InfoAut
Immagine di copertina per il post

Tiferai come dico. Il politicamente corretto verso la soluzione finale negli stadi italiani?

Per arrivare a noi, ai nostri stadi, il problema è una particolare forma del successo del politicamente corretto. Quella del brand. Per cui si passa dai corsi universitari politicamente corretti, e in vari modi formali come informali, certificati come tali al loro incontro con un simile processo, anch’esso formale come informale, di codificazione della merce. A questo punto, come sappiamo, la merce però non è più certificata per il solo valore del prodotto ma anche per quello etico che contiene. Insomma, il politicamente corretto che si fa brand incontra sempre più, in forma già matura negli anni ’90, le merci e, in tempo reale, il marketing sportivo. Giova qui aggiungere che la campagna Respect dell’Uefa, l’istituzione sportiva che ha emesso la direttiva che restringe la sorveglianza sui cori degli stadi, esiste per tutelare, attraverso il branding etico, il patrimonio di immagine chiave del calcio: i giocatori che, per la natura del gioco e per le leggi del mercato, non possono che essere di differenti nazioni in ogni campionato. Pena il declino dell’accumulazione economica e finanziaria nel calcio. Il politicamente corretto, il brand etico e la difesa del valore di mercato dei cartellini, nonché della universalità dell’audience pagante, si integrano così completamente. Ma se la campagna contro il razzismo nel calcio è comprensibile, oltre che auspicabile sul piano che non riguarda il mercato, cosa significano le norme contro la “discriminazione territoriale”, quelle contro cui si protesta ormai in tutte le curve d’Italia?

Il passaggio del sanzionamento, chiesto dall’Uefa, non più del solo razzismo negli stadi ma della discriminazione territoriale, in sostanza ogni coro acceso contro un’altra tifoseria, risponde sia ad alcune esigenze di branding dell’Uefa che alla permanenza di politiche della selezione della popolazione degli stadi intraprese in Europa a partire dagli anni ’90. Per quanto riguarda le esigenze di branding della federazione calcistica continentale è presto detto: con la sostanziale paralisi delle norme sul fair play finanziario, gli scandali scommesse che hanno portato a squalifiche nella Champions (la gallina dalle uova d’oro dei tornei Uefa e del relativo marketing), e l’immagine più complessiva del calcio legato a proteste sociali (vedi Brasile) il provvedimento sul sanzionamento della discriminazione territoriale è parte dei tentativi di restaurazione dell’immagine della federazione calcistica continentale. Che, per sanzionare in questo modo, adopera un salto logico tipico della radicalizzazione dei parametri etici del politicamente corretto: quello di equiparare a razzismo, e quindi a discriminazione inaccettabile da punire nell’immediato, ogni tipo di gesto spettacolare o coro di scherno nei confronti di qualcuno. Questo salto logico è codificato in sanzioni, revisioni del brand e restauro dell’immagine del calcio europeo rimessa oggi in discussione. Ma la codificazione di questo salto logico, il suo evidenziarsi in sanzioni e immagini ha anche una ragione di politica della selezione della popolazione degli stadi. Ora nel calcio europeo nell’ultimo ventennio, esclusa l’Italia, si è assistito ad una completa ristrutturazione degli stadi frutto di una nuova generazione di investimenti immobiliari e finanziari. Di conseguenza, la popolazione del calcio è cambiata. E anche il modo di operare degli sponsor. La Champions League, massimo torneo dell’Uefa e di gran lunga il più redditizio, non a caso ha tra gli sponsor la MasterCard, un prodotto finanziario per lo shopping che si propone come protagonista in tutta la filiera del piacere da quello delle merci fino a quella dimensione sfuggente “che non ha prezzo”. E tra i tifosi MasterCard, quelli ad alto consumo complesso e alta influenza nel marketing, il calcio dell’”odio”, che sia razzismo o campanilismo, non piace. Il calcio europeo, una volta entrato nell’orbita degli sponsor dello spettacolo globale si modella, come per ogni sport, sul modello normativo dei desideri del tifoso upper class politicamente corretto. Per cui il campanilismo è “odio”, come il razzismo, altrettanto fastidioso rumore di fondo che disturba una partita di calcio che, nei comportamenti del pubblico, deve sempre di più somigliare ad un incontro di rugby (mentre tra calcio e rugby tifoserie e codici sociali sono sempre stati distinti). Il politicamente corretto, codice distintivo delle upper class continentali, chiede la sanzione dell’“odio”, la federazione, composta tra l’altro anche di membri di questa upper class, si adegua. Di fronte alle esigenze etico-antropologiche della fascia alta di consumatori, che alimenta la pubblicità per il torneo più importante organizzato dall’Uefa, anche le altre fasce di spettatori devono adeguarsi. E così l’Italia, in estate, si è adeguata alle norme Uefa sulla forte punibilità della discriminazione territoriale.

Quello che non si coglie, e che non coglie proprio il politicamente corretto nella sua base normativa e cognitiva, e che invece si comprende nelle proteste delle tifoserie italiane contro la norma della discriminazione territoriale, è che il campanilismo è anche un profondo processo di mimesi del conflitto. Non la spia di una barbarie da reprimere immediatamente ma la cifra di un tessuto sociale che si dispiega. Anzi il campanilismo è popolare proprio perché un processo di mimesi. Cosa intendiamo?

Prendiamo un coro del genere “Napoli colera” o “milanesi tutti appesi”. Se viene riportato da un paio di giornali, genere Repubblica o l’Unità, interessati a reiterare il proprio ritardo cognitivo, e quello dei loro lettori, verrà rappresentato come una spia di un processo di odio e di aggressione pronto a sfociare nel dramma. E verso il quale l’emergenza sicurezza si pone in termini immediati, Qualche volta è accaduto, si intende, ma il grosso del processo è un’altra cosa. Socialmente parlando, basta aver sfogliato (e nemmeno tanto) Girard, i processi di rappresentazione del conflitto sono anche processi di mimesi. Ovvero limitano la loro carica di aggressione e violenza reale nel processo di rappresentazione proprio per costruire bene quest’ultimo. Per cui l’espressività nei cori e nelle coreografie è principalmente mimetica piuttosto che propedeutica allo scontro obbligatorio e immediato. Rimanda quindi, come tutti i processi mimetici, ad una pluralità espressiva, che contiene anche quella dello scontro ma non esclusivamente, e a comportamenti e a gesti di tipo teatrale. Del resto le culture, e le subculture, per reiterarsi come processo di aggregazione e di sviluppo del legame sociale necessitano di una espressività simbolica complessa. Quella del calcio, che sia vista come una cultura o una subcultura, non sfugge a queste leggi. Non a caso, per protestare contro le norme della discriminazione territoriale, i tifosi partenopei, durante Napoli-Livorno, si sono messi a cantare “Napoli colera” mimando proprio i cori che, al nord, vengono rivolti contro di loro in molte trasferte. Chiedendo poi la chiusura del San Paolo per la prossima partita. Allo stesso tempo i milanisti, e con loro gli juventini, hanno chiesto solidarietà anche tra tifoserie “nemiche”. Non ci vuole molto a capire che, in questo genere di contestazione, si sta chiedendo il ripristino di uno spazio convenzionale, in questo caso lo stadio, dove esprimere pienamente la propria espressività in modo sia caldo che mimetico. La forma della protesta napoletana, più delle altre, fa capire questo. Perché “chiama” la presenza di un avversario e perché usa il linguaggio dell’ironia tipico del processi di mimesi, di trasfigurazione e slittamento dei significati. Poi che in questi mondi, e in queste culture, avvengano anche fatti violenti fa parte delle dinamiche sociali. Tra l’altro spiegate in modo magistrale, a differenza dell’isterismo mainstream di Repubblica che vede l’Heysel dietro il primo coro di scherno, da un testo come Football Hooligans, Knowing the Score di Gary Armstrong (che ha collaborato anche con Richard Giulianotti, il più importante sociologo britannico sulle tifoserie, in un testo utilissimo sul calcio globale che è Entering the Field). Qui si capisce che comprendere il mondo del calcio, e le socialmente importanti sfumature di significato e comportamenti che produce, è questione di comprendere le differente presenti in un processo sociale. E qui si vede proprio la bancarotta del politicamente corretto, in questo caso come processo normativo applicato al calcio ma come spia di altri fallimenti politici. Nato per tutelare, facendole includere nei processi simbolici, le differenze il politicamente corretto si dispiega come processo di legittimazione di normative che escludono culture, come come quella calcistica, proprio rimanendo indifferente rispetto alle differenze, da tutelare, presenti nell’espressività culturale delle tifoserie e nei loro processi di mimesi.

In Italia, per motivi economico-finanziari e di resistenza dei poteri immobiliari sui territori, la ristrutturazione stadi non è andata avanti, ed ha impedito la piena presa del potere del tifoso MasterCard. Sulla cui centralità si gioca tutto il business del calcio Uefa, da finire di espandere in Italia che fa parte dei paesi “core” del guadagno calcistico nonostante la crisi. Tifoso che, in Italia, è rappresentato da un altro tipo di soggetto che pesa dal punto di vista dell’opinione ma meno da quello dell’economia degli stadi (a differenza dell’Europa continentale). Stiamo parlando del tifoso della upper class italiana, dello spettacolo come del management o della politica, per cui il tifo deve “depurarsi dall’odio”, quindi “permettere il ritorno delle famiglie e dei bambini allo stadio”. Non a caso il ministro Kyenge, che al momento rappresenta il politicamente corretto in questo paese (grazie anche allo sciagurato comportamento della Lega che l’ha legittimata, pur nella sua vuotezza politica, più di qualsiasi erede di Martin Luther King) all’inizio del campionato ha cominciato una campagna sul comportamento dei tifosi negli stadi. Questo “ti dirò come tifare”, versione italiana del normativismo politicamente corretto rappresenta, ben oltre il calcio, il tentativo di normalizzazione politica, di presa sulla società, da parte della upper class italiana. Una upper class che si vuole multirazziale, o comunque ufficialmente tollerantissima verso le differenze etniche e di genere, che viaggia regolarmente in Europa (magari a prendere le direttive Ue e della Bce), che la MasterCard ce l’ha in grande disponibilità e vuole rendere il paese simile al continente. Una upper class influente anche sui livelli nazionalpopolari tanto che non è infrequente trovare nei talk-show televisivi la Mussolini che parla a favore dei diritti di genere o degli omosessuali. Destra popolare style s’intende. Anche perché di fronte alla continua e impetuosa marea di proteste contro “la politica che ruba” (più di quanto ogni giustizialismo immagini, tra l’altro) alle upper class cosa rimane per disciplinare la popolazione? Il politicamente corretto, concretizzatosi nel simbolico del rispetto per tutti diritti concreti per nessuno, contro una popolazione magari vista come becera e razzista, con un alto tasso di analfabetismo di ritorno, impaurita e resa isterica dalla crisi permanente. Le società di calcio, ancora modellate su strutture del capitalismo paternalistico (dal quale l’Inter si sta affrancando come ha fatto la Roma), dopo aver capito i danni provocati dal recepimento italiano della direttiva Uefa sulla discriminazione territoriale hanno proposto una sorta di lista dei cori tradizionali da tutelare, un po’ come i prodotti doc, e da escludere dalle sanzioni. Non è facile oggi capire se queste misure, suggerite per tutelare l’aspetto televisivo del pubblico allo stadio più che lo stadio vero e proprio, terranno in forma stabilmente compromissoria. Sono però facilmente da comprendere due fenomeni.Il primo è legato a tentato processo di omogeneizzazione della upper class italiana, quella per cui il mantra “ce lo chiede l’Europa” ha una base materiale non solo ideologica, a quella europea tramite, in questo caso, le esigenze del tifoso MasterCard globale, dell’Uefa e grazie al pesante normativismo etico del politicamente corretto. Il secondo è il processo di smantellamento della microfisica dei comportamenti spontanei, che si ripete ciclicamente in questo paese, che ha la norma (qualsiasi essa sia) come pretesto. Nel calcio questo processo si è visto con le leggi Amato, votate sull’attenti dal centrosinistra nella primavera 2007, che prevedono una vera e propria intrusione nei comportamenti spontanei del tifo: comunicatività degli striscioni, un problema politico di comunicazione pubblica sfuggito alle autorità, persino sciarpe e bandiere regolato tutto per legge. Questa stretta sui cori, stavolta voluta dall’Uefa e recepita (finora) in Italia, si inserisce in questa direzione dell’intrusione nella microfisica dei comportamenti. I sogni dell’Uefa, che immaginano in Italia la preponderanza di un tifoso normativo, genere MasterCard, come quello del Borussia (che acquista abbonamento allo stadio, colmando lo stadio, e a Sky Deutschland) però, come si vede, incontrano dei problemi. E precisamente quelli che vedono la sostituzione della composizione sociale delle tifoserie allo stadio, come avvenuto in Inghilterra per le classi più alte in rapporto agli eredi della classe operaia, un processo molto più accidentato e difficile in questo nostro dannato paese. Che trova, come abbiamo visto, una interessata e spontanea saldatura tra tifoserie e presidenti di calcio. Infine, molto probabilmente, c’è da capire un fenomeno, quello della reazione al politicamente corretto che finora è stato patrimonio della stupidità e del delirio della destra. La prima questione, come si è visto, sta nell’incapacità cognitiva del politicamente corretto nel vedere le differenze, e i processi di mimesi, presenti nella popular culture. Finendo per reprimerle proprio quando, all’origine, si intendeva garantirle. Ma questo fa parte di un più generale processo di accecamento della cultura di centrosinistra nei confronti della società. La seconda, più legata ai processi di stratificazione sociale, è quella del politicamente corretto come ideologia, e prassi, delle upper class, globali e nazionali che tendono a farsi globali, nella costruzione di processi egemonici sul resto delle società. Il calcio, in questo senso è, come sempre, un grosso banco di prova per la tenuta di questa costruzione dell’egemonia ed un ottimo modello di analisi anche per altri terreni Il politicamente corretto è anche la cifra dell’attuale squilibrio tra forma e sostanza nelle retoriche ufficiali sui diritti. Tanto più si eleva la retorica della dignità, che si può riconoscere anche ad uno sfruttato senza cambiare di un millimetro la sua condizione materiale, tanto meno si erogano concretamente i diritti. Lo sanno proprio gli immigrati che vedono proposte di Nobel per Lampedusa, grida di vergogna per quanto accaduto nell’isola, funerali di stato ma diritti concreti erogati zero.

Sulla questione della discriminazione territoriale negli stadi, come al solito, non si gioca quindi solo una partita di pallone. Si parte sicuramente da misure legate al calcio ma si arriva a toccare, proprio per la portata universale di questo sport, nodi che ci fanno comprendere conflitti, mediazioni, regolazioni, scontri, processi di mimesi, rappresentazioni del vivere sociale dei primi decenni di questo secolo.

PS. L’apertura di Platini, presidente dell’UEFA, a misure meno restrittive nel sanzionamento della “discriminazione territoriale” va letta assieme alle dichiarazioni di esponenti della federazione italiana che parlano di “necessità di cambiamento nella cultura del calcio”. Si apre quindi una fase di adattamento alla recente normativa UEFA sul comportamento negli stadi. Vedremo gli esiti

per Senza Soste nique la police

10 ottobre 2013

vedi anche

Il comunicato dei milanisti sulla chiusura dello stadio www.curvasudmilano.it/

CORI discriminatori: comunicato Curva Nord Inter

Ti è piaciuto questo articolo? Infoaut è un network indipendente che si basa sul lavoro volontario e militante di molte persone. Puoi darci una mano diffondendo i nostri articoli, approfondimenti e reportage ad un pubblico il più vasto possibile e supportarci iscrivendoti al nostro canale telegram, o seguendo le nostre pagine social di facebook, instagram e youtube.

pubblicato il in Approfondimentidi redazioneTag correlati:

Articoli correlati

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Faida. Alcune tesi sulla crisi (definitiva?) della Lega – Parte 1

Faida è una delle parole germaniche che è sopravvissuta nell’italiano odierno. La sua sopravvivenza è dovuta probabilmente al fatto che per lungo tempo ha rappresentato un istituto giuridico preciso nelle culture germaniche. Infatti, mentre noi usiamo comunemente faida come la definizione di uno scontro brutale e prolungato tra due gruppi di persone (si pensi alle “faide familiari”, o quelle tra le cosche mafiose), il suo significato originale indica il diritto, per un privato, di ottenere soddisfazione per un torto subito ricorrendo all’uso della forza. Una sorta di “giustizia privata”.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Astroturfing: accelerare la fascistizzazione delle classi popolari in Gran Bretagna

L’astroturfing è una pratica di comunicazione strategica, che mette tra parentesi i reali promotori e finanziatori di un messaggio o di un’organizzazione, strutturandola in modo che appaia come un movimento spontaneo, autentico e nato dal basso, ovvero di natura grassroots. Il termine evoca l’erba sintetica AstroTurf in contrapposizione al manto erboso naturale, evidenziando la fabbricazione del consenso popolare.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

L’Intelligenza Artificiale come «Macchina», «Iperindustrializzazione» e «Combinazione Attiva» alla luce della teoria della mercificazione dell’esperienza di Romano Alquati – di Emiliana Armano

l presente articolo propone una rilettura critica dello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale attraverso alcune categorie analitiche elaborate da Romano Alquati (1935-2010), sociologo e intellettuale italiano tra i più originali del secondo Novecento. Alquati si autodefiniva «marxiano» — e non marxista — per distinguersi dai marxismi ortodossi e per indicare un rapporto diretto, critico e non canonizzato con l’opera di Marx: i suoi strumenti concettuali non vanno intesi come dottrina, ma come dispositivi analitici aperti, da ripensare continuamente alla luce delle trasformazioni del capitalismo.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

“Per coloro che soddisfano le condizioni”, Una nuova pagina della mai realizzata abolizione dell’hukou

Traduciamo di seguito un articolo di Eli Friedman pubblicato sulla rivista Positions Politics nel giugno 2026. Il testo prende spunto dalla nuova direttiva del Consiglio di Stato cinese sui servizi pubblici nel luogo di residenza per interrogarsi su una questione che ritorna ciclicamente nel dibattito sulla Cina contemporanea: il sistema dell’hukou sta davvero per essere […]

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Dalla discarica al clic

Il 1 maggio 2026 i principali sindacati italiani si sono dati appuntamento a Marghera.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Intelligenza artificiale e guerra

Proponiamo i due approfondimenti realizzati dalla trasmissione universitaria I Saperi Maledetti in onda gli ultimi due lunedì del mese sulle libere frequenze di Radio Blackout.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Geopolitica e lotta di classe: crisi, anti-americanismo e possibile ripresa riformista dell’attività proletaria – Tre domande a Raffaele Sciortino

Raffaele Sciortino, ricercatore indipendente, autore di “Geopolitica e rivoluzione. Halford John Mackinder e il perno geografico della storia” (Asterios editore)

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Scacco matto in Iran. Washington non può invertire o controllare le conseguenze della perdita di questa guerra – di Robert Kagan

“L’aggiustamento globale a un mondo post-americano sta accelerando. La posizione un tempo dominante dell’America nel Golfo è soltanto la prima di molte vittime”.

Da Acta Media

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

“Luoghi strategici in vista di un conflitto armato?” Breve inchiesta durante la manifestazione regionale per la sanità pubblica tenutasi a Torino il 23 maggio 2026

Il 23 maggio scorso siamo andati allo sciopero regionale per la difesa della sanità pubblica indetto dal CIPES (Comitato per il Diritto alla Tutela della Salute e alle Cure) nella città di Torino. Abbiamo condotto qualche breve intervista tra i partecipanti sui temi della manifestazione, del riarmo, dei corsi universitari di medicina e infermieristica.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Sull’abbassamento dell’età della violenza di genere: guerra, nuove destre e manosfera

Leggiamo ancora una volta con dolore e rabbia di un episodio di violenza avvenuto nella nostra città: stavolta una violenza agita da tre ragazzi di 19, 21, 22 anni nei confronti di una ragazza di 13. 

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

La cronaca della protesta all’arrivo del volo da Tel Aviv a Elmas, dentro e fuori il terminal

Domenica mattina all’aeroporto di Cagliari Elmas è atterrato un volo diretto da Tel Aviv. Il collegamento è una delle novità della stagione estiva dello scalo sardo: una rotta che connette Sardegna e Israele (operata da El Al in partnership con Sun d’Or) e che in tempo di genocidio non passa inosservata. All’esterno del terminal, una manifestazione di protesta a supporto del popolo palestinese – organizzata da Unica per la Palestina, Giovani Palestinesi Sardegna, Comitato sardo di solidarietà con la Palestina, Associazione Sardegna Palestina e la delegazione sarda della Global Sumud Flotilla – accoglie chiunque esca dall’aeroporto. Il reportage dal terminal di Elmas.

Immagine di copertina per il post
Culture

On the road nel Nord Est

“Ma come fate a non sapere un cazzo del posto dove state?” dice Giulio a Doriano e Carlobianchi mentre stanno visitando la Tomba Brion, al che quest’ultimo gli risponde: “Non sappiamo un cazzo ma sappiamo tutto”.

Immagine di copertina per il post
Sfruttamento

Sciopero In’s polo logistico di Tortona: la polizia tenta di sgomberare il presidio ma lo sciopero continua

Ancora un tentativo di sgombero del presidio dei lavoratori In’s nel polo logistico di Tortona (AL) al sesto giorno di sciopero: ma il presidio operaio va avanti.

Immagine di copertina per il post
Sfruttamento

Torino: sciopero a Meat-To

Negli scorsi giorni si sono tenuti dei picchetti in solidarietà a due lavoratori del ristorante Meat-To a Torino.

Immagine di copertina per il post
Confluenza

Loiri Porto San Paolo. Cala Finanza, basta con il fumo negli occhi.

Ci viene inviato e ripubblichiamo volentieri questo articolo del Gruppo d’Intervento Giuridico che fa il punto sui progetti previsti sul territorio sardo, in particolare a Cala Finanza.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Accordo Libano-Israele, tregua o normalizzazione dell’occupazione?

Il 26 giugno a Washington, con la mediazione dell’amministrazione Trump, Israele e Libano hanno firmato un accordo quadro in 14 punti.

Immagine di copertina per il post
Sfruttamento

Porti di Resistenza: Bloccare la Macchina da Guerra e l’Economia del Genocidio

La storia ricorderà coloro che hanno bloccato le navi, non coloro che le hanno caricate. Da Genova a Newark-Elizabeth, dalla Calabria al Pireo e oltre, il messaggio risuona forte e chiaro: basta armi, basta carichi di armi.

Immagine di copertina per il post
Confluenza

Make your money work for you: ecco il reale obiettivo della transizione energetica

Proponiamo di seguito un’intervista che abbiamo svolto a un manager e consulente strategico del settore delle rinnovabili che tocca punti centrali oggi soprattutto in tempi di blackout..

Immagine di copertina per il post
Sfruttamento

Lotte operaie: sciopero alla BRT di Settimo Torinese dove venerdì è morto un autista schiacciato da un camion

Il sindacato SI Cobas ha proclamato uno sciopero e un presidio di protesta per oggi, lunedì 29 giugno, presso il deposito BRT di via Niccolò Paganini a Settimo Torinese.

Immagine di copertina per il post
Contributi

Dissidenza, repressione politica ed una esagerata idea di libertà. In ricordo ad Ambro, un contributo di amic3 e compagn3

Ambrogio era un ragazzo di 27 anni, arrivato a Torino per gli studi in Filosofia e Storia delle Religioni. Ambro è sempre stato un idealista, attento all3 ultim3, con un grande senso di empatia e gentilezza. Era un anarchico, un testone, un polemico.