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Spagna, amministrative: crisi del bipartitismo e frammentazione

Guardiamo ai risultati delle elezioni comunali spagnole con un misto di interesse e distacco, lontani tanto dai facili entusiasmi di chi spera di importare qui da noi ennesima formula magica per rilanciare una sinistra che non smette di fare gli stessi errori, quanto da chi giudica e liquida quanto avviene fuori dalla propria cinta ammantata di purezza rivoluzionaria. Un voto è un voto, non una rivoluzione e nemmeno un significativo passaggio di rottura. Cionondimeno può rappresentare qualcosa di interessante se spia sintomo di processi più ampi.

Quello che è interessante in Spagna, più e diversamente dalla Grecia, è che lì la sedimentazione politica di nuove forze partitiche è stata filiazione diretta di un movimento sociale, “cittadinista” finché si vuole ma capace di dar voce all’insoddisfazione di ampi strati popolari e di una classe media presa nel suo divenire in crisi – a differenza che da noi, sprovvista di un ampio risparmio privato di riserva, totalmente risucchiata dall’indebitamento e sull’orlo quando non già completamente inglobata nei processi di incipiente proletarizzazione.

La differenza da quel che avviene in Grecia, questo almeno ci pare, non sta tanto nel fatto, come spesso si sostiene, che là l’ascesa di Syriza è corrisposta al punto di caduta dei movimenti mentre in Spagna il passaggio al politico sarebbe avvenuto in forme più dirette. Quel che più conta è che la nascita di Podemos da dentro il 15M  è avvenuta in un contesto sociale, politico e storico di più avanzata disgregazione delle forme politiche novecentesche e delle soggettività che esse rappresenta(va)no. E questo è vero soprattutto per le giovani generazioni. Tanto la Spagna quanto la Grecia sono state negli ultimi decenni pesantemente finanziarizzate, vivendo entrambe l’illusione drogata di una ripresa economica. Ma mentre nella penisola iberica tutti i rivolgimenti di questi anni avvenivano su un precedente deserto politico, in quella ellenica il peso delle trascorse esperienze politiche (partitiche e non) aveva un’altra incidenza, col bagaglio di esperienze di un dopoguerra lungo 50 anni e lo spessore di una società mediamente più politicizzata.

Proponendo queste timide riflessioni, non siamo sedotti dall’ossessione del nuovo a tutti i costi né rimpiangiamo i bei tempi andati di un politico più esplicito e meglio connotato. Non diciamo che una situazione è “meglio” e l’altra “peggio”, prendiamo atto di alcune differenze dentro tratti di comunanza.

 

Panoramica del voto

Come in parte ci si poteva attendere, i timori dell’establishment politico-istituzionale spagnolo, dalla transizione post-franchista perennemente occupato, ad alternanza, da Popolari e Socialisti, si sono trasformati in incubi reali: se insieme le due forze storiche assommavano fino a ieri 2/3 dell’elettorato, delineando un bipolarismo de facto, oggi superano a mala pena il 50%. Se a Madrid il Pp si conferma in testa alle preferenze, l’emorragia di consensi è stata però significativa e il testa a testa si è giocato contro l’organizzazione di Pablo Iglesias che con l’alleanza tattica coi socialisti si appresterebbe a governare la capitale.

Il risultato più significativo è però sicuramente quello di Barcellona, dove la più votata è una donna di 41 anni, cresciuta politicamente nei picchetti contro i pignoramenti degli Afectados por la Hipoteca (PAH) che ha contribuito a fondare, seguita dai (battuti) indipendentisti della Convergencia i Unió dell’attuale presidente uscente della Generalitat.  Buona affermazione anche degli indipendentisti catalani di sinistra della Cup. 

Nella Navarra, là dove i Regno di Spagna s’interseca con l’ostile territorio basco, i conservatori federalisti dell’UPN (versione navarra del PNV basco) hanno perso più di 20.000 voti e insieme ai socialisti locali e ai popolari totalizzano mendo di Podemos, Bildu e altre forze autonomiste di sinistra. (Significativa però, la flessione di Bildu nella roccaforte basca di Gipuzkoa → Strana notte elettorale. Risacca da lettura e comparazioni di voti&tendenze).

Nel resto del regno quel che si registra è, come già detto, l’impossibilità dei precedenti protagonisti della vita politica spagnola di formare coalizione di governo nelle amministrazioni comunali. Il quadro è compromesso non solo dall’exploit (atteso) di Podemos ma anche da quello più recente, speculare e da centro-destra di Ciudadanos, formazione populista che ha catturato dallo spettro di centro-destra la critica dell’establishment, attestandosi come terzo partito del paese.

 

I nodi politici

Se Pablo Iglésias può aver ben ragione, pro domo sua, nell’esultare per i risultati e dichiarare secco “l’inizio della fine del bipartitismo in Spagna”, i dettagli sul campo sono un po’ meno nitidi e le mani, per governare, dovrà sporcarsele parecchio. Come osservano non pochi commentatori del mainstream, il successo di Podemos è anche dovuto a una moderazione dei toni per attrarre un elettorato più moderato. Su Madrid si profila un’alleanza coi socialisti mentre un po’ dappertutto Ciudadanos si appresta a scompaginare le carte dichiarandosi disposto ad alleanze a geografia variabile con Pp, Psoe e Podemos.

Se per la nuova forza di sinistra, l’apertura per le amministrative è tattica e finalizzata alla penetrazione nel governo dei territori, ponendosi come trampolino di lancio per la sfida vera – le elezioni politiche di novembre – il potenziale di rottura e l’incarnazione degli umori anti-sistemici dovranno fare i conti con le capacità di cattura delle politiche di coalizione finalizzate all’amministrazione territoriale e il mestiere dei socialisti alleati.

Soprattutto, la tenuta del capitale politico fin qui accumulato, se terrà senza farsi logorare dall’esperienza amministrativa, dovrà essere in grado domani di tener testa agli assassini in doppio petto della Troika. Il nodo che conta non sarà dunque la vittoria  a Barcellona o Madrid, ma la sfida a Bruxelles e Berlino (su questi punti rimandiamo a quanto abbiamo scritto sulla situazione greca → Il punto sulla Grecia).

Last but not least, l’affluenza al voto, giudicata positiva dal media mainstream perché cresciuta dello 0, 6 % (!), non arriva al 50 % degli aventi diritto. E il dato non può non dar da pensare (questo sì in linea con tutto il continente europeo). Mentre ci si eccita per spostamenti a una cifra dentro uno spettro che “rappresenta” solo metà della popolazione adulta di una nazione, l’altra metà non vota: per disinteresse o qualunquismo, per disincanto… ma forse un po’ anche perché non sente le proprie istanze e interessi rappresentabili o difendibili da nessuna delle opzioni in campo.

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