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L’Albania non è in vendita!

Esprimiamo solidarietà totale e massimo sostegno alle proteste di massa del popolo albanese.

Di Immigrital

Come gruppo multietnico di giovani e proletari in Italia, e fortemente interconnesso alle prime generazioni, abbiamo sempre sostenuto le lotte nei nostri paesi di origine, quali che siano.

Crediamo che sia l’unico modo per rompere il ricatto tra miseria nel proprio paese ed emigrazione nel mondo: dall’interno e in autonomia, affinché spostarsi sia scelta e non necessità, libertà e non costrizione.

Questa mobilitazione della società albanese assume molteplici forme, tutte profondamente interconnesse.

AMBIENTE

Come noto, la famiglia Trump vuole acquistare un’area protetta nel Sud dell’Albania. Nei pressi del fiume Vjosa, unico fiume selvaggio e incontaminato d’Europa. L’isola di Sazan, che Ivanka Trump afferma di aver “scoperto” mentre nuotava nelle acque albanesi. Zverneci e l’area di Narta, zone protette con un preziosissimo ecosistema faunistico, dove migrano oltre 200 specie.

Queste zone sono legate da secoli, se non millenni, alla popolazione locale: un legame che emerge nell’arte e nella cultura, nella musica e nelle tradizioni orali. Non a caso sono rimaste incontaminate: sono considerate quasi “sacre”, non in senso religioso ma come parte integrante dell’identità collettiva e del rapporto ecologico costruito nei secoli tra abitanti e natura. E chiunque è sempre stato benvenuto

CLASSE

Ben presto la protesta ha assunto dimensioni di massa, guidata dalla gioventù ma con la partecipazione dell’intera società albanese.

Molti giovani lavorano anche 15 ore al giorno, sottopagati o non pagati. Nei call center da cui si risponde alle chiamate provenienti dall’Europa occidentale. Nella cucitura e tessitura di beni e merci che altrove vengono rivenduti come eccellenze nazionali o prodotti di lusso, senza riconoscere il ‘made in ALbania’. Dietro un’etichetta prestigiosa, spesso, c’è manodopera (in questo caso albanese) pagata una frazione del valore che produce.

C’è chi risponde alle chiamate dell’Europa da Tirana e chi serve i tavoli sulle coste del Mediterraneo, senza potersi permettere una casa o una vacanza nei luoghi in cui lavora. Di giorno nei call center che rispondono all’Europa, d’estate negli alberghi e nei resort del turismo internazionale, la sera davanti a un biglietto di sola andata per l’emigrazione.

Altri affrontano ogni anno la stagione turistica in emigrazione, spesso partendo con un visto studentesco e condividendo le stesse condizioni di sfruttamento vissute in Italia e nel resto d’Europa da lavoratori migranti di ogni provenienza.

Ma la protesta non riguarda soltanto i giovani e la forza lavoro precaria, o i disoccupati. Gli anziani sopravvivono grazie alle rimesse dei familiari emigrati o con pensioni di miseria, e da mesi si mobilitano per ottenere condizioni di vita dignitose. Le famiglie sono in strada. I bambini sono in strada.

Le coste stanno diventando sempre più inaccessibili per la popolazione locale. Costano ancora poco per chi arriva dall’estero, ma sono ormai calibrate sugli stipendi occidentali e, sempre più spesso, sulle esigenze del turismo di lusso. Chi lotta dice: non siamo contro chi viene ma, da un lato, per lavoro equamente retribuito e, dall’altro, accessibilità per chi vive in Albania e per tutti. E contro, quindi, una direzione di esclusività e lusso -per altri e ‘stranieri

CONTESTO

Tutto questo si inserisce in un contesto in cui sanità, formazione e gran parte dei servizi essenziali sono stati progressivamente privatizzati e segnati da una corruzione endemica.

Un contesto in cui il welfare è stato largamente smantellato a partire dagli anni ’90 e i diritti dei lavoratori sono estremamente deboli, spesso aggirati o negati nella pratica quotidiana.

Eppure, proprio in queste condizioni, negli ultimi anni stanno emergendo con coraggio forme di auto-organizzazione e di lotta in molti settori della società: nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università e nei percorsi di formazione. Esperienze spesso isolate, ma sempre più diffuse, che hanno contribuito a costruire il terreno sociale da cui nasce anche la mobilitazione di oggi.

Per molti giovani albanesi, l’alternativa sembra spesso ridursi a due possibilità: partire o arrangiarsi. È anche contro questo orizzonte che si sta mobilitando una parte crescente della società.

NEOCOLONIALISMO E ANTI-IMPERIALISMO

Il processo di svendita dell’Albania va avanti da anni. Ospedali, scuole, università, aziende, infrastrutture, patrimonio culturale, beni pubblici e territori sempre più spesso sono svenduti a investimenti e interessi provenienti dalla Turchia, dai paesi del Golfo, da aziende private della Cina, da paesi europei e balcanici, dal Nord America o da grandi capitali russi.

Non esiste un campo “buono” da scegliere: si tratta di attori diversi che partecipano, in forme differenti, allo stesso processo. Che si tratti di multimiliardari, grandi aziende, fondi sovrani controllati da interi Stati o di intrecci tra potere economico e politico, come nel caso della famiglia Trump, la logica rimane la stessa: trasformare territori, risorse e comunità in occasioni di profitto internazionale con la complicità di partiti e oligarchi locali.

Questa sensibilità non nasce dal nulla. La storia albanese è attraversata da secoli di dominazioni e occupazioni esterne, contro le quali le popolazioni locali hanno dovuto lottare per preservare la propria esistenza collettiva e il diritto all’autodeterminazione. Gettando in mare occupatori nelle stesse coste che Trump vuole comprare.

Per questo, nella mobilitazione attuale, la difesa del territorio, della dignità sociale e dell’appartenenza popolare vengono spesso percepite come parti della stessa lotta.

LA LOTTA

Per questi e molti altri motivi, la mobilitazione è diventata fin da subito una lotta della società nelle sue molteplici forme, attraversando generazioni e territori, e mettendo in discussione molteplici forme di oppressione.

Sia il Partito Socialista, al governo da quattro mandati, sia l’opposizione storica del Partito Democratico, ritenuta da molti altrettanto, se non più, corrotta, sono stati individuati come controparte e parte integrante del problema. Insieme alla famiglia Trump, agli oligarchi locali e internazionali e ai processi economici e politici che da anni alimentano il ricatto tra miseria ed emigrazione.

È una lotta della società contro i partiti storici e contro i neocolonialismi. Per la partecipazione, la democrazia dal basso e l’autodeterminazione. Per il diritto ad appartenere alla propria terra e a decidere autonomamente del proprio presente e del proprio futuro.

Per questo la mobilitazione viene percepita da molti come qualcosa di decisivo: non riguarda soltanto l’oggi, ma soprattutto il domani.

Nelle piazze, nei cortei e negli spazi di incontro si respira rabbia, ma anche entusiasmo, creatività e una diffusa sensazione di possibilità. Cartelli, musica, ironia, slogan, discussioni collettive. Interi frammenti di società, energici e creativi, contro i tentativi decennali di introiettare la passività, la sconfitta, la rassegnazione, il fatalismo.

La protesta va avanti da una settimana, a oltranza. Si respira un clima di fermento e gioiosità diffusa: organizzazione e immaginazione. Creatività e precisione. Non si parla d’altro: pomeriggio in protesta, a oltranza durante la serata, e il mattino confronti e produzione materiali. E per molti la sensazione più forte non è soltanto la rabbia: è quella di non sentirsi più senza un presente e senza un futuro

LA DIASPORA

Gli albanesi in Albania sono ormai poco più di 2 milioni. A questi si aggiungono le popolazioni albanofone dei territori limitrofi e una diaspora di milioni di persone diffusa in Europa e nel mondo.

E la diaspora, specie in Italia, si è immediatamente attivata. Nonostante le frammentazioni prodotte da decenni di razzismo e classismo strutturale, assimilazione forzata o marginalizzazione estrema.

Auto-organizzazione totale attraverso i social, i contatti informali, le connessioni e le reti costruite negli anni. In molteplici città d’Italia. Da Milano a Firenze, da Bologna a Padova, da Torino a Brescia etc

L’INTERNAZIONALISMO

Quanto brevemente descritto non riguarda soltanto l’Albania. Riguarda molti dei nostri paesi di provenienza, attraversati dagli stessi processi: corruzione, oligarchie locali, partiti venduti -bulli verso la popolazione e servili verso i potenti, privatizzazioni, appropriazione di territori e risorse da parte di investitori stranieri, emigrazione forzata. Assenza di opportunità e giustizia.

Paesi considerati da un lato sacrificabili per il lusso e gli interessi di pochi -governi, oligarchi, multinazionali e stati- e dall’altro fonte di manodopera da sfruttare, escludere, incarcerare e razzializzare una volta emigrata.

Dai Balcani all’Africa, dall’Est Europa al Sudamerica fino al Sud Asia.

Per questo rifiutiamo, in Italia, ogni tentativo di divisione artificiale imposto dall’esterno. Non ci dividono le origini o le culture: le valorizziamo. Ci uniscono invece condizioni materiali spesso simili, percorsi migratori intrecciati e identità in auto-costruzione tra più paesi, più lingue e più appartenenze tra strade e quartieri, fabbriche e lavori di cura.

Allo stesso tempo, in Italia, si è attivata anche una grande solidarietà da parte di molte persone italiane, accolta con piacere. Grazie alla nostra presenza ormai trentennale nei quartieri, nelle strade, nei lavori sfruttati, nelle scuole, stiamo contribuendo a riportare alla luce responsabilità storiche troppo spesso rimosse o silenziate: quelle dello Stato italiano e della società italiana nella depredazione dell’Albania (in questo caso, ma anche oltre) e nelle violenze esercitate contro le comunità migranti e i loro discendenti.

È anche l’ennesima dimostrazione che, se da un lato esistono processi che tentano, dall’alto, di organicizzare esclusione e marginalizzazione, sfruttamento e oppressione in Italia e all’esterno, dall’altro esistono ampi settori della società italiana pronti a costruire solidarietà ma anche lotta concreta

Riguarda l’Albania e gli albanesi ma non solo. Riguarda tutte le nostre comunità migranti e proletarie. Riguarda chiunque rifiuti un modello in cui pochi multimiliardari, arrivati da chissà dove, pretendono di decidere il destino di territori, comunità e popolazioni che vivono quei luoghi. Come non esistessero, e fossero oggetti di cui sbarazzarsi.

Loro attraversano il mare, in comodità, per comprare isole, coste e pezzi di futuro. Dicono di “scoprire”, vogliono civilizzzare. Noi lo abbiamo attraversato, con mezzi di fortuna e in clandestinità, per cercare futuro e possibilità.

Loro navigano per lusso. Noi abbiamo navigato per superare frontiere.

Loro credono di poter comprare tutto. E a noi, oggi, dicono di “tornare a casa nostra”, blaterando di “remigrazione”.

Ivanka Trump ha dichiarato, nel podcast di un guru della finanza, che questo progetto rappresenta una delle più grandi sfide della sua vita.

Ebbene, sarà una sfida che perderà.

Per l’autonomia e l’autodeterminazione dei nostri paesi. Per chi è rimasto. Per chi è partito. Per le nostre comunità proletarie e multietniche nei quartieri delle città in cui oggi viviamo -che sono nostre.

Per il diritto delle persone e delle comunità a decidere da sé il proprio presente e il proprio futuro.

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