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Pensavo fosse coronavirus, invece è Franceschini…

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Pubblichiamo questo interessante articolo di una lavoratrice precaria dello spettacolo che racconta gli effetti della crisi Covid19 all’interno di questo settore. L’articolo inoltre sottolinea come le norme sul coronavirus non fanno che evidenziare delle condizioni di sfruttamento antecedenti a questa crisi. Buona lettura!

Secondo i dati SIAE solo nella prima settimana di emergenza coronavirus sono stati cancellati 7400 spettacoli, con una perdita di 10 milioni di euro. Per paura del contagio si stanno svuotando le sale anche nelle zone non a rischio. Numerosi lavoratori dello spettacolo si trovano a vivere queste giornate senza lavoro e senza alcuna tutela.

Le regioni del Nord Italia interessate dal contagio e quindi dalle ordinanze co-firmate dal ministro della Salute e dai governatori da sole rappresentano ben più della metà del mercato dello spettacolo dal vivo. La ricaduta è quindi numericamente molto significativa.

Come spiega il direttore del Teatro Stabile di Torino e presidente di Federvivo a pagare le spese della crisi potrebbero essere soprattutto gli artisti e i tecnici: “La ricaduta è sicuramente grave sulle imprese e sulle compagnie, sulle istituzioni grandi e piccole, ma è gravissima sui lavoratori. Non essendoci in questo comparto la cassa integrazione, rischiamo veramente che i costi più alti vengano pagati dagli artisti e dai tecnici impegnati nelle produzioni. La preoccupazione riguarda il comparto nel suo insieme, la tenuta delle contabilità aziendali ma anche e soprattutto della qualità della vita e del sostentamento degli artisti”.

Molte delle produzioni programmate per queste settimane non potranno essere recuperate perchè sale e teatri sono programmati fino all’estate dunque bisognerà mettere in conto che alla fine della stagione mancheranno parecchi borderò, quindi parecchie giornate lavorative, oneri, spettatori, incassi che non potranno essere rendicontati e che potranno penalizzare anche i soggetti interessati ai fini dell’ assegnazione consuntiva del FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo). A tal proposito vogliamo brevemente ricordare la legge 160 del 2016 (allora come ora ministro dei beni culturali Dario Franceschini) che prevede il declassamento delle fondazioni liriche a teatro lirico sinfonico, un escamotage per abbassare le erogazioni statali verso le fondazioni, e la trasformazione dei contratti dei lavoratori da tempo indeterminato a part-time obbligatorio. Allo stato attuale le erogazioni del FUS sono una miseria e costringono i teatri ad accumulare debiti che naturalmente vanno a ricadere sui lavoratori.

Dal comunicato stampa del “Comitato nazionale delle fondazioni lirico-sinfoniche”:

L’insufficienza delle risorse erogate dal Fondo Unico dello Spettacolo, la scarsità e l’inaffidabilità delle risorse provenienti da Regioni e Comuni e le criticità generate dal D.M. 2014 e successivi avevano già messo in ginocchio lo spettacolo dal vivo in Italia e, in molti casi, compromesso l’applicazione dei contratti nazionali rendendo precarie le condizioni di lavoro di artisti e maestranze.

Adesso, l’emergenza legata al coronavirus dà il colpo mortale. Rischia di non essere attuata la norma di salvaguardia che tutela i lavoratori atipici sia nel caso in cui gli spettacoli siano sospesi con un provvedimento della pubblica autorità, sia nel caso in cui il teatro dovesse rimanere chiuso per cause di forza maggiore (art. 19 CCNL). Tale norma precede, con diverse modalità, per non lasciare senza reddito questi lavoratori.

Oggi, alcune Imprese dichiarano di non poter sostenere questo costo, vista l’incertezza sulla futura programmazione, e chiedono ai lavoratori di rinunciarvi facendo appello a un senso di responsabilità che non è accettabile, né sostenibile.
Non è ammissibile che i lavoratori più deboli debbano pagare un costo così grande.

Il mondo dello spettacolo e dei beni culturali in generale, è un mondo di precarietà, in cui dopo anni di studi e di investimenti economici (tendenzialmente non da poco visti i costi della formazione artistica) tocca procacciarsi il lavoro giornalmente senza alcuna garanzia di uno stipendio fisso a fine mese.

E’ così che vive la stragrande maggioranza dei lavoratori della cultura, barcamenandosi tra produzioni di tre giorni, contratti di una settimana e spettacoli di poche ore che prevedono giorni se non mesi di prove non pagate.

Secondo un’indagine condotta nel 2019 dal collettivo “Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturaliil 63% dei lavoratori del settore guadagna meno di 10.000 euro l’anno (ovvero meno di 850 euro al mese, escludendo anche tredicesima e quattordicesima), con un 38% che addirittura in dichiarazione dei redditi ha cifre inferiori ai 5mila euro.

Gli attivisti di Mi Riconosci? Già quest’estate parlavano di una “emergenza sociale che la politica deve affrontare”, dunque ci viene da pensare che il mondo della cultura sia vittima di un virus molto più subdolo del COAV19, proveniente dai palazzi delle istituzioni e dalla costipazione di una politica che da anni investe solo sul buisness e ammala il paese di precarietà.

Come si può leggere nel comunicato di ASSOLIRICA (Associazione professionisti della lirica) per gli artisti dello spettacolo il Coronavirus c’è ogni anno. Infatti, non essendo prevista alcuna tutela per malattia o infortunio nei contratti tra artisti e teatri, ogni volta che ci si ammala si perde la possibilità di ricevere compenso, questo anche dopo mesi di prove e ingenti spese per trasferte , alloggio etc.

In questi giorni l’emergenza coronavirus sta portando a galla i problemi che da anni affliggono il mondo dello spettacolo e che in un momento di crisi come questo diventano insostenibili. Diventa dunque fondamentale dare battaglia affinchè le istituzioni si mobilitino per trovare misure specifiche di sostegno ai lavoratori dello spettacolo.

Se i teatri vengono chiusi è ora di riempire le piazze!

Approfondimento: intervista a una corista del Teatro Regio di Torino del 2018

 

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