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Palestina. Militanti e profughi, la fabbrica della resistenza

Qual è la situazione attuale a Betlemme?

Betlemme è caratterizzata dalla presenza di diversi campi profughi, nei quali le Nazioni Unite provvedono esclusivamente ai bisogni minimi. Una delle questioni più scottanti per i profughi è quella giuridico-ammistrativa, dell’accesso ai diritti. Bisogna cosiderare che ciascuno di loro ha una carta d’identità rilasciata dall’Onu e passaporto palestinese. Questo fa sì che possano votare per l’Autorità Nazionale Palestinese, ad esempio, perchè vivono nei territori, ma non per le amministrazioni comunali, perchè formalmente non vivono nelle città.

La vera autorità dei campi profughi, in ogni caso, sono i comitati popolari interni. Sono come entità autonome e indipendenti, anche dall’Anp. Le condizioni di vita sono durissime. L’acqua corrente è presente 1-2 giorni alla settimana in estate. L’87% dell’acqua, in Palestina, è controllata da Israele. Consideriamo che la media d’acqua giornaliera pro capite in Cisgiordania è di 2.5 litri al giorno. Il fabbisogno umano è calcolato in media tra i 5 e i 7 litri al giorno pro capite.

I campi profughi di Betlemme fanno parte della zona A degli accordi di Oslo, l’area dei territori cui in teoria è garantita piena appartenenza civile e per la sicurezza all’Anp. Ciononostante le incursioni israeliane sono continue. 2-3 gg fa sono entrati nel campo di Deisha per arrestare tre ragazzi. Ogni volta che c’è l’irruzione dell’esercito israeliano c’è resistenza, ci sono scontri e ci sono i morti.

Che genere di comunità è quella dei campi profughi?

Oggi l’Anp controlla compiutamente, anche se soltanto sulla carta, il 2% della Palestina storica. La maggior parte dei territori è in area C, sotto controllo israeliano. In questa situazione, vediamo che la maggior parte della ledership politica palestinese viene dai campi che, pur essendo sotto continuo attacco israeliano, come detto si considerano minuscoli “stati” indipendenti. La vita culturale, artistica, politica dei campi è enorme. L’Onu, da qualche anno, sta tagliando i fondi destinati ai campi. I campi sono comunità molto, molto unite, anche nella resistenza: sono fabbriche sociali.

Come pensi si possa creare maggiore consapevolezza sulla lotta palestinese?

Abbiamo un problema: se vado in Europaa parlare di ciò che si vive qui, la gente non mi crede. L’unico modo è venire qui, vedere con i propri occhi.

Credi anche tu che l’ondata di attacchi a militari israeliani sia una nuova Intifadah, una nuova rivolta palestinese?

Non importa se è Intifadah o no: è una lotta, è resistenza. Lottiamo per un periodo, poi c’è più calma, poi ricominciamo; è così. Non abbiamo armi, a volte non abbiamo neanche la gente, dobbiamo sensibilizzare la gente a partecipare. Resistere non è soltanto pietre e manifestazione, anche fare sesso è resistenza, anche esistere, qui, è resistenza. Non c’è un partito che rivendica le azioni, non ci sono pistole, a volte neanche il riot. Non è più la prima Intifadah; e non ci sono gli attacchi di cellule armate, come nella seconda. Ciononostante, è la forza dei militanti e dei martiti che rende possibile la lotta, dona un esempio, sprona altri a ricominciare. È all’avanguardia militante e ai martiri che dobbiamo la tenacia della nostra resistenza.

Che ruolo gioca, in questo, l’Anp?

Ai palestinesi manca una leadership e una strategia. I politici palestinesi hanno tra i 60 e i 70 anni, devono togliersi di mezzo. I partiti palestinesi sono nati come partiti di liberazione, ora sono partiti politici. Molti dicono: se ne vada l’Anp. Tuttavia, non hanno una visione, un’alternativa. La verità è che attraversiamo una crisi, non sappiamo cosa vogliamo. Sono i soldi della Banca Mondiale, degli Usa, dell’Onu che hanno inquinato la nostra politica. Quei soldi hanno comprato la politica palestinese. I soldi distruggono l’ideologia.

Credi quindi che gli aspetti economici abbiano un ruolo decisivo nella situazione politica palestinese?

Gli investimenti palestinesi in Israele ammontano ogni anno a 5.3 mld di Sheckel israeliani! Questi borghesi palestinesi non investono in Cisgiordania. Costoro vogliono soltanto che tutto sia tranquillo. Israele non vuole uno stato palestinese perchè 3 milioni di palestinesi sono il loro mercato, siamo i loro consumatori e la loro forza lavoro, i confini renderebbero maggiormente autonoma l’economia palestinese.

La rivolta, d’altra parte, non conviene, economicamente, a Israele. Nel 1999 100.000 palestinesi lavoravano nell’edilizia israeliana. Con lo scoppio della seconda Intifadah nel 2000 non potevano più oltrepassare i checkpoint. Allora gli operai edili hanno cominciato ad arrivare dalla Romania, dalla Bulgaria, dalla Thailandia, ma questi lavoratori non spendevano granchè del loro salario in Israele, mandavano buona parte alle famiglie in patria.

Da oltre due anni una nuova creatura abita il medio oriente, e si propone di diventare “avanguardia” nella lotta dei musulmani sunniti contro gli “infedeli”: lo stato islamico. La maggior parte dei palestinesi è musulmana sunnita ed ha tutte le ragioni per covare odio. Come è stato recepito l’appello dell’Isis da parte dei palestinesi?

Da quel che so non c’è palestinese che sia sensibile all’ideologia dell’Isis. Non hanno mai attaccato Israele e non sono mai venuti in Palestina, quindi ai palestinesi questo fenomeno non interessa. Inoltre ai palestinesi non piacciono le decapitazioni e tutto quel genere di spettacolo. Anzi, sono convinto che, se si presentassero qui, i palestinesi combatterebbero contro di loro. In Palestina ci sono piccoli gruppi di salafiti di altre formazioni, ma sono insignificanti.

Un altro fenomeno importante in questi anni, in medio oriente, è la rivoluzione curda. I curdi, come i palestinesi, sono una nazione negata dalla storia. Ti senti vicino alla loro lotta?

Non faccio mai paragoni tra nazioni e lotte diverse. Vale anche per il Sudafrica, per quanto mi riguarda, che viene spesso accostato alla Palestina. Io sto con la gente che davvero resiste, quindi sto anche con i curdi, che hanno diritto ad avere un loro paese. Sto con loro in Iraq come in Siria e altrove.

Una vera e propria connessione internazionalista delle lotte sarebbe possibile, secondo te?

Non oggi. L’internazionalismo marxista nacque per ragioni contestuali. Io sono marxista e socialista, ma non possiamo applicare quel genere di teoria qui e adesso, perchè ci sono troppe cose che sono accadute nel XX secolo. L’unica cosa che può funzionare oggi è il richiamo alla giustizia sociale, non al socialismo. L’esperienza della Siria non ha funzionato, come quella dell’Egitto e dell’Iraq. Ripetere esperienze fallite non è una via.

In Siria io supporto Assad perchè non voglio un altro Iraq, venti paesi in uno, ma se si cambia governo in Siria sarà un bene, l’importante è preservare l’integrità territoriale siriana, benchè si debba concedere autonomia ai curdi. Se ci sarà un governo migliore di quello attuale in Siria tanto meglio, ma il primo pericolo è la balcanizzazione.

Sono cento anni che i confini degli stati mediorientali sono stati tracciati da Francia e Inghilterra, con gli accordi Sykes-Pikot, dopo la sconfitta dell’Impero Ottomano nella prima guerra mondiale. Oggi tanto lo stato islamico quanto la rivoluzione curda propongono di rompere, sia pur in modo politicamente opposto e incompatibile, il sistema Sykes-Pikot in medio oriente. Cosa ne pensi?

Smettiamola di pensare che quel che sta accadendo è la fine di Sikes-Picot. Ciò che Usa e Russia stanno producendo, con i loro interventi diretti e indiretti, non è che il nuovo Sikes-Pikot. stproducendo in medio oriente non è che un nuovo Sykes-Pikot.

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