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Le difficoltà Usa nello scacchiere mediterraneo

Ma, se vogliamo tirarci fuori dal racconto massmediatico ufficiale, è appunto all’instabilità politica dell’intera area nordafricana che dobbiamo necessariamente rivolgere lo sguardo se vogliamo comprendere il significato di questa operazione. L’intervento “occidentale” umanitario in Libia in relazione alle rivolte nordafricane è perciò, ancora una volta, la cifra attraverso cui analizzare il tentativo statunitense di strutturare nuove forme di governo della polveriera-Mediterraneo. In questo senso, la mossa di queste ore dimostra (se fosse ancora necessario) le difficoltà che la macchina statunitense sta incontrando in quei territori. Libia, Algeria, Tunisia, Egitto: tutti scenari in cui di difficile compimento appare (sempre più) il progetto – neocoloniale – di transizione democratica in salsa occidentale. Territori in cui lo scontro in atto tra fazioni, forze sociali e istanze politiche – in particolare tra le forze islamiste alleate Usa e i movimenti coinvolti nei processi rivoluzionari – è ancora più che mai aperto a diverse dinamiche ancora rivoluzionarie e perciò a “incontrollabili” sviluppi.

Altra questione centrale riguarda il ruolo sempre più fondamentale della base Nato di Sigonella. Cuore dell’ Africa Command, delle operazioni “mediterranee”, è anche snodo fondamentale per interventi a medio-lungo raggio nei territori medio-orientali in particolare attraverso l’uso dei droni Global Hawk e Reaper di cui la base “siciliana” è dotatissima. Fulcro indispensabile dunque: luogo attraverso cui (provare a) esercitare il controllo su una vastissima area teatro di movimenti pericolosi per lo scacchiere geopolitico “a stelle e strisce” ed europeo. Lo dimostrano gli investimenti di uomini e risorse destinate dal Pentagono alle basi presenti sul territorio italiano – e nel Sud-Italia in particolare.

Il pensiero va quindi immediatamente alla questione Muos, a Niscemi (sempre in Sicilia e distante pochi chilometri da Sigonella), e alla lotta di chi, oltre a combattere in difesa di salute ed ambiente, si oppone alla militarizzazione dei territori in nome della sempre fruttuosa e produttiva “economia della guerra” di cui le forze armate statunitensi sono sempre principali interpreti.

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