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Tempo di guerra e rivoluzione nello spazio mediterraneo

 

Il 2011 si presenta oggi come l’anno in cui la lotta di classe nella sua dimensione macroscopica si è resa esplicita nel sistema-mondo capitalistico in crisi (vedi divisione globale di rendita, profitti e salari) tramite l’attivazione di processi rivoluzionari o una serie di insurrezioni. Quanto sta accadendo oggi nel Vicino Oriente e nel Nord Africa lo interpretiamo a partire da questo dato e dal suo primato anche nel contesto dei diversi livelli della relazioni geopolitiche in gioco. Al contrario di quanti ritengono che la storia la scrivono i think tank dei servizi di intelligence, noi la crediamo risultato di forze, poteri e contro-poteri di cui anche questi famosi think tank sono parte, ma molto spesso non protagonisti, in quanto propongono saperi e prospettive anche inefficaci per le potenze di cui sono al servizio.

Ci sembra che sia proprio il caso di quanto sta avvenendo da qualche anno intorno alle coste del Mar Mediterraneo dove buona pace diquesti famosi servizi di intelligence, ed enti affiliati, che “avevano previsto tutto” non ci sembra che abbiano dato suggerimenti e indicazioni altrettanto efficaci! Abbiamo già dimenticato che fine ha fatto l’ambasciatore americano e l’ambasciata in Libia? O l’esito dell’ipotesi demo-islamista nelle transizioni democratiche in Egitto e in Tunisia?

Dall’immolazione di Mohamed Bouazizi ad oggi al contrario, sia i regimi che sono stati decapitati dei processi rivoluzionari, che il resto delle potenze globali e regionali appaiono orientate da soluzioni immediate che agiscono sul momento senza una prospettiva di lungo termine. Ce ne compiacciamo nella misura in cui questa assenza si determina anche come possibilità di parte, se colta. Il primo a manifestare grande e disinteressata cecità, è stato proprio Barak Obama, che con il suo discorso al Cairo del 2009, spiegò al mondo che la Casa Bianca nei confronti dei paesi a maggioranza musulmana avrebbe mantenuto gli stessi orientamenti delle precedenti amministrazioni, variando solo il metodo e gli strumenti da impiegare: dall’enduring freedom al soft-power. Gli orientamenti avrebbero quindi risposto agli interessi imperialistici degli Stati Uniti. L’esito attuale è che nel perseguire questi interessi oggi si ritrova costretta ad avere come partner in loco gli acerrimi nemici della Siria di Assad e soprattutto l’Iran che si presentano come risorse molto più solide per arrestare l’avanzata dell’ISIS nell’Iraq post Saddam; mentre la Turchia, che da tempo si avviava verso oriente, e l’Arabia Saudita non sembrano voler dare più le garanzie di solidi alleati di un tempo. I processi rivoluzionari hanno sconvolto quindi anche le solidissime relazioni che gli Stati Uniti avevano intessuto dalla fine della Guerra Fredda ad oggi nell’area.

 

Le potenze europee come la Francia, la Gran Bretagna e l’Italia con la partita militare persa in Libia, e con l’incapacità di interazione politica con la Tunisia post-Ben Ali e il “nuovo” Egitto dei militari hanno lasciato spazio nell’area ad altri attori. L’hard power (bellico-economico) delle potenze europee non ha risolto secondo i loro interessi le crisi (l’esempio libico è eclatante), né tanto meno sono stati capaci di allestire un programma di soft-power all’altezza dei nodi irrisolti (e basta solo citare frontex e le politiche complessive sull’immigrazione di ciascun paese europeo). Ciò ci sembra indicare l’ulteriore collasso di un progetto egemonico che nell’epoca della Guerra Fredda ha tentato di correre ai ripari dei processi di decolonizzazione e del nazionalismo arabo, e che oggi rischia, per gli interessi delle elites di questi paesi, di lasciargli in mano un valore “di potenze” meramente simbolico: il potere bellico sembra ridotto anche dalla crisi economica dei singoli paesi, mentre la capacità di previsione e intervento diplomatico, politico, e culturale non si presenta all’altezza delle crisi (basti citare l’appoggio immediato all’ipotesi demo-islamista entrata in crisi non appena assunto il potere).

 

Al posto dell’Unione Europea si stanno già consolidando come potenze regionali (e non solo) l’Arabia Saudita, la Turchia, e l’Iran (che tra l’altro è ormai una potenza “quasi” nucleare). Davanti ai processi rivoluzionari quest’ultima ha appoggiato (senza che fosse richiesto dalla piazza) il movimento in Bahrain, e allo stesso tempo il regime Siriano. Appoggiava Hamas in funzione anti-israeliana e anti-egiziana, ma ora ha di molto diluito il sostegno alla fazione palestinese che si è avvicinata al Qatar. L’Arabia Saudita in funzione anti-iraniana è riuscita addirittura nell’impresa, davvero commovente, di far pronunciare anche la Lega Araba contro il regime siriano, mentre, con la copertura del Consiglio di Cooperazione degli Stati del Golfo, ha inviato il suo esercito per massacrare, torturare e reprimere il movimento in Bahrain, come in Yemen ha appoggiato fino all’ultimo Saleh, sostenendo alla fine un gattopardesco “regime change”. Tra Iran ed Arabia Saudita c’è una politica di potenza nell’area a cui i principi etici e le identità religiose fungono da copertura e da strumenti e non come elementi sostanziali. Stessa cosa vale per la Turchia ancora più forte dopo la vittoria di Erdogan che seppur mantiene appeso ad un filo il processo di pace con il kurdistan turco, persegue in Siria una politica anti-kurda e di sostegno all’ISIS come ipoteca alla sua progetto egemonico nell’area.

Le contrapposizioni tra le potenze regionali seguono la logica dell’inimicizia schmittiana, mettendo anche in secondo piano gli interessi immediata degli USA. Con il paradosso che proprio le migliori risorse per gli Stati Uniti al fine di stabilizzare l’Iraq post-Saddam e mettere un freno all’ISIS (e in prospettiva attaccare l’ipotesi kurda rivoluzionaria) sono proprio soprattutto l’Iran, e poi la Siria di Assad indebolita dalla guerra civile. In questo contesto l’entità sionista punta sul nuovo Egitto dei militari, stemperando il ruolo del Qatar, che si era giocato tutto nelle transizioni democratiche guidate dalla fratellanza (compresa la nuova prospettiva di Hamas, sempre più distante da Hezbollah ed Iran), e facendo sponda sull’Arabia Saudita.Da questo quadro risulta che le potenze attive nella regione hanno adottato una politica di potenza legata all’ottenimento di scopi immediati, mostrandosi privi di una prospettiva che considera il medio e il lungo periodo, e forte di un grande progetto egemonico.

 

Dal punto di vista antagonista questo è un elemento da valorizzare che mostra insufficienze e debolezze nelle controparti (maggiori ancora se parliamo degli stati europei) messi davanti ai processi rivoluzionari, ai loro effetti e alle loro durate. Ma dobbiamo esser altrettanto certi che le loro debolezze non corrispondono automaticamente ai nostri vantaggi: intercorrono una serie di circostanze oggettive e soggettive che possono modificare i contesti in un modo o nell’altro. Ad esempio dei processi rivoluzionari del 2011 chi ha saputo elaborare e difendere una forma organizzativa di parte adeguata è stato ad oggi il Rojava (fenomeno che la dovrebbe far piantare una buona volta per tutte di usare quella disgraziata nozione di “primavera araba”, ma tant’è!). Lì si sta dando una funzione-organizzazione nel contesto dei processi rivoluzionari (intesi complessivamente, sia latenti che espliciti) che sta sperimentando una soluzione possibile alle istanze sociali e politiche sollevate nel resto della Siria nei primi momenti di iniziativa del movimento rivoluzionario (distribuzione delle ricchezze, libertà politiche e d’espressione, fine del settarismo) poi precipitati nella guerra civile.

Il dato è che le contraddizioni sociali, che si sono concretizzate nella loro politicità esplicita nelle insurrezioni e nei processi sociali di parte antagonista nel 2011, restano nel Vicino Oriente e nel Nord Africa (come altrove del resto) completamente aperte ed irrisolte, sia dal punto di vista di classe che da quello capitalistico. Dal punto di vista di classe ad esempio non sono state espresse e concretizzate capacità e modelli organizzativi in grado di modificarsi per reggere la durata e la potenza dello scontro. Dal punto di vista capitalistico invece non ci sembra che le nuove potenze emergenti nella regione e le potenze globali siano disponibili a fare altro se non pestare duro con interventi bellici, e curvare temporaneamente, e provocare secondo i propri scopi i movimenti e le transizioni. Queste operazioni conducono a risultati incerti e difficilmente prevedibili visto che circostanze di varia natura possono modificare radicalmente sia il contesto che i protagonisti in gioco. Tenendo sempre ben presente che le potenze emergenti regionali sembrano dareIntifada_pale priorità alla propria politica di potenza e al proprio progetto egemonico, al posto essere semplici funzioni degli interessi a stelle e strisce.

D’altronde alzi la mano chi pensa che l’Iran, le potenze UE, gli USA, i militari egiziani, o le corone del golfo siano disposti a rispondere positivamente ai bisogni e alle istanze politiche, economiche e sociali sollevate dai movimenti rivoluzionari del 2011! Nessuno vuole, può o sa intervenire se non fomentando conflitti settari, confessionali ed etnici, utilizzando anche a piacimento la morsa sionista sulla Palestina ed in particolare sulla Gaza resistente.

 

Il Vicino Oriente e il Nord Africa, la macro area mediterranea, sono territori di guerre e rivoluzioni e i grandi processi sociali e politici che si sono resi manifesti dal 2011 vanno compresi in una dimensione della durata che si distende nel medio e poi nel lungo periodo. Solo assumendo questa prospettiva crediamo che sia possibile una comprensione antagonista di quanto sta accadendo oggi, rifiutando la credenza che ci sia un destino miracolosamente segnato, o che tutto si riduca ad una partita a scacchi tra più o meno oscure potenze giocatrici. A qualcuno sembrerà scontato ma riteniamo necessario ribadirlo che non c’è alcun grande corpo politico organizzato e attivo per liberare dal lavoro e dalla rapina del sistema capitalistico in crisi. . Gli orizzonti di possibilità per noi si aprono invece a partire dai processi rivoluzionari che sono in relazione di inimicizia con tutti i corpi che funzionano nel e per il sistema-mondo capitalistico, carichi di ambivalenze, certamente ancora acerbi, e introduzione di una storia dagli esiti incerti, e per niente scontata, ma di cui anche noi, che viviamo nella sponda nord del mediterraneo, siamo parte.

 

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NB: nella trattazione parzialissima è stata espunto, seppur considerato, il ruolo della Cina e della Russia. Sarà argomento di prossimi approfondimenti su cui già stiamo lavorando.

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