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Due o tre cose che sappiamo di lei: la vittoria del PSG come assist per la strategia della tensione dello Stato (razzista) francese

Sabato 30 maggio, in seguito alla vittoria della Champions League da parte del Paris Saint-Germain, per alcune ore il centro di Parigi è stato teatro di disordini e scontri tra giovani tifosi e un numero esorbitante di forze dell’ordine. Prove generali di una strategia della tensione a sfondo razzista.

Dopo essere stata la prima squadra francese a conquistare la competizione per club più prestigiosa al mondo sconfiggendo l’Inter nell’edizione 2024-2025, sabato scorso il Paris Saint-Germain ha confermato la propria imbattibilità a livello europeo riconquistando il titolo in finale contro la squadra londinese dell’Arsenal. La partita, disputata alla Puksás Aréna di Budapest, si è conclusa ai rigori tenendo con il fiato sospeso i tifosi delle due squadre finaliste fino agli ultimi istanti. Al secondo errore dei londinesi dal dischetto, la grande folla accorsa nel centro di Parigi – 20.000 persone secondo le stime della prefettura – è esplosa di gioia dando inizio ai rumorosi festeggiamenti per una vittoria destinata a rimanere nella storia. 

Fin qui tutto normale; se non fosse che, allo scoppiare dei primi fuochi d’artificio in Place de la République, le forze dell’ordine in tenuta antisommossa hanno risposto immediatamente gasando e disperdendo la folla, nonostante questa fosse intenta a festeggiare per la vittoria appena avvenuta e non mostrasse in alcun modo ostilità. In pochi secondi di fuggi fuggi generale la gioia iniziale ha lasciato spazio a una tensione crescente che in breve tempo è dilagata per tutto il centro cittadino, in particolare nei pressi del Parco dei Principi, sugli Champs-Élysées e intorno alla Bastiglia.

Gli agenti in servizio erano 8.000, 3.000 in più dell’anno precedente e pari a quelli impiegati all’apice delle mobilitazioni dei Gilets Jaunes nella primavera del 2019. Divisi tra Gendarmerie e CRS, questi ultimi hanno in dotazione i famigerati LBD (Lanceurs de balles de défense), fucili in grado di sparare proiettili di gomma di grande diametro (40mm) chiamati flash ball a circa 80 m/s; gli stessi che provocarono la morte di un ventisettenne colpito al torace nel 2023 durante una manifestazione a Marsiglia e che sabato scorso hanno causato la perdita di un occhio a due persone, tra cui un ragazzino di 13 anni. Mentre calava la sera su Parigi – per la prima volta il fischio d’inizio è stato alle 18 per garantire più ore di incassi ai commercianti di Budapest – la polizia seminava disordine,  picchiando e arrestando in maniera da  anticipare le intenzioni dei tifosi qualunque esse fossero e reprimendo quella che fino a quel momento non era stata altro che un’esplosione di gioia. La serata di rastrellamenti è poi proseguita fino al raggiungimento della cifra record di 780 fermati, mentre da parte dei tifosi si è registrato un cumulo di biciclette del servizio di bike-sharing Lime dato alle fiamme. 

Nel frattempo i quattro canali televisivi nazionali francesi hanno riportato indistintamente i fatti adottando da subito una retorica securitaria e di denuncia dei «disordini in atto», fortemente in contrasto con le immagini in diretta dalle piazze che restituivano una marea di persone in festa. Come se, impazienti di seguire un copione già scritto, non aspettassero nemmeno la prima carica della polizia per decretare che quella gioia eccessiva costituisse una minaccia da reprimere.

La strategia del governo francese, in concerto con media istituzionali e polizia, è chiara da un po’ di tempo a questa parte: reprimere sul nascere ogni forma di riunione collettiva di massa attraverso un uso muscolare e provocatorio della forza. Non solo per impaurire e scoraggiare la futura partecipazione a raggruppamenti spontanei di massa di simile o diverso carattere, ma anche per alimentare l’immaginario di una «Francia anti-francese» attraverso la dimostrazione plastica che restituisca come reale e vivido lo scontro tra una parte «non assimilabile» della società ai valori della Repubblica e la Repubblica stessa, rappresentata dai poliziotti in tenuta antisommossa. 

Ma la tensione ricercata e ottenuta attraverso la «gestione» poliziesca, non è che un livello – il più basso – di una strategia ben più articolata che, passando per i corridoi delle redazioni televisive, arriva fino ai piani più alti della Repubblica Francese. In termini di tensione è infatti il presidente della Repubblica a riservarsi la stoccata finale durante i festeggiamenti ufficiali della squadra dopo il rientro a Parigi il giorno seguente alla vittoria. E le sue parole non stonano affatto con quelle di Jordan Bardella, presidente di Rassemblement National – partito di estrema destra fondato da Marine Le Pen – che in diretta televisiva ha messo in guardia i francesi sul fatto che «i nemici della Repubblica presto butteranno giù i portoni di casa dei veri francesi». Macron dal canto suo, decretato che ciò che si è visto sabato a Parigi non è «foot» (a dire il vero qualche calcio sferrato dai poliziotti si è visto), si è lasciato andare a un vero e proprio delirio di onnipotenza pre-rivoluzionaria (francese) affermando che «sarà intransigente con chi è stato arrestato», quasi spettasse a lui (in quanto sovrano?) giudicare chi, in stato di fermo, è ancora in attesa delle imputazioni a proprio carico. Ma l’unica cosa che conta è mostrare fermezza e intransigenza e farlo con tono minaccioso; alzare la tensione e tracciare una linea netta tra «chi è per il bene della Francia» e chi è contro. Perché il movente di questa strategia della tensione articolata a livello politico, mediatico e repressivo, si situa a cavallo di questa linea artificiosamente costruita ad hoc.

Chi c’è dunque oltre quella linea? C’è chi finora volutamente non è stato citato, ma che sta al cuore della questione: il popolo dei giovanissimi che vivono nel circondario e dentro la grande metropoli parigina, cresciuti nei quartieri dormitorio che – nati per dare un cubo di cemento agli operai negli anni del dopoguerra – sono poi diventati l’«habitat naturale» per una popolazione neocoloniale di origine migratoria da spremere durante l’orario di lavoro e reprimere nel tempo libero. Ad accorrere in massa sabato scorso sono stati infatti tantissimi giovani dei quartieri popolari (dalle banlieues, ma anche da zone interne alla città) tra i quali il tifo per la squadra cittadina ha registrato una crescita impressionante negli ultimi dieci anni e che hanno intravisto nella finalissima di Champions un’occasione di festa e divertimento a pochi giorni dalla fine della scuola. Un appuntamento simbolico e collettivo, nel cuore della loro città. Ad aspettarli – come già detto – un contingente spropositato di poliziotti in antisommossa, tutt’altro che intenzionato a contenere una situazione di grande affluenza (per quello bastavano i vigili urbani), ma istruiti a provocare e arrestare. Gli stessi che ogni giorno li controllano e perquisiscono per le strade del quartiere.

Una strategia della tensione dunque che affonda le sue radici in una politica istituzionale profondamente razzista che individua nel «popolo razzializzato» (les noirs et les arabes) – in particolare nella sua componente giovanile – la principale minaccia. Una minaccia in primis culturale, da «risolvere» con l’integrazione per alcuni, con l’assimilazione per altri, ma per entrambi intrinsecamente incompatibile con i valori della Repubblica. Una minaccia di classe anche, a cui rispondere con la segregazione nei quartieri lontani dal centro, cuore dell’industria del lusso parigino e del turismo, per scongiurare comportamenti incompatibili (fosse anche una gioia eccessiva) nei paraggi delle vetrine di Hermès e Louis Vuitton. A ulteriore riprova di tutto ciò basti pensare che sabato scorso mentre i sindaci di St. Denis e La Courneuve – periferie nella prima cintura nord di Parigi in cui abitano molti dei giovani tifosi del PSG – predisponevano alcune fan zone in cui guardare la partita e eventualmente festeggiare, con il chiaro intento di scoraggiare la discesa in massa verso il centro cittadino, proprio lì dove si sono riversate 20.000 persone, non è stata prevista alcuna zona dedicata. Soltanto tanta polizia. Nonostante tutto ciò, i giovanissimi dei quartieri popolari di Parigi volevano essere lì e lì si sono riuniti. Nell’Europa di oggi festeggiare la propria squadra del cuore può non essere compatibile. Lottare per la Palestina e contro la guerra ancora meno. Ma dai quartieri alle scuole una nuova generazione vuole riprendersi il proprio futuro, a cominciare dalle strade della propria città. E non c’è strategia della tensione che tenga. 

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