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TAPpatevi almeno la bocca, per favore!

In fondo si tratta di “soli” 250 ulivi secolari. Si tratta di espiantarli e poi ripiantarli, nello stesso sito o nelle vicinanze, non appena il gasdotto TAP (Trans adriatic pipeline) sarà completato e interrato. E poi, come si sente alla radio e alla TV, si tratta di una cosa utile, si tratta di energia pulita, di gas che provenendo dall’Azerbaijan farebbe comodo a “noi” e agli stessi azeri (tutti? non agli oligarchi delle compagnie dell’energia?). A “noi” per non dipendere dai monopolisti russi e agli azeri “per mantenersi indipendenti dai russi”. Insomma una cosa che farebbe bene a tutti e che non stravolgerebbe, alla fine, il paesaggio, visto che alle genti del posto pare interessi così tanto. Anche per quanto riguarda la discarica che vorrebbero fare a Lentini, l’ingegnere dell’impresa interessata si muoveva sulla stessa traccia: una cosa utile a tutti, una cava che alla fine, quando sarà colma di rifiuti, sarà coperta con un manto di terra e alberata restituendola al paesaggio originario. Sembra tutto così “civile”, naturale, impeccabile. Sembra che alla fine lo facciano per il nostro bene, per il bene di tutti. Sembra. Sembra che non ci siano interessi di classe, lotta per accaparrarsi fette di profitto, speculazione sulle fonti di energia.
Di cosa si tratta in realtà? A livello generale di guerra economica tra monopolisti di differenti aree economiche ed a livello particolare di riaffermare la facoltà imperiale dello Stato sui territori.
Vale qui ricordare le parole del vecchio Engels: “Quello che è bene per la classe dominante deve esserlo per tutta quanta la società con la quale la classe dominante s’identifica. Quanto dunque, la civiltà progredisce, tanto più essa deve coprire col manto della carità i danni che essa stessa, di necessità, ha generato; deve abbellirli o negarli, in breve deve introdurre un’ipocrisia convenzionale che era sconosciuta sia alle precedenti forme di società che ai primi stadi della civiltà, e che culmina nell’asserzione che lo sfruttamento della classe oppressa viene esercitato dalla classe sfruttatrice unicamente e solamente nell’interesse della stessa classe sfruttata, e se questa non gliene dà atto e perfino si ribella, è questa la più vile ingratitudine verso i benefattori, gli sfruttatori.
E così la polizia carica le popolazioni che si ribellano, che vogliono difendere i propri territori, decidere i modi della loro economia, i loro valori culturali, i loro rapporti col mondo. Per lo Stato i territori non sono che gli spazi neutri da piegare, predisporre e modellare secondo gli interessi dei gruppi economici dominanti che lo dominano.
Ribellarsi diventa imperativo categorico. Rendersi indipendenti, lottare per l’indipendenza dei territori dallo Stato, ormai espressione sfacciata delle multinazionali, diventa un fatto di sopravvivenza.

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