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Gregorio Durante: omicidio di Stato a Trani

A nulla sono valse le denunce della madre e dei familiari per tentare di fermare questo ennesimo massacro avvenuto nelle patrie galere. È la stessa vedova a puntare il dito contro i medici dell’istituto di pena del nord barese: “Da quando è entrato nel carcere di Trani – racconta la donna – gli hanno sospeso la somministrazione di un medicinale vitale: il Tolec, prescritto dal neuropsichiatra Specchio degli Ospedali riuniti di Foggia. La direzione del carcere ci ha detto che la Asl non lo erogava e loro non potevano darlo, né hanno consentito che mio marito acquistasse questa medicina o che potessimo portarla noi, da fuori. Divieto assoluto. E mio marito peggiorava (…) Il 4 dicembre Gregorio mi ha scritto una lettera: diceva che stava male, che aveva crisi continue, che gli era uscita la schiuma dalla bocca. Chiedeva aiuto: “Ho paura, venite a prendermi, vi prego“, diceva”. Il 10 dicembre il trentaquattrenne avrebbe avuto una crisi epilettica, tanto da disporre il trasferimento nel reparto di psichiatria a Bisceglie, dove è stato dimesso tre giorni dopo. Il 27 dicembre l’uomo, su richiesta dei familiari, è stato visitato in carcere dal professor Specchio, che ha prescritto un ricovero immediato: un’istanza che è stata inviata con urgenza al magistrato di sorveglianza e al direttore del carcere. Un’istanza che, però, non ha trovato alcuna risposta: “Mio marito per quelli del carcere simulava. Sta simulando ora, in quella bara? Qualcuno mi deve dare una risposta”.

Non si fa in tempo a stilare la lista di quanti sono morti nelle carceri italiane (in tutto 183 dall’inizio del 2011) che bisogna aggiungere il nome di Gregorio, morto per mano dello Stato in uno dei suoi non luoghi peggiori ossia le mura di quell’inferno che è il carcere di Trani, e che in generale sono tutti i penitenziari presenti sul territorio nazionale.

Nelle carceri italiane ogni anno muoiono centinaia di persone e il 66% dei casi di queste morti avviene con un suicidio. Le ragioni di queste morti sono terribili ma semplici da identificare: lo stato di detenzione e la privazione di ogni elementare diritto sono condizioni che possono rappresentare ragioni di per sé più che sufficienti per tentare di togliersi la vita, ma in Italia non sono le uniche. La quotidianità della detenzione diventa sempre più insopportabile se ad aggiungersi vi è il sovraffollamento che conta più di quattro o cinque detenuti (approssimando per difetto) stipati in pochi metri quadri di cella come bestie in attesa della macellazione. La pulizia inesistente, la mancanza di spazi, la negazione delle visite, l’impossibilità di immaginarsi un futuro aldilà di quella miseria.

Chi pagherà per queste morti? Chi pagherà per l’omicidio di Durante? I quotidiani riportano che i familiari di Durante stanno tentando di avviare, in seguito ad una denuncia, un procedimento per omicidio colposo a carico dei dirigenti del carcere e di tutti coloro che erano a conoscenza della situazione e che l’hanno coperta. Procedimento questo che probabilmente si aggiungerà ai tanti, come quello ancora in corso per l’omicidio Lonzi, che naufragheranno nel mare magnum della “giustizia” italiana e che finiranno con assoluzioni per le forze dell’ordine (quasi sempre impunite per il fatto stesso di indossare la divisa) protette ancora una volta dagli altri apparati repressivi dello stato, magistratura compresa. D’altronde non è un mistero che lo Stato tende ad assolvere sempre se stesso.

 

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