la diffusione di immagini è stata estremamente limitata anche e soprattutto per ragioni di natura tecnica (il sovraffollamento delle celle telefoniche che ha impedito l’upload di foto e video).

Al momento in cui scrivo non è possibile valutare se la produzione di immagini da parte dei manifestanti sia stata consistente o meno da poter essere paragonata a quella che caratterizzò il G8 e l’11 settembre, ma si può comunque affermare che finora il monopolio dell’immagine è rimasto nelle mani degli apparati mediali mainstream.

L’immagine, nello specifico quella fotografica, possiede uno statuto ambiguo: da una parte essa ha la capacità di riprodurre fedelmente il reale ma, al medesimo tempo, essa non può significare se non viene inserita in una rete di dispositivi semiotici e culturali che le consentono di generare senso5.

Ad oggi appare difficile valutare se la limitata produzione e diffusione di immagini da parte dei mediattivisti sia da leggere come espressione di una coscienza dei problemi relativi allo statuto dell’immagine come testimonianza o come semplice contingenza tecnica.

Le feroci critiche che su twitter sono state rivolte alla home page di Repubblica, colpevole, più di altri giornali (per essere stata in questi anni, bandiera dell’antiberlusconismo progressista), di aver travisato il senso profondo degli scontri accostando alle immagini provenienti dalla Val Susa il logo Black Bloc6, sembrano dimostrare come una certa consapevolezza dei meccanismi di produzione del senso a partire dalle immagini si sia diffusa o, almeno in questo caso, abbia funzionato.

In conclusione restano una dato di fatto ed una domanda. Il dato di fatto dice che il virtuale non può creare immaginario se non ha una connessione forte e motivata con l’attuale; ed è soltanto quando si acuisce il conflitto che è possibile intravedere le linee di fuga.

La domanda, invece, verte sulla natura e sullo statuto dello sguardo che le immagini digitali (nello specifico quelle di natura ipertestuale prodotte sugli schermi dei nostri personal computer), attraverso cui ci orientiamo nella realtà, costruiscono per noi spettatori. Se le immagini dell’11 settembre avevano obliterato lo sguardo spettatoriale, tanto per eccesso di trasparenza quanto per eccesso di opacità, sostituendo ad esso uno sguardo simulacrale che si imponeva come un fantasma di comunità (l’occidente attaccato dall’Islam), le immagini digitali con cui molti mediattivisti hanno condotto la propria battaglia sembrano poter recuperare quella giusta distanza da cui è possibile scorgere tanto la realtà, quanto i meccanismi che le danno senso ed essere in grado di agire su di essi. Questo perché la natura delle immagini digitali, composte da microelementi in continuo mutamento (i pixel), le rende costitutivamente passibili di essere modificate dall’utente e quando questi non può agire direttamente sull’architettura dell’immagine digitale, modificandone il codice, egli può sempre agire sulla dimensione semiotica, in quanto questa gli è comunque accessibile.

Da La rotta per Itaca

 

Note:

1. Marco Dinoi, Lo sguardo e l’evento. I media, la memoria, il cinema, Le Lettere, Firenze 2008, pag. 9

2. Ibidem, pag. 10

3. Nell’introduzione al catalogo della mostra Iconoclash: Beyond the Image Wars in science, Religion and Art (2002) Bruno Latour distingue l’Iconoclash dall’Iconoclastia come quella situazione in cui “non si sa, o si esita, o si è in difficoltà di fronte ad un’azione per la quale non c’è modo di sapere, senza ulteriori indagini, se sia distruttiva o costruttiva”. Nel caso che si sta prendendo in esame qui ci si trova in una situazione simile, in quanto non c’è ancora modo di sapere se l’effetto generato dai media qui definiti “partecipativi” sarà distruttivo o costruttivo, rispetto alle pratiche di gestione dell’evento istituzionalizzate. Bruno Latour, Che cos’è Iconoclash?, in A. Pinotti A. Somaini, Teorie Dell’immagine. Il dibattito contemporaneo, Raffaello Cortina, Milano 2009.

4. È il caso dell’allegoria di Susa come Sherwood, proposta da @Wu_Ming_Foundation e che ha caratterizzato le fasi più rilassate del corteo, fornendo un esempio di come sia possibile realizzare narrazioni transmediali capaci di incidere sulla rappresentazione della realtà.

5. Il meccanismo attraverso cui i media mainstream utilizzano le immagini nel corso della gestione di un evento si può all’incirca descrivere in questi termini: da una parte vengono mostrate una o più immagini che hanno la funzione di dimostrare, per mezzo di una “illusione referenziale”, che un fatto è effettivamente avvenuto; mentre dall’altra parte il fatto viene fatto significare attraverso delle retoriche che mirano a coinvolgere lo spettatore attraverso una “espressività passionale” da cui si ricava un determinato complesso assiologico.

6. Brand fantasmatico la cui forza evocativa era pari all’atro grande brand del terrore dell’ultimo decennio, Osama Bin Laden. Ancora una volta, in questa riflessione, il G8 e l’11 settembre si ritrovano insieme.

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