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Il problema non è il lunedì è il capitalismo! Intorno al processo contro il S.I. Cobas

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I lunedì emiliani quando si parla di logistica, cooperative e facchini non vedono soltanto ricominciare la settimana di lavoro, ma trattandosi di un settore ad alta conflittualità sociale, riparte anche la macchina delle resistenze nei magazzini, delle rigidità operaie e – inevitabilmente – del tentativo di “stato e padroni” di neutralizzarle.

 

 

Processo farsa. Questo lunedì 27 maggio innanzitutto si è caratterizzato per la mobilitazione del settore che ha portato, con uno sciopero nella provincia interessata e tramite pullman dalle altre città, centinaia di operai organizzati dal sindacato S.I. Cobas a Modena in solidarietà al coordinatore nazionale Aldo Milani, nel giorno dell’udienza del processo-farsa che lo vede indagato per la fantomatica bustarella che avrebbe estorto ai fratelli Levoni per far cessare gli scioperi e i picchetti nell’ambito della vertenza AlcarUno, nel settore carni modenese. Un’operazione mediatica confezionata in malo modo – basti pensare che dal “video verità” si vede chiaramente come a prendere la busta non sia Aldo Milani ma una persona di fiducia dei fratelli Levoni! – che all’inizio dell’anno aveva provato a gettare fango sull’intero sindacato S.I. Cobas, colpendo la persona del coordinatore nazionale, delegittimandone l’operato di fronte agli occhi dell’opinione pubblica e dei lavoratori. Un tentativo, in ultima analisi, di colpire l’intero movimento di lotta della logistica e la stessa possibilità di fare sindacato quando a essere sotto accusa è lo strumento dello sciopero che “estorcerebbe” diritti, salario e concessioni ai padroni.

Questo attacco portato tramite una giustizia ad orologeria e montature poliziesche era mirato a mettere in discussione il senso stesso delle lotte del S.I. Cobas, provando ad aggirare la determinazione di picchetti, scioperi e cortei che la repressione ordinaria fatta di manganelli, lacrimogeni, gas urticanti e denunce non era riuscita a fermare. Tuttavia proprio quella determinazione conflittuale che si voleva annichilire si è invece presentata prima nelle forme di uno sciopero generale, poi sotto il carcere di Modena dove Aldo Milani era rinchiuso, scuotendo fisicamente i cancelli chiedendone l’immediata liberazione e poi per le strade della città, dove dopo aver occupato la stazione e aver resistito ad alcune cariche il corteo si prendeva il centro cittadino che era stato vietato dalla questura. Gli eventi portavano in pochissimi giorni alla scarcerazione del leader sindacale e al fallimento dell’operazione di delegittimazione del sindacato, nonostante i servizi televisivi in prima serata e la fanfara mediatica annessa.

Il processo in corso è dunque un processo politico e mediatico, la cui risposta necessariamente politica e pubblica è stata ancora una volta la manifestazione prima sotto il tribunale e poi per la strade della città di Modena, nonostante le “perplessità” espresse dal giudice sulla concomitanza della mobilitazione, come spiegato da Aldo Milani a margine dell’udienza. Alcuni considerazioni sullo svolgimento in senso “tecnico” del processo: due dei tre giudici del collegio giudicante sono stati rimossi dall’incarico, lasciando al suo posto in vista della nuova sessione (che si svolgerà il prossimo 11 luglio) soltanto il Presidente del collegio, che durante il suo discorso in aula prima dello slittamento del processo ha di fatto attaccato la scelta di effettuare contemporaneamente al dibattito la manifestazione di cui parliamo sopra. “I processi si fanno in aula, non nelle strade” ha dichiarato il giudice, prima che le pratiche di “riorganizzazione interna” del collegio portasse alla sospensione dei lavori.

Intimidazioni poliziesche. Già dal primo mattino del lunedì appena trascorso, veniva data la notizia che nel cuore della notte la digos e la polizia di Bologna avevano fatto irruzione in un albergo bolognese dove alloggiava un sindacalista del S.I. Cobas di Genova, in seguito al coordinamento nazionale svoltosi nella giornata di domenica nella sede S.I. Cobas del capoluogo emiliano, per consegnargli una denuncia relativa ad uno sciopero tenutosi mesi prima. Tali modalità d’azione per una banale notifica di una denuncia non possono che configurarsi come un ennesimo attacco e un’intimidazione nei confronti di chi lotta e si organizza nei luoghi di lavoro, come denunciato dallo stesso sindacato S.I. Cobas.

Minacce crumire. Il “tranquillo” lunedì emiliano si concludeva poi nel pomeriggio con un picchetto molto significativo in termini di partecipazione e determinazione alla Ceramica Opera, nel modenese, dove un iscritto al S.I. Cobas è stato fatto oggetto di un licenziamento politico in seguito alla sua attività sindacale ritenuta scomoda dall’azienda e, probabilmente, pericolosa per gli interessi padronali nel fiorente settore ceramico della provincia di Modena. Ad un tratto un crumiro dipendente dell’azienda in questione raggiungeva il picchetto estraendo una pistola, caricandola e puntandola contro i colleghi in sciopero. Fortunatamente l’azione è rimasta senza conseguenze per gli scioperanti, ma testimonia ancora una volta in maniera inequivocabile la sensazione di impunità degli sgherri dei padroni e il favoreggiamento dei comportamenti antisindacali e antioperai da parte di cooperative e committenti, spesso in odor di mafia, quando vengono toccati i loro interessi economici e messa in discussione la “pace sociale” nei magazzini.

 

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