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Note sul caso Gesip. Quando il torcicollo diviene strategia

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Ma questa vicenda ha una storia alle spalle costruita ad arte, storia che oggi, in giornate decisive per i futuri sviluppi, costituisce un frame fondamentale per la definizione “sociale” del caso-Gesip.

E’ questa la storia di chi, strumentalmente o inconsapevolmente che sia, guarda da troppi anni in basso (magari puntando anche il dito) senza riuscire più ad avere uno sguardo sull’orizzonte complessivo dei fatti di cui ora proveremo a delineare alcuni, parziali, tratti.

Andiamo con ordine. La partita che in queste ore si sta giocando si sviluppa fondamentalmente su due binari: uno, forse il più immediato, è quello che vede l’azienda comunale, l’amministrazione locale, i sindacati e gli operai stessi impegnati nelle trattative col governo nazionale per lo sblocco di 5 milioni di euro (promessi la scorsa primavera) utili al pagamento degli stipendi di settembre dei lavoratori (in questo momento sono tutti in “astensione dal lavoro” mentre a dicembre dovrebbe essere fissata la scadenza in cui la municipalizzata verrà smantellata attraverso liquidazione); il secondo piano è per l’appunto quello relativo al futuro dei 1800 lavoratori comunali dopo che, a liquidazione effettuata, questi dovranno essere ricollocati entro i ranghi di una nuova azienda, una NewCo che dovrebbe riunificare tutte le ditte di “servizio” a partecipazione comunale sotto il segno del risparmio d’austerity. Il problema in questo caso è dato dal fatto che, all’oggi, non ci sarebbe l’intenzione (possibilità dicono le istituzioni) di garantire il riassorbimento di tutti i lavoratori: si profila quindi l’allontanamento di quasi 500 unità lavorative (tra prepensionamenti e allargamento di qualche forma di ammortizzatori sociali).

In questo gioco a due tavoli non semplice è la definizione dei veri interessi in campo.

Partiamo perciò dal binomio Orlando-Monti. Dopo mesi di strumentali attacchi a mezzo stampa da parte governativa “all’incapacità cronica dei siciliani ad autogovernarsi senza disperdere, regalare e far fallire (la Sicilia Grecia d’Italia), ecco che la scure dei tagli agli enti pubblici, della spending review, dei patti di stabilità si abbatte su un comune in dissesto pesante. Fin qui tutto normale, potremmo dire. La logica interna allo schema economico del governo tecnico nazionale la conosciamo tutti (e la subiamo tutti). Le retoriche sugli sprechi locali sono più che mai funzionali. Ma non possiamo qui ignorare come, nella realtà, in gioco ci siano anche equilibri politici/elettorali che vedono i ministri di Monti impegnatissimi a far pagare salato il conto all’opposizione parlamentare dell’Idv e alle retoriche antimontiane di un personaggio come Leoluca Orlando. Se ufficialmente in ballo ci sono appena 5 mln di euro, ufficiosamente si sta tentando di minare la credibilità di chi, populisticamente, ha vinto le elezioni non presentando programmi di risanamento rigorista ma promettendo che “nessuno resterà a casa!”.

Ma centrale vorremmo che restasse – in questa analisi e nell’attenzione di chi legge – il nostro precedente accenno alle retoriche sul “fannullonismo” di stampo “Gesip”.

Se il modo migliore per convincere qualcuno, colui che sta subendo un torto, di una qualche giustezza dell’atto subito è fare in modo che il soggetto stesso introietti il senso di una “colpa originale” che fondi la “necessità dell’atto”, utilissima sia ai politici locali che a quelli di stanza a Roma diviene la retorica che vede tanti palermitani additare all’inoperosità della comunità (parafrasando il titolo di un testo di Jean-Luc Nancy) la matrice di tutti i mali della città. Ciò giustifica di per sé licenziamenti, tagli, rigore e austerity.

Ovviamente queste autonarrazioni possono avere una base di verità, anzi, ce l’hanno nella stessa misura in cui questa verità è scientificamente astratta dalla realtà.Così la colpa del fallimento dell’azienda sta nella fannulloneria dei suoi lavoratori, nei privilegi e negli abusi di chi su quel posto di lavoro ha costruito una vita attraverso salari da 1000 euro. La logica è del resto ormai nota: è la stessa che permette ad un’azienda incapace di vendere i proprio prodotti, la Fiat, di identificare il problema negli operai di Pomigliano che guardano le partite di calcio.

C’è appunto chi guarda così tanto tempo in basso da restare bloccato in quella postura. Chi conosce la realtà-Gesip sa però che le cose non funzionano propriamente così; o meglio, sa che se la Gesip è diventata negli anni un vortice succhia soldi il colpevole è da ricercare con lo sguardo rivolto in alto e non nella improduttività di chi sta alla base. Anni di sperperi nell’ordine delle decine di milioni hanno visto come beneficiari tanti altri soggetti: dirigenti dell’azienda impuniti dopo buchi di bilancio da fare invidia alle società di calcio; consulenze milionarie; una pessima gestione di appalti e servizi; tecnici (?) incapaci di gestire al meglio una forza lavoro composta da ben 1800 persone. Sperpero quindi di denaro pubblico (quanti soldi rimpallati tra i vari rami dell’amministrazione, interventi pubblici e interessi privati!) oltreché di un enorme quantità di lavoratori comunali trovatisi negli anni con sempre meno lavoro da fare (non considerando valido il lavoro svolto su yacht di ex-sindaci),impegnati in servizi insensati e rimpallati da folli dirigenti da un lato all’altro della città senza che questo fosse minimamente funzionale al miglioramento della città.

Ma la cosa più importante che va sottolineata – che è un paradosso tutto interno al capitalismo finanziario odierno – è la mole spaventosa di “servizi” che, in questi anni, gli operai Gesip hanno visto “esternalizzare” – a costi enormi! – dalle stesse amministrazioni che questa Gesip avevano costruito proprio per ricoprire “pubblicamente” la gestione degli stessi servizi. Il comune appalta a privati o semi-privati con contratti spesso milionari, crea un giro di soldi utile a far contenti personaggi e personaggini legati a ditte che sugli appalti con “la cosa pubblica” costruiscono tutti i loro introiti e profitti. Il paradosso sta appunto nel fatto che, a sentire oggi i piani d’intervento della “politica” per uscire dalla crisi, tanto da destra quanto da sinistra la ricetta proposta è sempre la stessa: liberalizzazioni, esternalizzazioni. Il meccanismo è perverso, lo sappiamo, eppure funziona dovunque così.: chiamasi ricette neoliberiste.

Tracciato lo schema generale, concludiamo con una serie di postille utili ad una completa descrizione dei fatti palermitani.

La geografia delle forze in campo ci consegna quindi un’amministrazione impegnata nella negoziazione diretta con il governo centrale affinchè non debba, a pochi mesi dall’insediamento, dover fronteggiare l’esplosione di quello che era stato costruito come grande veicolo elettorale e di controllo (possono contare in questo sulla mano protesa dai soliti nomi del sindacalismo locale); il governo Monti impegnato a battere la strade del rigore e a dare in pasto all’opinione pubblica una prima vittima del-non-allineamento con le politiche di cui si fa portatore; la stampa progressista locale appiattita sulla denuncia del “mal costume” e dei “cattivi comportamenti” ( che pur ci sono ma che in queste sedi diventano paradigmi di lettura complessiva) di alcuni di quelli che si vogliono far passare come lavoratori privilegiati. Gli operai invece sono quelli su cui davvero tutta la colpa della situazione sta ricadendo: gli unici, come sempre del resto, a cui imputare qualcosa, gli unici a dover pagare. Per fortuna le proteste accese di questi giorni (e la forza di mobilitazione dimostrata negli anni) aprono delle fessure da cui trapela un po’ di luce: la scelta non-masochistica delle forme di lotta e dei suoi linguaggi (“Faremo la guerra!” si sente sempre più spesso dire nelle manifestazioni); le pratiche di lotta diffusa legate alla territorializzazione immediata del conflitto ( la pratica del “blocco” è la più immediata e quella continuamente ricercata); l’autonomia di tantissimi dalle forme del controllo sindacale della protesta;infine la radicalità a più riprese dimostrata dai soggetti in questione. Tutto ciò ci lascia immaginare (le certezze assolute le lasciamo a qualcun altro) che questa lotta non sarà vittima facile nè di immediate frammentazioni nè della ricerca dell’accordino con le istituzioni che al tempo della crisi si fanno sempre più cannibali: le vittime sono già state collocate sull’altare del sacrificio ma non sarà semplice renderle inoffensive.

 

                                                                                             Infoaut Palermo

 

 

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